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A 42 anni dalla scomparsa di Graziella De Palo e Italo Toni, i dubbi sono ancora troppi

Il 2 settembre del 1980 spariscono a Beirut due giornalisti: indagavano sul traffico d'armi tra l'Italia e il Medio Oriente. Quattro decenni dopo la verità ancora non esiste

Tutti muoiono. Anzi, quasi tutti. In alcuni casi non si può dire, forse non si sa o forse non si vuole sapere. È il caso di Italo Toni e Graziella De Palo, due giornalisti che il 2 settembre del 1980 erano a Beirut e sarebbero dovuti partire verso il sud del Libano ma sono scomparsi nel nulla.

Erano anni in cui i giornalisti, volendo, potevano ancora fare il loro mestiere: prendevano e partivano, indagavano, tornavano con articoli che erano autentici pezzi di storia. Italo Toni aveva 50 anni e si era fatto un nome perché nel 1968, su Paris Match, per primo rivelò al mondo l’esistenza di campi di addestramento per guerriglieri palestinesi. Graziella De Palo di anni ne aveva meno della metà, 24, aveva lavorato per l’agenzia di stampa del Partito Radicale e per l’Astrolabio, la storica rivista degli indipendenti del Pci e da qualche tempo scriveva per Paese Sera, con il direttore Giuseppe Fiori che era ben lieto di pubblicare i suoi pezzi che scavavano nel mondo dei servizi segreti. La sua storia è stata ricostruita da Loredana Lipperini, sua collega e stretta amica, nel libro L’arrivo di Saturno (2017) e poi nel podcast Omissis, realizzato dalla Rai.

Graziella e Italo, alla fine dell’estate del 1980, erano partiti per il Libano per indagare sul traffico di armi tra il Medio Oriente e l’Italia, tra le pieghe del “Lodo Moro”, il patto informale di non belligeranza tra la Repubblica e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina che consentiva, in buona sostanza, ai palestinesi di usare la penisola italiana come base per armi e guerriglieri in cambio della garanzia di evitare al paese attentati.

Il giorno prima di sparire, Toni e De Palo erano andati all’ambasciata italiana di Beirut per comunicare la loro intenzione di andare verso sud, in casa dell’Olp. Il viaggio era stato organizzato, i contatti erano stabili e noti, una jeep era pronta per loro. Ma le notizie finiscono qui, almeno quelle suffragate da prove certe.

Il resto della storia è una rincorsa della verità che conduce quasi sempre a vicoli ciechi sorvegliati da guardiani silenziosi. Che le cose si fossero messe male si era capito quasi subito: malgrado le rassicurazioni, l’ambasciata italiana comincia a muoversi solo due settimane dopo la scomparsa. Bisognerà aspettare ottobre, poi, perché il ministero degli Esteri a Roma decida di aprire un fascicolo, affidandolo al colonnello Stefano Giovannone, capo del Sismi a Beirut e non, come ci si sarebbe aspettato, all’ambasciatore Stefano d’Andrea.

Giovannone, stando ai racconti della famiglia De Palo, ha sempre tenuto un atteggiamento sfuggente, ambiguo, talvolta contraddittorio: prima racconta che Graziella è in una località segreta con donne arabe a farle la guardia e poi dice che non c’è alcun motivo per ritenerla ancora in vita. Al processo per la scomparsa dei due giornalisti, peraltro, sarà lui il primo a invocare il segreto di Stato sui rapporti tra il Sismi e l’Olp. De Palo, nei suoi articoli, si era occupata di lui e, senza tuttavia mai farne il nome, lo aveva descritto come il referente delle industrie italiane di armamenti in Medio Oriente.

È il 1981, il 18 aprile, quando la famiglia di Graziella incontra a Damasco il leader palestinese Yasser Arafat: lui sostiene che la giornalista sia nelle mani della milizia cristiano maronita e promette la sua imminente liberazione. Qualche mese dopo, il 14 gennaio del 1982, la procura di Roma apre un’inchiesta. L’anno successivo i De Palo tornano ancora una volta in Libano accompagnati da alcuni giornalisti italiani e incontrano Aby Ayad, il capo dei servizi segreti dell’Olp, che ripete ancora una volta la storia dei rapitori cristiano maroniti, che però smentiscono: del resto, Beirut non era “zona loro” e difficilmente avrebbero potuto mettere in piedi un’operazione da quelle parti. Nel 1985 la procura di Roma dirama un mandato d’arresto internazionale per George Habbash del fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, accusato di aver ucciso Toni e De Palo. L’anno precedente, però, il presidente del consiglio Bettino Craxi aveva ufficialmente apposto il segreto di Stato sulla vicenda.

Insieme al mandato per Habbash, comunque, il giudice titolare dell’inchiesta in Italia aveva anche chiesto il rinvio a giudizio del colonnello Giovannone e del direttore del Sismi Santovito per favoreggiamento. Il proscioglimento di tutti e tre, comunque, arriverà nel giro di un anno per mancanza di prove. La storia finisce qui. Almeno fino al 2009 quando Francesco Rutelli, all’epoca senatore, decide di convocare in audizione al Copasir il fratello di Graziella. Qualche mese prima la famiglia De Palo aveva infatti chiesto al premier Silvio Berlusconi di togliere il segreto di Stato messo da Craxi. Il Copasir si dichiara favorevole e ottiene la desecretazione di oltre mille documenti in possesso dell’Aise (il nuovo nome del Sismi). Di novità, ad ogni modo, ce ne sono poche: le carte rese disponibili non riguardano direttamente la scomparsa dei due giornalisti né rivelano qualcosa di rilevante sul Lodo Moro. Così avverrà anche nel 2014, quando il governo Renzi approvò la desecretazione di altri documenti: niente di rilevante, niente di risolutivo.

L’ultima traccia è del 2019, quando la procura di Roma apre una nuova inchiesta e, grazie a un testimone anonimo, mette in piedi la tesi che De Palo e Toni stessero indagando sulla Strage di Bologna, avvenuta esattamente un mese prima della loro scomparsa, percorrendo la via della cosiddetta “pista libanese”. Tra le carte dell’inchiesta emerge il nome di Abu Azeh Saleh, esponente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina fermato a Bologna nel novembre del 1979 perché accusato di essere il garante del trasporto di due missili-terra aria destinati ai guerriglieri palestinesi.

La verità resta appesa a una serie di ipotesi, di piste che si mischiano tra di loro e che, anche a distanza di decenni, non vengono chiarite. Italo e Graziella, in questo momento, per la Repubblica Italiana non sono né vivi né morti, ma ancora sospesi nel labirinto della politica internazionale degli anni ’70 e ’80: quando non ci dicevano niente e capivamo tutto. Mentre oggi che ci dicono tutto, non capiamo più niente.