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Affari di famiglia

Dopo l'inchiesta che vide coinvolto il padre di Maria Elena Boschi, in questi giorni a far discutere è il caso di Renzi senior, Tiziano. Ma l'ex premier è solo l'ultimo nome di una lista foltissima di politici messi nei guai dalla famiglia

Matteo Renzi, foto di Simona Granati/Corbis via Getty Images

Matteo Renzi, foto di Simona Granati/Corbis via Getty Images

Se la moglie di Cesare, ma anche genitori, figli e possibilmente persino i cugini lontani, devono essere al di sopra di ogni sospetto non è mica per questioni di etica o morale. È perché ogni loro passo falso potrebbe ritorcersi contro Cesare stesso. Lo sta sperimentando in questi giorni Matteo Renzi: personalmente l’inchiesta Consip non lo sfiora, ma il coinvolgimento di papà Tiziano, molto più di quello del fraterno amico e ministro dello Sport Luca Lotti, gli sta comunque franando addosso. Non è la prima volta per il ragazzo di Rignano. La popolarità dell’allora premier, sino a quel momento altissima, iniziò a precipitare, senza più fermarsi, dopo l’increscioso caso Banca Etruria, nel quale figurava in bella vista il papà di Maria Elena Boschi, allora la figura più eminente del governo dopo di lui. Nei giorni successivi alla mazzata elettorale del referendum, bastava prestare orecchio a un qualsiasi crocicchio renziano per sentire i sospironi: “Ahhh, se Matteo avesse mollato la Boschi!”. Ma non c’era bisogno di sperimentare in prima persona il peso letale degli affari di famiglia sulle sorti dei leader politici. La storia della Repubblica abbonda di esempi eloquenti.

Attilio Piccioni e il caso Montesi

Quando l’11 aprile 1953 fu ritrovato sulla spiaggia di Torvaianica il corpo di Wilma Montesi, bella ragazza romana scomparsa due giorni prima, Attilio Piccioni era vicepresidente del consiglio, ministro degli Esteri, indicato come probabile futuro capo del governo e della Democrazia cristiana dopo Alcide De Gasperi. Un pezzo da novanta.

La morte della ragazza era un rompicapo che del resto non è stato mai risolto. Wilma era senza scarpe, calze, gonna e reggicalze, ma per il resto perfettamente truccata e, come la pruderie dei tempi si affrettò ad accertare, “illibata”. Nessun segno di violenza. Impossibile capire chi o cosa le fosse stato fatale. Di sospetto c’era però la fretta con cui la polizia si affrettò a chiudere il caso, indicando come improbabilissima causa del decesso un pediluvio marino. La poveretta, azzardarono gli investigatori incuranti del ridicolo, aveva le mestruazioni. Si sa che bagnarsi i piedi in quelle condizioni può essere micidiale caso chiuso.

Lo riaprirono i giornali che non abboccarono. La bomba la lanciò un giornalista di Vie nuove, periodico del Pci. Marco Cesarini Sforza, figlio di un cattedratico di chiarissima fama, buttò giù nero su bianco la voce già circolante secondo cui più che dell’incauto pediluvio la ragazza era stata vittima di un torbido festino a cui aveva partecipato anche il compositore Piero Morgan, uno dei migliori jazzisti italiani, fidanzato con una delle principali star di Cinecittà, Alida Valli. All’anagrafe Morgan era registrato come Piero Piccioni, figlio di Attilio. Cesarini Sfora ritrattò, ma qualche mese dopo una testimone tirò di nuovo fuori la storia della festa a base di perverse droghe. Lo scandalo rirpese lena: non avrebbe più abbandonato le prime pagine per anni. Piero Piccioni ne uscì pulito. Il padre ne uscì distrutto.

La lunghissima vicenda travolse però anche un altro esponente politico, Giuseppe Sotgiu, principe del foro e presidente comunista della Provincia di Roma. Difendeva uno dei giornalisti che avevano accusato il giro di amici festaioli del quale faceva parte Piccioni. Le sue frecciate al curaro contro l’ipocrisia dei democristiani baciapile di giorno e lussuriosi di notte arrivavano a getto continuo. Un paio di cronisti, probabilmente grazie a una soffiata dei servizi, lo sorpresero mentre si recava con la moglie in un bordello dove la signora s’incontrava con un minorenne di fronte al marito voyeur. La carriera di avvocato di Sotgiu non conobbe battute d’arresto. Quella politica finì quel giorno.

Giovanni Leone e signora

Nel 1964 Giovanni Leone, uno dei leader più in vista della Dc, aveva alle spalle 8 anni di presidenza della Camera e un rapido giro alla guida del governo. Era in pole position per la nomina a capo dello Stato dopo le dimissioni di Antonio Segni, colpito da ictus. La Dc lo candidò ma nella guerra interna durissima che travagliava lo scudo crociato c’era chi di quell’ascesa non voleva saperne.
Il tallone d’Achille di Leone era la moglie Vittoria Michitto. Era bella, intelligente, più giovane del marito di vent’anni, più alta di una decina di centimetri e passa. Per i criteri dell’Italietta anni ’60 una così non poteva che riempire il consorte di corna. Il docente e padrino politico del promettente Giovani, Enrico De Nicola, primo presidente della Repubblica italiana, vedendo la ragazzona aveva subodorato i guai sin dal primo momento. «Sai – aveva provato inutilmente a convincere il pupillo – secondo me un politico non dovrebbe mai sposarsi».

