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Farina di grillo, panico e complotti: la destra europea fa propaganda sugli insetti a tavola

Non troveremo grilli nascosti negli alimenti per almeno due motivi: il costo e le allergie. Eppure, una parte politica preferisce strumentalizzare il tema per spaventarci, banalizzando un dibattito importantissimo per il futuro del Pianeta

Foto via Getty

A partire dal 24 gennaio 2023 in tutta l’Unione europea è possibile vendere – al momento è autorizzata a farlo solo la società vietnamita Cricket one – e comprare prodotti alimentari a base di polvere o farina di Acheta domesticus, quello che comunemente chiamiamo grillo domestico.

La sua messa in commercio, approvata nel marzo scorso dall’Autorità europea sulla sicurezza alimentare (EFSA) dopo accurati test e stabilita dal regolamento 2023/5 della Commissione europea, ha creato un misto di reazioni: un cocktail di approvazione, ansia, preoccupazione e disgusto – il Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha detto per esempio che i suoi figli preferiscono i sapori e i profumi della nostra terra.

«Ok, respira», gli direbbe Elodie, visto che la direttiva UE non ci obbliga a nutrirci di grilli, ma inserisce, fra le moltissime altre, anche questa possibilità: come è sempre stato, la scelta finale è del consumatore, che può decidere quindi di acquistare o meno un certo prodotto. Tra l’altro sulle nostre tavole quella degli insetti non è una novità. Prima della polvere di grillo, nel 2021 la Commissione aveva già approvato la vendita e il consumo delle tarme della farina essiccate e della locusta migratoria, tutti “ingredienti” che, insieme all’Acheta domesticus compaiono per legge – ovviamente – sulle etichette (o sulle confezioni) dei cibi, in qualsiasi percentuale. Ergo, basta leggerle, cosa a cui dovremmo essere abituati a prescindere.

Il regolamento UE prevede che (qui al punto 7) la farina di grillo possa essere usata come base o aggiunta in preparazioni come pane e nei panini multi cereali, nei cracker e nei grissini, nelle barrette ai cereali, nelle premiscele secche per prodotti da forno, nei biscotti, nei prodotti secchi a base di pasta farcita e non farcita, nelle salse, nei prodotti trasformati a base di patate, nei piatti a base di leguminose e di verdure, nella pizza, nei prodotti a base di pasta, nel siero di latte in polvere, nei prodotti sostitutivi della carne, nelle minestre e nelle minestre concentrate o in polvere, negli snack a base di farina di granturco, nelle bevande tipo birra, nei prodotti a base di cioccolato, nella frutta a guscio e nei semi oleosi, negli snack diversi dalle patatine e nei preparati a base di carne.

Un mercato che probabilmente da noi farà fatica a decollare, almeno per ora, visti i numeri dell’indagine Coldiretti/Ixe da cui è emerso che: il 54% degli italiani è totalmente contrario agli insetti a tavola, un sentimento che si trasforma in indifferenza per il 24%. Si dice favorevole invece il 16% e si astiene il 6%. Risultati che (forse) derivano dal fatto che non ne sappiamo abbastanza o che quello che ascoltiamo – anche dai nostri politici – o leggiamo è piuttosto fuorviante. Trovarci davanti a qualcosa che non conosciamo, o di cui sappiamo poco, può spaventarci, e spingerci a rifiutarlo.

E, infatti, le teorie del complotto sul tema hanno iniziato a diffondersi anche fuori dai nostri confini: recentemente Nigel Farage, principale promotore della Brexit, scomparso dalla scena dopo il referendum che ha fatto uscire il Regno Unito dall’Unione europea, ha usato questo tema per attaccare ancora l’Unione, sostenendo come i nuovi cibi sarebbero un motivo in più per portare Londra fuori dalle normative alimentari europee. «Non voglio locuste nella mia colazione», ha scritto su Twitter.

Sulla stessa linea anche il senatore francese Laurent Duplomb, del partito conservatore repubblicano. Come riporta Euractiv, Duplomb, capo di una grande azienda agricola, avrebbe sostenuto al Senato che i francesi starebbero mangiando insetti a loro insaputa e che i nuovi ingredienti non verranno segnalati.

