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X Factor 13, il giorno dopo: il programma è diventato prevedibile?

L'edizione non ha fatto grandi numeri in termini di audience e di streaming e sta ricevendo molte critiche. Forse è perchè ormai il programma è diventato una macchina che va avanti da sola

Sfera Ebbasta - Foto via sito ufficiale Sky

Il giorno dopo, emanano tutti un’aria di serena stanchezza, decompressione, perdurante incredulità per aver vissuto il surreale non-tempo all’interno della macchina da talenti. Welcome (outside) the machine, ragazzi di XFactor13. In un’edizione che ha ricevuto – e sta ricevendo – critiche sorrette da numeri non proprio stratosferici di audience e di streaming, colpisce la tranquillità di chi non ha vinto. In parte è perché la Storia insegna che molto spesso il pubblico ha poi premiato i presunti perdenti.

Ma in parte è grazie al legame creatosi tra i concorrenti, soldati in una trincea fatta di musica e di separazione da un mondo esterno che nei due mesi di centrifuga brianzola, diventa tutto da interpretare. In questo modo, invece che ingaggiare acerrime rivalità che forse farebbero bene all’Auditel, i concorrenti diventano amici (…con la minuscola) con livelli di profondità non sempre consentiti nel mondo reale, come racconta Federica dei Booda: “Stare senza telefonini per due mesi sembra impossibile… Invece permette di conoscere davvero le persone, e insegna a non annoiarsi mai”. O come spiega Davide Rossi: “Il momento peggiore per me è stato quando sono rimasto l’ultimo della mia squadra, non c’era più Lorenzo e mi sono ritrovato a vivere tutto quanto da solo”. Alla fine, la vittoria della pulcina del gruppo, la 17enne Sofia Tornambene con la sua A domani per sempre – scritta all’età di 14 anni – potrebbe aver beneficiato anche di un certo clima protettivo creatosi nel gruppo, al quale non è estraneo Sfera Ebbasta, che come testimoniano i genitori della vincitrice si è rivelato tutt’altro che sulfureo ma anzi, molto rispettoso anche della personalità musicale di Sofia.

E tuttavia, tutto questo è positivo per il fatidico storytelling? “Se il pubblico vuol vedere gente che litiga, è un problema suo”, alza le spalle Martina, bassista dei Booda. “Se ci ha guardato meno gente, a noi magari fa gioco, vuol dire che chi non è interessato alla musica ma ad altre dinamiche era altrove”, riflettono nella Sierra.

In realtà la macchina con la X dava qualche segno di prevedibilità già negli anni scorsi, ma i numeri che spaccavano permettevano di mascherare il tutto e anzi, di proseguire compiaciuti e convinti sul proprio percorso, senza uscire dalla comfort zone. Ma qualche input un po’ tensivo da parte dei giudici (“Manca l’erotismo”) (“Non riesco a capire come collocarti”) palesava un implicita ammissione dell’incapacità del programma di costruire coi talenti che si ritrovava, e di imporre una qualità diversa al pubblico.

Per esempio, la minore autorevolezza della grande X suoi suoi spettatori è nella confessione di Massimo e Giacomo quando ricordano come momento peggiore in assoluto i fischi assordanti del pubblico non appena la Sierra era stata scelta da Samuel (che non ha mancato di ricordare un po’ perfidamente la cosa in finale), salvo poi diventare i più apprezzati su Spotify. E nel racconto a microfoni spenti di come sono stati girati i videoclip (sostanzialmente: in fretta e furia, non consone a un aspetto cruciale della carriera di un artista contemporaneo) emerge anche un po’ di superficialità data da un eccesso di sicurezza da parte della casa discografica. Nella quale, chissà, forse ultimamente si tende a lasciar fare alla macchina, limitandosi a buttarci dentro dei giovani musicisti. Welcome to the machine: tanto, se poi qualcosa non funziona, vi diranno che non avevate l’X Factor.