Leone invece convolò e i pettegolezzi iniziarono a fioccare sin dal primo istante. Al momento dell’elezione del primo cittadino il Sifar li raccolse in accurato dossier, corredato da fotomontaggi che squadernavano la papabile first lady in pose licenziose, e la candidatura Leone affondò. Sette anni dopo Leone decise di riprovarci e i servizi, che avevano cambiato nome ma non modus operandi, pure. In occasione di una crociera alla quale prendeva parte la coppia imbracarono un paio d’agenti travestiti da camerieri con la missione di cogliere in fallo la libertina. Ce la misero tutta. Origliarono, scattarono foto, perquisirono la cabina da cima a fondo. Tutto quel che riportarono a casa furono le immagini del futuro presidente che cantava a squarciagola.

La Prima linea di Francesco Cossiga

Con i tempi anche il tiro al parente cambia. Dal dopoguerra a tutti gli anni ’60 l’oggetto preferito dei dossier era stata la vita sessuale dei potenti, e più di una volta il bersaglio era stato colpito e affondato. Nei decenni successivi il letto viene sostituito dalla corruzione, passando però per vicende più sanguinose. Nel 1980 Francesco Cossiga era presidente del consiglio. Ministro degli Interni durante il sequestro Moro, si era dimesso dopo l’uccisione del presidente della Dc e il fatto era così inusuale che l’ex ministro era uscito dalla vicenda tanto bene da essere nominato capo del governo l’anno seguente.

Carlo Donat-Cattin, capo della sinistra Dc, era uno degli uomini più importanti del partito e del Paese: ministro senza interruzioni dal 1969 al 1978, vicesegretario unico del partito. Il figlio Marco era invece uno dei principali capi militari di Prima linea, responsabile dell’assassinio del giudice Emilio Alessandrini. A parlare del suo ruolo fu all’inizio del 1980 il primo grande pentito delle Brigate rosse: Patrizio Peci. I verbali dei suoi interrogatori arrivarono alla stampa, ma senza la pagina che conteneva il riferimento a Marco Donat-Cattin. Il mandato d’arresto contro il “comandante Alberto”, nome di battaglia di Donat-Cattin, fu spiccato agli inizi di maggio ma il ragazzo era già fuggito in Francia, dove fu comunque arrestato 8 mesi dopo.

Roberto Sandalo, pentito di Prima linea, dichiarò però che quella fuga era stata consigliata dal primo ministro Cossiga. Era stato lui ad avvertire per tempo il compagno di partito: «Un conto è che venga arrestato fuori confine, un conto è che venga arrestato ora in Italia». Cossiga fu deferito alla commissione inquirente della Camera, che scelse di non credere alle parole di Sandalo, di distrarsi di fronte alle evidenti contraddizioni nella ricostruzione dei due leader politici e di archiviare. Sia Donat-Cattin che Cossiga finirono comunque in panchina per cinque anni. Poi il primo tornò ministro, il secondo diventò presidente della Repubblica.

La casa di Elisabetta

Quando Gianfranco Fini era sulla cresta dell’onda, leader incontrastato di An, numero due del centrodestra, delfino di re Silvio, i commentatori indicavano nella moglie, Daniela Di Sotto il punto debole. Non che fosse chiacchierata o sospetta di disonestà. Era solo troppo rumorosa e appariscente, troppo orgogliosa del suo passato d’estremista nera, troppo sfegatata sugli spalti della Lazio.
A seppellire la carriera politica di Fini, invece, è stata la seconda moglie, Elisabetta Tulliani, vent’anni meno del marito e una discreta carriera di conduttrice tv già avviata. Presentabile in società, a differenza di Daniela, ma con qualche ombra che avrebbe dovuto insospettire Fini. Il precedente compagno, Luciano Gaucci, le aveva fatto causa accusandola di essersi portata via, complice la confusione del crack Gaucci, case, terreni e quadri di valore. Un capitale.

Nel luglio 2008 An vende sottocosto a una società offshore, che rivende subito a un’altra offshore, la pregiata casa di Montecarlo lasciata in eredità al partito dalla camerata contessa Colleoni. Gli acquirenti affittano subito a Gianfranco Tulliani, fratello di Elisabetta. Tulliani è in realtà il titolare effettivo delle due offshore, ma per l’acquisto, del resto a buon mercato, i soldi li ha messi Francesco Corallo, imprenditore catanese re delle slot machines, arrestato nel dicembre scorso. Dopo qualche anno Tulliani rivende a prezzo quadruplicato e deposita sui conti all’estero del papà suo e di Elisabetta, Sergio Tulliani. La faccenda emerge dopo la rottura tra Berlusconi e Fini, e costa all’ex delfino l’intera carriera politica. Ma il prezzo potrebbe essere più esoso: da dicembre è indagato con i Sergio e Gianfranco Tulliani.

Lo sport è antico, ma per la caccia al parente la legislatura in corso nel 2013 è un’apoteosi. Ha iniziato Josefa Idem, ex campionessa olimpica, ministra lampo delle Pari opportunità dal 23 aprile al 22 giugno 2013, quando si dimette per “irregolarità” nei conti previdenziali e nel pagamento delle rate Imu e Ici. Guaio, pare, provocato dal consorte. Il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi si dimette invece nel marzo 2015, per i regali (un rolex d’oro) e i lavori fatti avere al figlio Luca dall’imprenditore arrestato per una serie di scandali legati agli appalti pubblici Stefano Perotti. Matteo Renzi, insomma, è in folta compagnia. Ma è improbabile che basti a consolarlo…

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