Eppure, c’è una cosa su una cosa possiamo stare tranquilli. Non troveremo grilli nascosti negli alimenti per almeno due motivi: il costo e le allergie. Il prezzo della farina ricavata dall’Acheta domesticus oscilla infatti tra i 25 e i 45 dollari per mezzo chilogrammo, e il suo impiego in prodotti alimentari può scatenare nei soggetti che l’assumono – e che già devono stare attenti ad evitare crostacei, acari della polvere e molluschi – pericolose reazioni allergiche.

Segnalare quindi la sua presenza è prima di tutto una questione di sicurezza, di cui dovrà occuparsi l’unica società al momento autorizzata alla commercializzazione della polvere, la vietnamita Cricket one. È quest’ultima infatti che nella sua struttura – al grido di “proteine classiche per un mondo moderno”, il motto riportato sul sito dell’azienda – si occupa di allevare i grilli in maniera più naturale possibile – senza cioè usare pesticidi, antibiotici e simili e nutrendoli con mangime 100% vegetale – “raccoglierli” – una volta raggiunto l’apice della crescita e dopo 24 ore di digiuno svuota intestino – e lavorarli – dopo averli lavati più volte, sterilizzati e abbattuti a meno 18 gradi.

A queste tre fasi seguono quelle dell’essicazioni, dell’estrazioni di oli e della macinatura, dopo la quale la polvere viene setacciata per essere parzialmente sgrassata. In questo modo la messa in commercio – preceduta da ulteriori controlli sulla qualità e sicurezza del terreno e del suolo, ad esempio – risulta priva di rischi per la salute umana. Anzi Nutrinsect, un’azienda specializzata nell’allevamento e trasformazione del grillo domestico, dice che quest’ultimo è un ottimo alimento per gli esseri umani per via del suo alto contenuto proteico (circa 3 volte quello della carne), della presenza di un’importante quantità di fibra, calcio, ferro e vitamina B12 (e un retrogusto di nocciola).

Fonte: Italiancricketfarm

Fonte: Italiancricketfarm

Con un impatto ambientale ridotto rispetto ai comuni allevamenti, per via della riduzione, ad esempio, del consumo di acqua e suolo.

Fonte: Italiancricketfarm

Un punto che però non mette d’accordo tutti. Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia, una realtà associativa che unisce agricoltura e industria, ha commentato così: «Nessuno vuole vietare un bel piatto di insetti a chi lo desidera, ma non si racconti la barzelletta della sostenibilità» perché non è questo il modo di salvare il Pianeta. Soprattutto «in un momento in cui la nostra produzione agroalimentare rischia di essere smantellata in nome di una sostenibilità ideologica che vorrebbe trasformare i nostri terreni agricoli in giardini improduttivi». Eppure secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) la produzione di insetti, tralasciando l’aspetto nutrizionale, emette meno carbonio, usa meno acqua – perché gli insetti d’allevamento possono soddisfare il loro fabbisogno idrico dal mangime o dai substrati del terreno e sono in generale più resistenti alla siccità – e impatta ecologicamente meno – per produrre un kg di proteine di insetti commestibili occorre da due a dieci volte meno terreno agricolo rispetto a un kg di proteine di maiali o bovini – rispetto a quella di altre specie animali. Tra l’altro la FAO dice che sono già oltre 2 miliardi le persone che consumano regolarmente più di 2mila specie di insetti in tutto il mondo, principalmente in Sud America, Africa e Asia, per un totale di 140 Paesi.

Fonte: FAO

Elementi da non sottovalutare se si combinano una serie di prospettive future. Le stime infatti dicono che fra trent’anni la popolazione mondiale potrebbe sfiorare i 10 miliardi di individui, ma che intanto le risorse a disposizione – come acqua dolce e terreno coltivabile – per sfamarle potrebbero diminuire. Per questo motivo individuare fonti di nutrimento alternative, sane e più sostenibili può rivelarsi essenziale per evitare che mezzo pianeta si ritrovi a soffrire la fame.

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