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Afghanistan, il paese senza musica

Il ritorno dei talebani rischia di distruggere il lavoro dell’Istituto di musica afghano, che solo cinque mesi fa portò alla mobilitazione contro il governo che voleva vietare la musica alle donne

Le foto e i video dei Talebani all’interno del palazzo presidenziale di Kabul hanno di fatto confermato la loro conquista dell’Afghanistan dopo il ritiro delle truppe americane e alleate, fra le quali il contingente italiano. Un’avanzata lampo che ha sorpreso tutti, ma che ora fa temere in particolare per un balzo indietro nei diritti umani, in particolare delle donne. A poco sono valse le rassicurazioni del portavoce e negoziatore talebano Suhail Shaheen, il quale ha esposto l’intenzione di formare un “governo islamico aperto e inclusivo”. Nella mente di tanti afgani e afgane, sono ancora vivi i ricordi delle misure draconiane imposte alla popolazione.

Dal 1996 al 2001 (e fino a oggi nelle zone che hanno continuato a controllare) vennero messi al bando la musica, i film, la tv – oltre a giochi come il biliardo e gli scacchi, l’alcool, fino allo smalto per le unghie e le riviste di moda – il tutto, però, non a favore di produzioni interne al Paese, ma senza distinzioni per tenere fede alla shari’a, la legge sacra dettata dal Corano e imposta da Dio senza elaborazioni degli uomini. 

Una visione della società attraverso l’Islam che deriva dalla corrente sunnita Deobandi, che enfatizza la solidarietà, l’austerità e la famiglia (ma gestita dagli uomini). Eppure, in questi 20 anni di occupazione le aree controllate dalle forze occidentali erano riuscite a favorire lo sviluppo di progetti artistici di grande rilievo e che hanno messo in luce proprio il ruolo della musica nella possibile svolta democratica dell’Afghanistan.

Il più importante è senza dubbio l’Istituto nazionale di musica afghano (ANIM) creato da Ahmad Naser Sarmast. Dopo due anni di negoziati con il governo erano riuscito nel 2010 a fondare una vera e propria eccellenza nell’educazione musicale attraverso l’istituzione di una scuola dedicata ai giovani e ai bambini svantaggiati. Mentre con il regime talebano la popolazione non poteva imparare a suonare uno strumento, registrare e neppure ascoltare musica di nessun tipo (se non le preghiere del muezzin), grazie a questa realtà le vite di moltissimi giovani erano cambiate potendo finalmente esprimersi in musica e godendo delle opportunità lavorative legate al settore. Una entità indipendente con tutti i requisiti e le strutture paragonabili a qualsiasi programma internazionale di educazione musicale a livello globale.

Un’eccellenza, che ha strappato alla povertà orfani, bambini che lavorano in strada, donne e ragazze e ha favorito l’integrazione, visto che il corpo studentesco era composto da un mosaico di etnie provenienti da tutte le parti dell’Afghanistan. Fra i suoi obiettivi, vi erano quelli di far rivivere le tradizioni musicali afghane, il trasformare la vita attraverso la musica e l’educazione, l’emancipazione delle ragazze e la promozione della parità di genere, la sensibilizzazione della comunità internazionale e il dialogo interculturale.

Un lavoro, quello del professor Sarmast in grado di far crescere una generazione di afgani celebrati in tutto il mondo quando andavano a esibirsi nelle più prestigiose sale da concerto: dalla Carnegie Hall al Kennedy Center, dalla Royal Opera House of Oman, all’Hindustan Times Leadership Summit, senza dimenticare la grande performance alla cerimonia di chiusura del World Economic Forum 2017 a Davos, in Svizzera. Una attività che in un decennio ha affrontato e superato le minacce di morte, le intimidazioni e un attentato suicida dei talebani, ma che alla fine ha fatto nascere – tra gli altri progetti – la Zhora Orchestra, un ensemble sinfonico tutto al femminile che unisce musica occidentale e tradizionale. Qualcosa di impensabile fino a pochi anni prima.

Non solo, perché proprio da quella orchestra è emersa Negin Khpalwak, che a soli 19 anni era la più giovane direttrice d’orchestra dell’Afghanistan. Per la musica, anche lei si è ribellata ai dettami dei talebani e alla sua famiglia conservatrice di etnia pashtun: “Nella mia città non ci sono scuole e studiare musica è impossibile. Mi dicevano che una ragazza non può suonare, che è contro la tradizione”, ha raccontato in una intervista. E invece ha realizzato il suo sogno grazie all’ANIM: “La musica è tutto per me. Mi piacciono Chopin, Beethoven. Anche Tchaikovsky”.

Ma anche indirettamente l’Istituto nazionale di musica afghano aveva contribuito a formare una coscienza musicale e culturale nel Paese, che si è espressa con forza lo scorso marzo quando, forse in previsione di quel che sarebbe potuto accadere con il ritorno dei talebani, una nota del ministero dell’Istruzione afghano aveva ipotizzato di vietare alle ragazze sopra i 12 anni di cantare nelle funzioni scolastiche. Una proposta che suscitò immediato scalpore sui social media, spingendo le autorità a dire che si trattava di un errore e che i suoi autori avevano frainteso l’obiettivo.

Un cambio di rotta dovuto alla mobilitazione che prese il nome di #IAmMySong, dall’hashtag utilizzato dai tantissimi afgani (per lo più giovani e giovanissimi) per far sentire la propria voce contro il possibile ritorno dell’oscurantismo. In merito si era espressa l’attivista per i diritti umani Sima Samar: “Questa è la talebanizzazione dall’interno della repubblica”. L’obiettivo, si era affrettato a sottolineare il governo, non era quello di vietare alle ragazze di cantare, ma di impedire ai giovani di partecipare a eventi pubblici che avrebbero potuto diffondere il coronavirus.

A soli cinque mesi di distanza da questa mobilitazione, con il ritiro delle truppe occidentali, la disfatta dell’esercito afgano che si è arresto senza combattere, la fuga all’estero del primo ministro Ashraf Ghani e la conquista dei talebani della capitale Kabul oltre alla maggioranza del Paese, ci si chiede che fine farà il sogno di rilancio dell’Afghanistan costruito con tanta fatica anche attraverso la musica.