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Abbiamo davvero bisogno del “partito di Fedez”?

Secondo un recente sondaggio, il 17% degli italiani vede di buon occhio una discesa in politica di Fedez, e il 5% lo voterebbe. Potrebbe essere il modo per far ripartire la sinistra?

Dopo il suo discorso dal palco del concerto del Primo Maggio, diventato un caso per le polemiche sulla censura da parte della Rai e trasformatosi a tutti gli effetti in un evento politico, si è sentito fare di frequente una battuta: la sinistra riparta da Fedez. Come al solito lo si diceva per prendere in giro l’incapacità della sinistra italiana di darsi un programma preciso, di tirare fuori delle idee e di imporsi con quelle, affidandosi invece sempre al leader carismatico, all’uomo della Provvidenza, sul cui carro saltare per vivere di rendita col minimo sforzo. Ma in questo caso la frase potrebbe diventare qualcosa di più che una battuta.

Come riporta Open, infatti, Swg ha pubblicato un sondaggio in cui viene chiesto a un campione di intervistati di dare un giudizio sul possibile ingresso in politica di Fedez. E i risultati sono decisamente notevoli: il 17% degli intervistati vedrebbe di buon occhio la candidatura – da indipendente, non accostato a nessun partito – di Fedez; il 12% pensa che porterebbe “una ventata di novità”; il 5% pensa che “potrebbe avere un suo seguito se volesse fondare un nuovo partito”. Come prevedibile, i risultati sono ancora più interessanti se li si divide per fasce d’età. Tra i millennial Fedez prenderebbe il 24%, tra la generazione Z il 27%. Insomma, un singolo discorso in diretta tv e una settimana di polemiche hanno avuto davvero un impatto sulla politica italiana, e ora Fedez vale (almeno sulla carta) più di Renzi, Calenda o Bonino.

L’espressione chiave è “sulla carta”. Perché è vero che l’Italia ha avuto, negli ultimi anni, la sua buona dose di personaggi non propriamente politici in grado di dettarne i tempi e le regole della politica – dal circo di nani e ballerine dell’ultimo berlusconismo all’ascesa di Beppe Grillo e del M5S (per cui, tra l’altro, nel 2014 Fedez ha scritto un inno). Ma è anche vero che in quei casi c’è sempre stata una struttura dietro il singolo “volto” pubblico: lo stesso Beppe Grillo si appoggiava ai V Day, alle piazze infuriate contro la “casta” e convogliate poi in un movimento politico che si presentava come un’alternativa “dal basso” alla vecchia politica. Il caso dell’ipotetico “partito di Fedez” è diverso: non un volto noto che si mette alla testa di un movimento in cui “ognuno vale uno” ma un movimento che già in partenza nasce seguendo passivamente l’influencer di turno.

Ciò non vuol dire che non possa funzionare. Come scrivevamo subito dopo il Primo Maggio, oggi che la politica è sempre più spettacolo e i politici creano e gestiscono i propri brand personali pensando meno alle idee e più alle emozioni degli elettori, gli influencer si trovano sfidati dalla politica sul loro terreno e hanno gioco facile a inventarsi politici loro stessi. Il caso di Fedez è particolarmente emblematico: negli ultimi mesi, già prima del suo discorso contro la Lega dal palco del Primo Maggio, il cantante aveva compiuto alcune azioni che si possono definire “politiche”: si era espresso sul ddl Zan e sulla campagna vaccinale in Lombardia, aveva raccolto fondi per sostenere l’ospedale San Raffaele durante la fase più dura dell’emergenza Covid e poi per i lavoratori dello spettacolo.

La vera domanda da porsi non è, quindi, se il partito di Fedez possa funzionare o meno, o se l’Italia sia più o meno pronta per avere un leader politico ricoperto di tatuaggi che oltre ai sondaggi guarda le classifiche FIMI. Anzi, si potrebbe dire che col partito di Fedez la politica tornerebbe a riempire gli stadi, anche se in tutt’altro modo. Ma la domanda da farsi è un’altra: abbiamo bisogno che Fedez scenda in politica? A prima vista potrebbe sembrare che sì, ne abbiamo bisogno – del resto del ddl Zan ne ha parlato lui, non la politica, nonostante quelle parole l’Italia avesse bisogno di sentirle e almeno una parte del Paese non vedesse l’ora di sentirle. Fedez ha avuto un coraggio che alla politica è mancato.

Ma se ha avuto tale coraggio è proprio perché Fedez non è un politico e ha un ruolo e responsabilità diverse. Senza voler fare i nostalgici della Prima repubblica, quelli che “la politica è una cosa seria”, non si può non impallidire pensando a Fedez in giacca e cravatta, impegnato in sottili negoziazioni, tit-for-tat e intrighi di palazzo. Per quanto spettacolare, la politica è ancora quello. La dimensione di campagna elettorale perenne a beneficio dei social non ha cancellato quella istituzionale: anzi, se possibile ne ha aumentato l’importanza. È il punto che i populisti non hanno mai capito. C’è una dimensione “di lotta” e una “di governo” ma dato che solo la prima è sempre sotto i riflettori si tende a pensare che la politica stessa si esaurisca tutta lì.

Quindi no, non ci serve il “partito di Fedez”. Non tanto perché non sarebbe in grado di districarsi in quell’ambiente (concediamogli il beneficio del dubbio, del resto anche i grillini dopo anni nel Palazzo qualche mossa l’hanno imparata) quanto perché le stesse iniziative che più sopra abbiamo definito “politiche” di Fedez segnalano che il suo ruolo è un altro: quello della società civile che sulla politica fa pressione. Un pezzo di società civile bello grosso, potente e influente, in grado di far davvero da sponda a una sinistra che, se vuole ripartire, deve risolversi lei i suoi problemi