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La Cop27 serve solo a ricordarci che siamo fo**uti

Prima dell'inizio della Conferenza di Sharm el-Sheikh, sono stati diffusi alcuni report che concordano su due puntI: il mondo sta andando a fuoco e i paesi che partecipano ai vertici sul clima non fanno abbastanza. L'Apocalisse è più vicina di quanto pensiamo

Foto di David McNew/Getty Images

«Siamo sulla buona strada per un caos climatico irreversibile». È con queste parole di Antonio Guterres, Segretario Generale dell’Onu, che è stata aperta la ventisettesima edizione della COP, la conferenza sul clima organizzata annualmente delle Nazioni Unite (iniziata il 6 novembre e che andrà avanti fino al 18). Le premesse non erano delle migliori, soprattutto se si pensa che ad ospitare l’evento è l’Egitto. Un ossimoro bello e buono, visto che il Governo del Cairo porta avanti da tempo una dura repressione nei confronti di attivisti e dissidenti.

Nei giorni che hanno preceduto l’apertura della conferenza, la polizia ha arrestato 67 manifestanti (per il clima), rinchiudendoli in gattabuia insieme alle altre 60mila persone che per gli stessi motivi dietro le sbarre ci sono già finite molto tempo fa. Alaa Abdel Fattah è uno di loro. Condannato nel 2013 ai primi cinque anni di carcere – e nel 2021 ancora ad altri cinque – con l’accusa di diffondere false notizie, il blogger e attivista, già in sciopero della fame, ha deciso di smettere di bere in concomitanza con l’inizio della COP. «La realtà che la maggior parte di coloro che partecipano alla #Cop27 sceglie di ignorare non solo che diritti umani e giustizia climatica sono connessi, ma che in paesi come l’Egitto i veri alleati, coloro che tengono veramente al futuro del pianeta, stanno marcendo nelle carceri», ha scritto su Twitter Mona Seif, la sorella di Alaa Abdel Fattah. A tal proposito, Human Rights Watch, in un recente rapporto, ha dichiarato che il Governo egiziano ha introdotto nuove norme per indebolire i gruppi ambientalisti locali, costringendo alcuni attivisti a fuggire e altri a stare alla larga da lavori importanti.

Tant’è che un grosso gruppo di ricerca ha dovuto chiudere perché impossibilitato a lavorare sul campo. D’altronde un atteggiamento del genere non sorprende, visto che i dati che arrivano dallo studio e dall’osservazione della realtà – nei Paesi in cui è “permesso” farlo – non sono affatto confortanti e sono la chiara e palese dimostrazione che i Governi non stanno mantenendo le promesse fatte.

Nelle ultime settimane, proprio in vista dell’inizio della COP, sono stati pubblicati alcuni report che forniscono un resoconto angosciante della situazione in cui siamo. Facciamo una premessa, che troverà conferma in numeri nelle righe successive. Come ha scritto ISPI, da Glasgow dello scorso anno – dove si è tenuta la COP nel 2021 – solo 26 dei 193 paesi «che hanno accettato di intensificare le loro azioni per il clima hanno seguito piani più ambiziosi».

Significa che le altre 167 nazioni hanno concretamente fatto poco o niente. Da quella data, tra l’altro, sono cambiate alcune cose. Per citarne un paio, siamo in piena crisi energetica e con una guerra in corso. Il rischio più grande a questo punto è che anche gli Stati più “volenterosi” decidano alla fine di fare dieci passi indietro su temi centrali come la decarbonizzazione e la lotta alle emissioni. Pare però che la COP27, stando alle parole di Guterres, debba essere «il luogo in cui ristabilire l’ambizione necessaria per evitare di condurre il nostro pianeta oltre il precipizio climatico».

Questa fase “emotiva” avremmo già dovuto superarla da un pezzo. Saremmo già dovuti essere nel bel mezzo di cambiamenti positivi concreti e a lungo termine, e invece in Europa – sì, proprio il posto in cui viviamo – il clima è cambiato come in nessun’altra parte del mondo e il mese di ottobre è stato il secondo più caldo dal 1800.

