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Si stava meglio quando si stava Obama

Compie gli anni il più figo di tutti. Un bilancio politico è forse ancora prematuro, ma quello sull’icona Barack no. Dagli speech al cinema, anche la sua “nuova” vita ci insegna che come lui non ci sarà nessuno

Foto: Brooks Kraft LLC/Corbis via Getty Images

Compie gli anni uno dei più fighi, o forse no, lui è proprio il più figo di tutti, talmente figo che oggi pare quasi impossibile pensare che per otto anni Barack Obama sia stato Presidente degli Stati Uniti. Cos’è andato storto?, viene da domandarsi. Come siamo riusciti a passare da Obama a quello? Lo rimpiangiamo anche se non sappiamo quali risultati abbia effettivamente ottenuto la sua amministrazione per filo e per segno, lo rimpiangiamo e basta per ciò che rappresentava, per la speranza che ci infondeva mentre ogni cosa pareva cadere a pezzi. Il che potrebbe essere sufficiente, ma riavvolgere il nastro e rivedere il film che va dal 2008 al 2016 a distanza, con occhio critico e allenato, potrebbe rivelarsi un bell’esercizio per scendere a patti con la nostra assurda tendenza a idealizzare chiunque sia vagamente idealizzabile, nonché con la meschinità e con la scarsa pazienza che abbiamo quando cose ben più grandi di noi non vanno come vorremmo nei tempi in cui vorremmo.

Al momento del suo insediamento nel 2009, Obama ereditò un Paese nel bel mezzo della Grande Recessione e reduce dalle disgraziate avventure belliche di George W. Bush in Medio Oriente. Azzardo una metafora: è come se vi regalassero una Ferrari completamente distrutta e vi dicessero: «Be’, mo’ la metti a posto, che ci vuole, è pur sempre una Ferrari!». Il problema è che sistemare una Ferrari costa, costa un casino, e così sistemare un’America impoverita, impaurita e apparentemente priva di fiducia nel futuro. Barack Obama gliela diede, disse all’America che poteva farcela, che insieme potevano farcela, e venne salutato come una specie di creatura ultraterrena in grado di aggiustare le brutture capitate a una nazione, una specie di Mr. Wolf senza macchia che avrebbe risolto ogni problema. Promette un cambiamento, ma non è un dio, d’altronde nessuno lo è: da persona ragionevole e pragmatica si concentra su obiettivi realizzabili, attraverso una politica «dei piccoli passi concreti». La gente però vuole correre, vuole il miracolo, vuole tornare a essere ricca come prima della crisi economica, e in due anni non si fa bastare né una storica riforma del sistema sanitario (il Patient Protection and Affordable Care Act, universalmente noto come Obamacare), né un pacchetto di misure del valore di oltre 800 miliardi di dollari per stimolare la ripresa economica, né l’approvazione della legge Dodd-Frank per regolamentare in maniera significativa il settore finanziario. Il venerdì nero di Obama è dietro l’angolo, e coincide con il 2 novembre 2010, data che più di ogni altra segnerà le sorti della sua amministrazione: nelle elezioni di metà mandato i Repubblicani riconquistano il controllo della Camera dei Rappresentanti – prima in mano ai Democratici – mantenendo questa posizione fino alla fine del secondo mandato presidenziale.

Barack Obama con Jimmy Fallon Foto: Thomas A. Ferrara-Pool / Getty Images

Tradotto, da lì in avanti qualsiasi iniziativa dell’amministrazione democratica verrà osteggiata, combattuta, negata. Nel novembre 2012 Barack Obama viene sì rieletto, ma, oltre a non riconquistare il Congresso, nelle elezioni di metà mandato del 2014 perde pure il controllo del Senato, che passa ai Repubblicani. Morale, i provvedimenti più significativi si sono concentrati nei primi due anni della presidenza, e l’azione complessiva di Obama – non è una giustificazione, ma un dato di fatto – è stata oggetto di fortissime limitazioni. Le cause di un simile ribaltamento sono tante e hanno riempito negli anni pagine e pagine di testate sia contro che a favore di quel Presidente bello, giovane, ragionevole e (prima o poi dovevamo dirlo) afroamericano. Semplificando all’osso, ché non è questa la sede per un trattato di politica statunitense, gli veniva rinfacciato di non fare abbastanza, di non essere un dio, di non avere una bacchetta magica e rimpinguare le tasche di una classe media stufa e pronta a voltare le spalle tanto a lui, quanto al partito. La gente pretende soluzioni facili e veloci a problemi complessi, l’elettorato diventa via via sempre più scettico nei confronti dell’establishment. Lo accusano di scarso coraggio e la sua moderazione, il suo centrismo, il suo ecologismo e la sua sensibilità alle istanze delle minoranze e dei meno abbienti non riescono da sole a vincere gli animi di un’ampia fetta di popolazione il cui malcontento è galoppante.

