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21 milioni di euro per 25 pazienti: breve storia dell’ospedale COVID in Fiera Milano

Doveva essere "un'astronave" capace di ospitare 600 pazienti, ora rischia di chiudere portandosi dietro la narrazione politica della Regione Lombardia e le ambizioni dell'assessore Gallera

Gli interni dell'ospedale lo scorso 31 marzo. Foto MIGUEL MEDINA/AFP via Getty Images

Ieri, in un’intervista a Fanpage, il professor Antonio Pesenti – primario di anestesia del Policlinico di Milano e direttore dell’unità di crisi per le terapie intensive della regione Lombardia – ha dichiarato che probabilmente “a breve chiuderemo le attività della Fiera se le cose vanno avanti così. E per breve intendo entro un paio di settimane.” Si riferisce all’ormai famoso ospedale in Fiera, della cui gestione è il responsabile effettivo. In questo momento, la struttura ospita solo 5 ricoverati e il sito sembra essere stato aggiornato l’ultima volta a metà aprile.

L’ospedale in fiera avrebbe dovuto essere la risposta lombarda alla pandemia, che ha colpito duramente la regione. Inaugurato il 31 marzo dopo due settimane di lavori frenetici diretti da Guido Bertolaso e finanziato con 21 milioni di euro provenienti da donazioni private, è però andato incontro a un destino inaspettato: è rimasto infatti sempre quasi vuoto, anche nei periodi di contagio più elevato. Ora il peggio sembra essere alle spalle, e a solo un mese e mezzo dalla sua inaugurazione la sua chiusura è una possibilità concreta. E anche se non dovesse arrivare – “probabilmente l’ospedale rimarrà a disposizione per future emergenze” ha detto poi lo stesso Pesenti – si è molto lontani dalla narrazione di un successo.

Come si è arrivati a costruire quella che rischia di diventare una cattedrale nel deserto, nonostante sia nel centro di Milano? A marzo servivano alla svelta dei posti di terapia intensiva: secondo il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, molti pazienti lombardi erano nella condizione di essere letteralmente “lasciati morire”. La Lombardia si è mossa indipendentemente dal governo e ha raggiunto lo scontro frontale con Conte, in particolare quando Attilio Fontana ha a deciso di nominare Guido Bertolaso come proprio “consulente personale” per la costruzione dell’ospedale in Fiera.

Nonostante Bertolaso – che poco dopo la sua nomina è stato contagiato dal Coronavirus e costretto alla quarantena, perdendosi anche la controversa cerimonia d’inaugurazione – avesse definito la struttura “un’astronave” e la giunta lombarda avesse cercato di presentarla come una dimostrazione della propria efficienza, fin da prima dell’inaugurazione era chiaro che l’ospedale in Fiera correva il rischio di diventare una barzelletta.

In origine, secondo le stime fornite da Fontana, i pazienti che avrebbero dovuto essere ospitati avrebbero dovuto essere addirittura 600, scesi poi a 400, 208, per poi averne operativi effettivamente 53 il giorno della propria apertura. In questo arco di tempo sono stati ospitati, in totale, solo 25 pazienti. L’intera struttura è costata 21 milioni di euro È facile notare, con un semplice calcolo, che per ogni paziente sono stati spesi 840 mila euro. Alla prova dei fatti, al suo interno non si sono mai trovati più di 15 pazienti per volta. 

Le critiche hanno riguardato non solo il profilo economico dell’opera, ma soprattutto quello della sua effettiva utilità clinica. Secondo Michele Usuelli, consigliere regionale di +Europa, all’inizio “la strategia [per reperire posti in terapia intensiva] era quella giusta: chiudere le chirurgie non urgenti per sfruttare i letti di risveglio che si trovano accanto alle sale operatorie, già dotati degli agganci per aria compressa, vuoto e ossigeno. All’improvviso si è abbandonata la strada giusta per questa soluzione miracolistica. Una scelta senza senso perché la strategia giusta c’era già.”

Anche molti medici milanesi, come Giuseppe Bruschi dell’ospedale di Niguarda, hanno fatto notare che sarebbe stato più intelligente rafforzare le strutture sanitarie esistenti. Secondo Bruschi “l’ospedale in Fiera non aggiunge neanche un posto in più alle terapie intensive già presenti a Milano. Ci si limita a spostarle da un luogo ad un altro, in questo caso dicono che hanno portato in Fiera il personale della Mangiagalli,” facendo notare anche che non ha senso costruire un ospedale solo di terapie intensive. Inoltre si è pensato a trovare freneticamente macchinari, ma non medici e infermieri. Il risultato è stato che la struttura ha avuto a disposizione pochissimo personale, trovandosi completamente azzoppata. 

Non riuscendo a trovare i medici, si è provato almeno a trovare i pazienti. Secondo membri del consiglio regionale appartenenti a diverse forze d’opposizione, come Fabio Pizzul del Pd e il già citato Usuelli, alla fine di aprile sarebbero stati trasferiti nella struttura pazienti che non ne avevano bisogno, dietro mandato della regione. Una pratica potenzialmente rischiosa per la salute dei trasferiti. Anche così, però, i pazienti non sono aumentati in modo significativo.

Anche se i soldi sono venuti da donazioni private, tra cui si segnalano i 10 milioni di euro versati da Silvio Berlusconi, va segnalato che, ad oggi, non sono ancora chiari i conti e le spese precise sostenute per la costruzione dell’ospedale. Un’occorrenza che getta altri dubbi sul fatto che, come asserito da Bertolaso e dalla giunta, l’opera debba essere presa a modello per altre strutture del genere in tutto il paese.

Alla costruzione dei Covid-hospital, infatti, è sembrato interessato anche il governo. Il 28 aprile, secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, i Covid-hospital venivano definiti “uno dei 5 punti strategici del piano sanitario per la fase 2 della convivenza con il virus.” Tra tutte le regioni, però, solo le Marche sembrano essere decise a imitare in tutto e per tutto il modello lombardo: l’11 maggio lo stesso Bertolaso ha accompagnato il presidente della Regione Marche per un sopralluogo in quello che sarà il Covid-hospital di Civitanova Marche, anch’esso in un’area fieristica. Dovrebbe poter ospitare 84 pazienti, ma non è ancora chiaro quando aprirà.

Il fallimento dell’ospedale in Fiera Milano sarebbe un colpo piuttosto duro per la narrazione politica della giunta regionale lombarda, che continua a considerare il proprio sistema sanitario come un modello, e soprattutto per l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera, che nei suoi giorni di massima popolarità a fine marzo era dato come possibile candidato sindaco di Milano per il centrodestra ed è oggetto di una strana adorazione sui social – dove esiste il gruppo Facebook TUTTI PER GIULIO GALLERA.

Qualsiasi sarà il destino dell’ospedale in Fiera, è fuor di dubbio che gli ospedali lombardi sono stati sottoposti a una pressione senza precedenti durante la pandemia, con una situazione che è cominciata a tornare a una parvenza di normalità solo negli ultimi giorni. Se la cosiddetta “astronave” è stata una risposta a uno scenario di emergenza, oggi è abbastanza chiaro che è stata una risposta sbagliata.

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