I dati, diffusi dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (ISAC) del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) dicono che la temperatura media è stata di 2,08 °C al di sopra dello stesso periodo compreso tra il 1991 e il 2020. Invece per il Nord del Paese è record: ottobre è stato il più caldo mai registrato (3,18 °C sopra la media).

Fonte: ISAC/CNR

C’era da aspettarselo: sono state le stesse Nazioni Unite, nell’Emissions gap report del 2022, a scrivere che i piani stilati fino ad ora per ridurre le emissioni di gas serra e contenere l’aumento della temperatura media globale entro gli 1,5 gradi non sono sufficienti e mancano di credibilità. Anzi, continuando in questa direzione, la prospettiva futura è che fra un paio d’anni le emissioni provenienti dal settore energetico toccheranno l’apice ed entro la fine del secolo si arrivi perciò a toccare i +2,6 gradi.

Mezzo grado in meno, o uno intero, fa molta differenza e può evitare molti disastri. L’ IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) spiega che se si verificasse anche solo un “piccolo” aumento delle temperature (dagli 1,5 gradi previsti a 2 gradi) nel mondo la possibilità che accada un’inondazione aumenterebbe del 200% e la popolazione raggiunta da ondate di calore estreme potrebbe aggirarsi attorno al 37% (quasi 2 miliardi di persone in più rispetto a quelle colpite se si contenessero gli aumenti a un grado e mezzo). Le morti legate al caldo sono già aumentate del 68% tra il 2000-2004 e il 2017-2021. Un bilancio che potrebbe ulteriormente aggravarsi.

Con 2 gradi, tra l’altro, 60 milioni di persone in più vivrebbero in posti aridi e la biosfera perderebbe molte delle sue specie (sparirebbero il 12% degli insetti e il 16% delle piante). Per farla breve: ogni aspetto della nostra vita, ogni cosa che ci circonda, sarebbe molto peggio di com’è.

Le premesse affinché si verifichi uno scenario di questo tipo – piuttosto apocalittico – non mancano, soprattutto se consideriamo che nel 2021 i livelli nell’atmosfera dei gas a effetto serra (come l’anidride carbonica) hanno raggiunto nuovi record. Il metano, ad esempio, nello stesso anno ha riportato il più grande aumento da quando gli scienziati hanno iniziato a fare le prime misurazioni periodiche (40 anni fa). Anche sulla CO2 ce l’abbiamo messa tutta. Riportando le dichiarazioni dell’Organizzazione metereologica mondiale, «l’aumento dei livelli di anidride carbonica dal 2020 al 2021 è stato superiore al tasso di crescita medio annuo nell’ultimo decennio. Le concentrazioni di anidride carbonica nel 2021 erano 415,7 parti per milione (ppm), cioè il +149% rispetto ai livelli preindustriali», derivante principalmente dall’impiego di combustibili fossili. Negli ultimi trent’anni la presenza così massiccia di tali gas nella nostra atmosfera ha contribuito per il 50% all’innalzamento delle temperature.

Fonte: IEA

Dal 1992 ad oggi, cioè dalla nascita della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (un trattato internazionale ambientale che i Paesi della COP si sono impegnati a rispettare) la domanda totale di energia è aumentata del 59% ma la sua produzione è ancora strettamente legata ai combustibili fossili. Globalmente le energie rinnovabili contribuiscono a meno di un decimo del totale. Di questo passo, come dice lo studio pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet, «c’è una probabilità del 48% che la soglia di 1,5°C proposta nell’accordo di Parigi venga superata entro 5 anni».

È evidente che c’è un’urgenza, forte, d’intervenire, un bisogno estremo di tirare il freno a mano e andare dritti in retromarcia. Ben vengano summit, eventi, e mega riunioni, se servono a portare a casa dei risultati che vadano in questa direzione. Ma quel numero vicino all’acronimo COP ha la sua importanza: sta ad indicare le volte in cui i potenti della terra si sono riuniti in nome del bene del clima, ventisette. A quanto pare non sono ancora sufficienti per sperare in un cambiamento (in meglio, s’intende).