Lui, probabilmente il più grande comunicatore dell’ultimo ventennio, si è trovato di fronte una situazione che ha del paradossale: nonostante la sua popolarità (o meglio, la sua immagine) sia riuscita a rimanere più o meno intatta, il sostegno al Partito Democratico è andato calando in modo esponenziale. «Ha fatto un po’ come il piccolo olandese che ha messo il dito nella diga, visto e considerato qual era l’umore e quello che era il nostro Paese quando è stato eletto», sostiene il politologo e storico Mark Lilla. «Se pensiamo alla totale irresponsabilità del Congresso a maggioranza repubblicana, il solo fatto che lui sia stato alla Casa Bianca è una cosa positiva. E ha avuto più successo di quanto gliene venga accreditato». I detrattori gli rimproverano gravi errori – in parte ammessi dallo stesso Obama – in politica internazionale, errori che, stando a Paul Berman, uno dei maggiori intellettuali americani, «hanno minato la leadership americana nel mondo», indebolendone la posizione sullo scacchiere internazionale.

Mettersi d’accordo sull’eredità di Obama è quanto mai difficile, nonché prematuro. È innegabile però che la sua carriera sia stata scandita da una lunga serie di formidabili discorsi, memorabili per la loro intensità, rilevanza ed efficacia. «Le parole sono importanti», sì, e Barack Obama è stato un oratore elegante, appassionato, profondo, che ha utilizzato il dibattito politico non come puro esercizio di stile, ma come mezzo per tendere verso un obiettivo. «I suoi discorsi hanno ambito a riunire il Paese attorno a una comune identità, in un’epoca di polarizzazione senza precedenti», scrive Francesco Costa. «Erano tentativi di descrivere e rappresentare un terreno comune per tutti, e quindi avvicinare un po’ tra loro i cittadini di un paese sempre più frammentato e diviso». Un Presidente che credeva nella diplomazia, che raramente ha alzato i toni della discussione, che ha avuto il merito di promuovere un approccio basato sul dialogo: era fermo ma riusciva a commuoversi, s’avvaleva di ottimi speechwriter che lo definivano il migliore speechwriter che avessero mai conosciuto, spesso andava a braccio ed era capace di emozionare anche il pubblico meno partecipe, a volte non disdegnava l’ironia, le battute e – fantascienza! – noi capivamo sia l’una, che le altre.

Da quando è uscito dalla Casa Bianca, cioè dal gennaio del 2017, è intervenuto pochissimo nel dibattito politico americano, tirandosi fuori dal ciclo dell’indignazione di sinistra che ha caratterizzato gli anni della presidenza Trump. Giusto ultimamente il suo entourage ha diffuso un video dove invita a sostenere le manifestazioni antirazziste in seguito alla morte di George Floyd. Il 23 giugno ha invece parlato a fianco di Joe Biden in occasione di una raccolta fondi virtuale per sostenere concretamente la campagna elettorale dell’ex vicepresidente. In mezzo, le apparizioni durante il book tour per Becoming, l’autobiografia di Michelle: oggetto – anzi, soggetto – di scena che infiamma le platee; e le critiche sulla gestione del coronavirus negli Stati Uniti durante due commencement speech dedicati a laureandi e diplomandi trasmessi in streaming. Fino alla presa di posizione contro la cancel culture all’Obama Foundation Summit di Chicago: «Quest’idea di purezza, di non essersi mai compromessi, di essere politicamente woke e tutto ciò che ci gira intorno – dovreste superarla in fretta. Il mondo è complicato. Esistono delle ambiguità. Anche le persone che fanno delle cose giuste hanno dei difetti».



Infine, la decisione forse più furba e utile, e insieme la meno scontata: fondare con la moglie una casa di produzione multimediale (la Higher Ground Productions) e chiudere nel 2018 un accordo pluriennale con Netflix che prevede fiction, docu-serie, documentari e film. «Una delle gioie più grandi che abbiamo provato lavorando alla Casa Bianca è stata incontrare tante persone affascinanti provenienti da tutto il mondo, e vogliamo aiutarle a condividere le loro esperienze con un pubblico più grande. Speriamo di poter coltivare e aiutare le voci creative e di talento che ci aiuteranno a promuovere empatia e comprensione tra la gente, così che le loro storie arrivino in tutto il mondo». Titoli finora all’attivo: Made in USA – Una fabbrica in Ohio (il titolo originale è American Factory) di Steven Bognar e Julia Reichert, vincitore quest’anno dell’Oscar come miglior documentario; Becoming – La mia storia di Nadia Hallgren, che racconta Michelle partendo dal tour promozionale del suo omonimo libro in 34 città statunitensi; Crip Camp di James LeBrecht e Nicole Newnham, documentario che segue alcuni ragazzi di Camp Jened, un campeggio vicino New York che accoglieva persone con disabilità.

È per questo che continuiamo ad amare Barack Obama: perché decide di farsi da parte, usando la sua influenza e la sua autorevolezza per dare voce a chi finora non l’ha avuta, vestendo i panni di un divulgatore che sta nelle retrovie, e che preferisce siano il suo lavoro e le cause in cui crede a parlare per lui. In un’epoca in cui chiunque urla, litiga, strepita, s’indigna e gioca a tirare merda sull’altro, lui con estrema discrezione sceglie di non spegnere la fiammella della speranza che aveva acceso nel 2008. E ci fa vedere che quella fiammella, sebbene parecchio fioca, è ancora lì che guizza.
Buon compleanno, Barack: non c’è nessun “ex”, tu sarai sempre il nostro Presidente. Il più figo di tutti.

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