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Alla Cop27 il Giappone è deriso per il greenwashing del carbone

Tokyo ha incassato il fossil award del 2022 come primo finanziatore pubblico di progetti energetici centrati su carbone, petrolio e gas

Foto di Tomohiro Ohsumi/Getty Images

In questi giorni alla COP27, la conferenza annuale sui cambiamenti climatici organizzata dalle Nazioni Unite, sotto la luce dei riflettori non ci sono solo i capi di Stato e delle organizzazioni internazionali. A Sharm el-Sheikh, dove si sta tenendo l’evento, sono presenti anche numerosissimi organismi della società civile intenti a richiedere decisioni più audaci per ridurre le emissioni e per domandare maggiore giustizia climatica. E, se necessario, anche a svergognare in pubblico chi alla conferenza tenta di nascondere le proprie responsabilità nella distruzione del clima e dell’ecosistema terrestre. Primo tra i bersagli: il Giappone.

Dopo le molte promesse di paesi e lobbysti dell’industria energetica che a Sharm el-Sheikh hanno cercato di far dimenticare le proprie colpe, c’è anche chi prova a rimettere un po’ le cose in chiaro. La Climate Action Network, una rete di ONG ambientaliste sparse in varie parti del pianeta, negli ultimi giorni ha organizzato un concorso per “premiare” i peggiori responsabili del riscaldamento globale e coloro che più si sono spesi per impedire un accordo sulla lotta al cambiamento climatico. O, per dirla con le parole del gruppo di attivisti, i fossil of the day.

Il Giappon fossile

Il fossil award del 2022 come primo finanziatore pubblico di progetti energetici centrati su carbone, petrolio e gas è stato assegnato al Giappone. Il primo giorno della COP27 la Climate Action Network ha allestito una premiazione dove il presentatore ha nominato Tokyo come il vincitore della competizione con ben 10,6 miliardi di dollari investiti ogni anno tra il 2019 e il 2021 in progetti energetici clima-alteranti.

Sul sito dell’ONG sono riportati per intero i motivi della premiazione del Giappone. «In un anno di disastri climatici senza precedenti, con comunità vulnerabili in tutto il mondo che soffrono l’impatto del cambio climatico, le finanze pubbliche del Giappone fluiscono verso i progetti [energetici] centrati sui combustibili fossili responsabili per questa distruzione piuttosto che finanziare il risarcimento dei danni causati delle proprie emissioni di gas a effetto serra», si può leggere sul sito.

Per Tokyo oltretutto non si tratta nemmeno del primo fossil award. Nel 2021, alla COP26 di Glasgow, l’ONG aveva deriso il Giappone per la propria insistenza sul ruolo dei combustibili fossili nella transizione energetica. In particolare l’anno scorso nel mirino era finito il carbone, il cui superamento è ormai generalmente considerato come inevitabile per contrastare il riscaldamento globale. In quell’occasione il premier Kishida aveva promesso di poter riconvertire l’energia a carbone in un settore a basse emissioni, grazie all’aggiunta di ammoniaca al combustibile che ne avrebbe diminuito il rilascio di CO2.

La seconda vita dell’industria del carbone internazionale

Anche quest’anno la Climate Action Network ha ridicolizzato il greenwashing giapponese della propria industria del carbone, uno dei fossili più inquinanti in assoluto che però contribuisce per circa il 30% dell’energia prodotta nel paese. Nel piano per raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050, il Giappone punta a preservare un ruolo per le proprie centrali a carbone grazie alla graduale aggiunta di ammoniaca (la cui combustione non rilascia CO2) al combustibile, con l’obiettivo finale di sostituire l’uno con l’altra.

