Home Opinioni

Siamo tutti mitomani: almeno impariamo a farlo bene

Il personaggio del momento è Christine Quinn, l’agente immobiliare del reality-cult ‘Selling Sunset’ (su Netflix). Che svela tutto quello che siamo e che non vogliamo essere: fare le vittime è più facile

Christine Quinn, il personaggio-cult del reality di Netflix ‘Selling Sunset’

Foto: Netflix

A un certo punto della storia (con e senza la maiuscola), abbiamo deciso che dovevamo essere tutti buoni. No: che non dovevamo più offendere nessuno, perché i primi a offenderci eravamo noi. Abbiamo deciso – come ha scritto un’amica qui – che non potevamo più non andare d’accordo, e che quindi non potevamo più discutere di niente. Oggi chi lo fa è aggettivato come cinico o fascista, perché appunto non tiene conto delle sensibilità altrui: sensibilità di chi ha smesso di ragionare e conversare, e che rivela un mix passivo-aggressivo letale fatto di granitiche certezze e scarsa autostima. Avremo forse sviluppato gli anticorpi contro i virus (lo speriamo), ma non certo quelli contro la permalosità, il vittimismo, l’ego/mitomania.

Il personaggio – no: la persona – che al momento stimo di più è Christine Quinn, figura monumentale dentro quella serie monumentale che è Selling Sunset (su Netflix). Sarebbe il reality sull’immobiliare losangelino, ma così è riduttivo. Tra le agenti impegnate a vendere villozze sulle Hills, Christine è l’unica che – nel gergo di Uomini e donne – dice le cose in faccia. Che litiga, fa casino, urla a Tizia «Sei una cretina» e a Caia «Non sai lavorare» e a Sempronia «Se ti ha mollata, ci sarà un motivo». Christine è anche un’egomane e una mitomane: ha ragione solo lei e lo rivendica in ogni circostanza, per giunta vestita come Lady Gaga. Nello storytelling che si conviene oggi, Christine è la cattiva della serie (dunque il personaggio più interessante: esattamente come accadeva in Tiger King). Seguendo l’immaginario corrente, i fenomenali autori hanno stabilito che noi non siamo come lei, o almeno che non dobbiamo esserlo. Noi dobbiamo identificarci con i buoni, noi siamo Chrishell, e Mary, e Amanza, vale a dire le eterne vittime: dei partner sbagliati, dei capi stronzi, degli amici insensibili. (Ci sarebbe pure Davina, in odor di mean-girlismo a cominciare dal nome: ma resta una cattiva scarsa, in fondo anche lei è una buona/vittima.)

Noi, invece, siamo tutti Christine. Siamo egomani e mitomani come lei, solo che lei è diventata una diva, noi siamo rimasti i poveretti di sempre. In queste settimane, e in questi giorni in particolare, gira una paginetta Facebook che si chiama “Io, professione mitomane”. Riporta i post di scrittori, scribacchini, umanità “della comunicazione” assortita. Tutti scrivono di sé come se a farlo fosse Obama: mi hanno riconosciuto per strada, il mio libro è andato esaurito dopo due giorni, mi hanno chiesto l’autografo al bar, scusate ma non riesco a star dietro alle richieste del mio pubblico, eccetera. Gli amici della bolla mi mandano gli screenshot della gente conosciuta e non finita su quella pagina, e poi quelli della gente che su quella pagina ci si ritrova e dunque twitta la propria indignazione. I mitomani che giustamente vedono sé stessi sulla pagina dei mitomani che cosa fanno? Si offendono, che domande.

E qui sta il punto, qui la cosa che non ci entra in testa: è inutile prendersela, perché mitomani (ed egomani) lo siamo tutti, e dunque su quella paginetta potremmo finirci tutti. Noi che ci filmiamo in continuazione; noi che non perdiamo mai occasione di dire la nostra su qualsiasi “tema caldo” – la cittadinanza italiana, le elezioni americane, le copertine con le donne nude – pensando sia rilevantissima; noi che affermiamo senza vergogna di fronte ai nostri duecentotredici amici «Come avrete visto nelle mie stories precedenti»; noi che siamo contro qualsiasi privilege ma ci sentiamo privilegiatissimi quando riceviamo a casa lo shampoo mandato dall’amico ufficio stampa (e facciamo pure l’unboxing su Instagram); noi che ci inorgogliamo se uno con tre follower in più ci ritwitta; noi che siamo tutt’un «Hi guys!» senza essere Chiara Ferragni. O Christine, perché – lo ripeto, forse non è abbastanza chiaro – siamo tutti Christine. Con una sola differenza: lei si è presa la parte della cattiva (e i soldi: mica fa le cose gratis come noi) senza fare un plissé; noi non ci metteremmo mai tra – come si dice oggi? – i cinici, i fascisti. Siamo tutti miseri e miserabili, nessuno si senta escluso. Per l’offeso ormai è troppo tardi.