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Siamo un popolo di autocertificati

In tutti i sensi: compiliamo fogli per andare a comprare il pane, ma dalla cultura alla politica, dall’educazione alla sanità, ci siamo già legittimati in ogni campo. Il Governo ci ha solo fornito la giustificazione ufficiale

Foto: Scott Graham @sctgrhm/Unsplash

Davanti all’ennesima recensione piena di ennesimi refusi vergata dall’ennesimo scribacchino sull’ennesima serie “più bella di tutti i tempi” (anche in un anno in cui non esce pressoché nulla, s’è riuscito a parlare di diciotto cose “più belle di tutti i tempi” al mese: che invidia, la memoria breve). Dicevo: davanti a quella recensione ho capito che l’autocertificazione non sta tanto nei moduli che dobbiamo portarci appresso quando andiamo a comprare il pane (previa stampa su carta: è il 2020 e ancora non è stata inventata un’apposita app, sarà che la gente finisce sempre i giga). L’autocertificazione esiste da prima, forse da sempre, ha solo trovato la sua giustificazione istituzionale.

Non sto qua a ripeterlo per l’ennesima volta: viviamo in un mondo in cui i critici cinematografici mettono al massimo livello di anzianità filmica Pulp Fiction (forse), e quelli letterari ti spiegano gli scrittori attraverso l’ultimo saggio con fascetta Pulitzer (letto mesi dopo, quando è arrivata la traduzione italiana), e i politologi ci spiegano la storia della democrazia americana commentando l’ultimo post di Alexandria Ocasio-Cortez. Tutta gente millennialmente (detto in senso generazionale) autocertificata. E, nella cosiddetta bolla, l’autocertificazione è la nuova legittimazione culturale: ti dico io, con un videoselfie, quello che so e che anche tu devi sapere. E non importa se la memoria è, appunto, brevissima; se il patentino di competenza intellettuale è dato dalla videorecensione (che si autodistruggerà in ventiquattr’ore) dell’ultima serie di Netflix, o del documentario su Amazon, o del libro di cui si parla in quel momento. L’autocertificazione, del resto, avviene in quel momento: ti sto provando che sto andando a comprare gli sfilatini adesso, quel che c’è prima e quello che verrà dopo non importa. Non c’è linea del tempo, della storia, della collocazione (delle cose, ma anche la nostra) nel mondo.

La legittimazione oggi è anche autocertificazione del fatto di essere sempre tra i buoni, i corretti, quelli che si mettono dalla parte giusta della storia. Non c’è dialogo possibile: viviamo dopotutto nella dittatura delle opinioni, ci hanno insegnato che ogni opinione conta, ed essendo le opinioni autocertificate… ecco, non se ne esce più. Questo riguarda il dibattito culturale, dove fioccano gli esperti presso sé stessi, come quello sociale e politico. L’Italia (il mondo) è da un pezzo fondata su genitori che ne sanno sempre più degli insegnanti e – in fase pandemica ancor di più – su pazienti che si sono già fatti la diagnosi sull’internet. L’unica cosa su cui (forse) non ci sentiamo tanto più bravi è l’amministrazione Paese, ma solo perché abbiamo psicanaliticamente rimosso che la classe dirigente peggiore di sempre l’abbiamo mandata in Parlamento noi. Che siamo noi. E allora proiettiamo la nostra autocertificazione sugli altri: spieghiamo quant’è bravo Joe Biden e quanto salverà il mondo Joe Biden, quando l’accrocchio di governo che ci ritroviamo pare più schizofrenico di Trump. C’è gente del Grande Fratello a creare lo storytelling pubblico nell’anno 2020, ma come possiamo noi obiettare qualsivoglia cosa: anche loro avevano l’autocertificazione.