Il progetto giapponese (già sperimentato col sostegno del governo in alcune centrali del paese) però ha delle grosse falle secondo gli esperti, tanto che l’analista Paul Martin ha definito l’idea «semplicemente folle». Anche combinando i due elementi in parti uguali, la combustione di ammoniaca e carbone sprigionerebbe più CO2 di altri metodi di produzione dell’energia basati sul gas. Oltretutto, con un rilascio di energia inferiore rispetto all’input richiesto per produrre ammoniaca: secondo alcuni studi, produrne una tonnellata richiede 14,38MWh di energia ma dalla combustione se ne ricavano solo 5,16MWh. Un processo che, dati alla mano, sarebbe ancora molto inefficiente allo stato attuale della tecnologia.

Questo discorso, tra l’altro, prende in considerazione solo l’ammoniaca green, cioè quella prodotta utilizzando esclusivamente energia da fonti rinnovabili. Ad oggi l’ammoniaca green è ottenuta prevalentemente in piccole quantità da laboratori o progetti pilota e il grosso del mercato appartiene a quella che invece viene prodotta grazie al consumo di combustibili fossili. JERA, il leader del settore energetico giapponese che sta sperimentando la combustione di carbone e ammoniaca, ha detto che valuterà l’uso dell’ammoniaca green quando il suo prezzo scenderà.

Un contagio clima-alterante

Il problema quindi non sarebbe risolto. Con l’aumento delle percentuali di ammoniaca bruciate assieme al carbone (dopo un esperimento sulla combustione al 20% di ammoniaca ora si sta valutando di alzare la percentuale al 50%) diminuirebbero le emissioni del Giappone. D’altra parte, se l’ammoniaca non fosse prodotta in modo sostenibile nei paesi d’origine, le emissioni di CO2 sarebbero solo spostate più a monte nella catena degli approvvigionamenti energetici e per il pianeta non ci sarebbero vantaggi.

Le società giapponesi stanno rapidamente replicando il proprio modello anche all’estero. JERA, che in Giappone ha già avviato alcune operazioni, ha investito in una centrale a carbone nelle Filippine con l’obiettivo di riconvertirla alla combustione di ammoniaca. L’azienda ingegneristica IHI, partner giapponese di JERA, ha avviato progetti simili in India, Malesia e Australia.

Ciò che giustamente molti temono è che questa metamorfosi dell’industria del carbone possa servire da giustificazione per continuare a emettere CO2, sotto l’etichetta della transizione alla combustione di ammoniaca green. Quando ciò che servirebbe davvero sarebbe una virata decisa verso tecnologie realmente a impatto zero.

C’è poi il problema del sostegno diretto ai grandi combustibili inquinanti. Non solo le società giapponesi (con avvallo statale) negli ultimi mesi hanno confermato la loro partecipazione ai progetti di estrazione di gas e petrolio russo. Ma il sostegno finanziario concesso per la costruzione di nuove centrali a carbone in paesi emergenti mette in pessima luce il paese che già rappresenta più della metà dei 6,6 miliardi di dollari di finanziamento all’industria del carbone erogati dai paesi del G7.

Un contagio clima-alterante

Da questo punto di vista, Tokyo merita davvero il fossil award che si è guadagnato a Sharm el-Sheikh. Non solo perché il Giappone è il quinto paese al mondo per emissioni di gas a effetto serra, ma soprattutto perché bisogna che il paese trovi il coraggio necessario per adottare azioni radicali.

Il Giappone ha delle obiettive difficoltà morfologiche che ostacolano l’espansione delle energie rinnovabili: scarsa disponibilità di territorio pianeggiante, fondali marini molto profondi, alta esposizione a tifoni e terremoti. Eppure, l’obiettivo fissato dallo stesso governo giapponese per il 2050 è quello di ricavare da fonti rinnovabili il 50-60% del proprio fabbisogno energetico. Un salto importante rispetto al 18% di oggi.

A Tokyo si chiede uno sforzo maggiore nella direzione di una transizione energetica che possa offrire garanzie concrete. Il Giappone lo esige, anche si tratta di uno dei paesi più esposti al mondo ai disastri causati dai cambiamenti climatici. Un altro fossil award alla COP28 dell’anno prossimo non è nell’interesse di nessuno.