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Tre anni senza Giulio Regeni

Un viso pulito, braccialetti e striscioni gialli con scritte nere: perché “verità per Giulio Regeni” non è solo uno slogan ma una battaglia di civiltà

Foto IPA

Mio padre non è mai stato un estremista. E non lo è neanche adesso. È un uomo libero, che ho visto furioso, cupo, orgoglioso solo quando mi ha raccontato di Salvador Allende – “il giorno dopo la sua morte fu l’unico in cui scioperai per un motivo politico”, – indignato per la vergognosa verità di Stato che nascondeva l’eroismo di uno statista che pagò con la vita la sua fede nella democrazia. E ancora quando, un po’ più grande, mi raccontò delle stragi di Stato. E dei segreti di Stato. E se le prime almeno trovavano un responsabile nel lato oscuro del paese, pieno di poteri deviati, i secondi non mi fanno dormire ancora oggi. Penso a Ustica o alla strage di Bologna, così lontane e così diverse (curiosamente quel DC9 partì proprio dalla città felsinea), quanto mi vergogno quando qualche amico da fuori mi chiede cosa sono. Spiegarle è avvilente.

Ecco, credo che a mio figlio io invece racconterò di Giulio Regeni. La sua morte, anzi il suo feroce, insopportabile assassinio è una macchia indelebile sulla coscienza collettiva di questo paese. Un dolore che non dovrebbe darci tregua.

Un ragazzo, intelligente e vitale, idealista e pulito, nel senso più nobile del termine, in Egitto fa quello che gli riesce meglio: studia, fa ricerche, lotta per la verità, sta dalla parte di chi soffre e non di chi gli converrebbe. Vive senza abbassare la testa, occhi limpidi e voglia di capire. In un mondo in cui contano solo i muri, i pregiudizi, il potere e la menzogna, è un peccato mortale. Letteralmente, perché 3 anni fa Giulio Regeni fu rapito, massacrato, infine trovato morto in un fosso sul bordo dell’autostrada per Alessandria, in Egitto, non lontano da una prigione dei servizi segreti locali. Era il 3 febbraio 2016 ed era così malridotto e mutilato che la madre riuscì a riconoscerlo solo dalla punta del naso. Paola e Claudio, i genitori, e la sorella Irene – il loro coraggio, la loro dignità sono un faro, ogni giorno, grazie – dissero che su quel volto irriconoscibile videro “tutto il male del mondo”. Non stiamo però qui a ricordare tutto l’orrore di quell’omicidio, né i tentativi di depistaggio, molti dei quali grotteschi: Giulio ha vissuto un’ulteriore tortura, quella alla sua memoria, con il regime di Al Sisi che è arrivato a massacrare più persone per inscenare un teatrino misero con tanto di ritrovamento dei suoi documenti in un van, a incarcerare più persone colpevoli solo di aiutare la famiglia Regeni, di insinuare sulla vita privata e universitaria di questo ragazzo menzogne ignobili, di mentire ad almeno tre governi italiani, con i quali mantiene però rapporti economici (Eni, ma non solo) fiorenti e rigogliosi.


Rapporti, che va dato atto, ha minacciato di far interrompere il presidente della Camera Roberto Fico, dopo l’ennesimo schiaffo alla verità di Al Sisi e i suoi, una nuova interruzione di una cooperazione promessa e mai avvenuta. Fico, che a parole spesso prende le posizioni più coraggiose ma che raramente dà ad esse seguito con i fatti, ha interrotto i rapporti del suo ramo del Parlamento con l’Egitto, ha ricordato che Moavero, il ministro degli Esteri, ha richiamato l’ambasciatore egiziano in Italia aprendo, per ora in modo soft, un’altra crisi tra i due paesi e ha richiamato Salvini alle sue responsabilità, dopo che il buon Matteo si era detto “fiducioso” e che non si sentiva preso in giro dal regime egiziano. Perché prima gli italiani, per il capitano, pare non valga per quelli che sono al Cairo. Eppure aiutava gli extracomunitari a casa loro, come piace al ministro dell’Interno, e lo faceva talmente bene da essere ucciso.

Non voglio parlare di tutto questo, perché ci sono libri e un documentario, Nove giorni al Cairo, di Carlo Bonini e Giuliano Foschini (straordinario il loro lavoro d’inchiesta su Repubblica in merito), che lo fanno meglio e in modo più accurato.

Io voglio pregare tutti noi, tutti voi di non dimenticare Giulio Regeni. Di non considerarlo solo una vittima, ma un simbolo. Di tenere vivo questo ragazzo nella nostra memoria, come mio padre fa con Allende e Ustica. La lotta per scoprire la verità sulla morte di un ragazzo che rappresenta il meglio che questo paese disastrato, moralmente e materialmente, abbia saputo esprimere negli ultimi anni – fu vincitore del premio Europa e Giovani nel 2012 e nel 2013, stimato nel mondo accademico, uno che combatteva le ingiustizie con determinazione e senza perdere la tenerezza – è un dovere per tutti. Non lo dobbiamo solo alla famiglia Regeni, e neanche solo a Giulio, che lo avrebbe fatto per noi.

Lo dobbiamo a ciò che pensiamo di voler essere come paese, come comunità, come civiltà. Forse non sapremo mai cos’è successo, come ha detto bene a Radio Rock Marco Esposito, giornalista di Leggo, in una struggente e potentissima audiolettera aperta a Paola Regeni, ma dobbiamo lottare senza sosta, senza arrenderci. Perché è quella ricerca della verità, quel non rassegnarci al potere economico fondato su petrolio, corruzione, alleanze politiche a dirci chi siamo e chi vogliamo essere, è quel ricordare a tutti che c’è una ferita aperta che non si rimargina a tenere vivo ciò che voleva Giulio. Lottare per la verità, migliorare questo mondo e questo paese. Proprio come Allende non è stato dimenticato da mio padre e dalla sua generazione – eppure non sappiamo ancora se fu ucciso o suicidato -, proprio come le vittime di Ustica e Bologna non le abbiamo dimenticate tutti e ancora ci riempie di rabbia la loro sorte, anche se anni di processi non sono riusciti a dirci chiaramente cosa successe loro.

In un paese che preferisce un Cesare Battisti in galera alla verità per Regeni, che ha lottato come un leone per riportare a casa i marò – che hanno ucciso qualcuno fuori dai propri confini, fino a prova contraria, e non sono stati uccisi in un altro stato che da anni nasconde ogni pista per approdare alla verità – noi abbiamo il dovere di lottare per quel ragazzo sorridente e pieno di sogni e progetti. Perché Giulio Regeni sia una pianta che non muoia mai, come lo ha disegnato in modo meraviglioso Mauro Biani, abbiamo il dovere di innaffiare la sua memoria con una lotta indefessa. Dobbiamo pretendere dal nostro paese rigore e schiena dritta, dobbiamo chiedere che non vi siano miliardi di euro né rapporti economici a offuscare questa battaglia.

Perché Giulio siamo noi, Giulio è l’Ustica della mia generazione. Al Sisi e i suoi apparati deviati che ci stanno prendendo in giro, che si ostinano a uccidere Giulio ogni giorno, sono il nostro muro di gomma. Abbattiamolo, scavalchiamolo, demoliamolo pezzo per pezzo. Dovessero volerci decenni.

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