«Sì ma» un cazzo: come si fa a empatizzare con Putin? | Rolling Stone Italia

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«Sì ma» un cazzo: come si fa a empatizzare con Putin?

C'è chi difende l'indifendibile invasore russo accampando scuse, sollevando tutta una serie di distinguo, citando altre guerre e altri soprusi. Ma un'invasione è un'invasione. Nel mentre, il mondo sfiora un punto di non ritorno e mai come dalla metà del secolo scorso si tornano ad agitare odiosi spettri. Liberiamoci dalla Bestia che è dentro di noi

Cristiano Godano

Premessa: non sono anti-americano, ma so comprendere molto bene le brutture degli americani fuori da casa loro (e anche a casa loro). E moralmente le so associare a sentimenti di reale indignazione. E non sono filosovietico, e detesto la dittatura e la soppressione sistematica del pensiero scomodo che in Russia si attua ingabbiando le persone o facendo fuori i giornalisti particolarmente ingombranti (chissà in quanti in queste ore hanno visto la vecchietta 80enne che a Pietroburgo sfilava con un cartello pacifista e che per questo è stata arrestata… 80 anni).

È dunque del tutto logico che io come la maggior parte degli italiani mi senta “occidentale”, felice di esserlo e felice di non stare sotto l’influenza sovietica (di questi tempi nessuno vuole starci fra gli Stati dell’intero pianeta, tranne quattro o cinque: vorrà pur dire qualcosa). E non è ammissibile l’idea di doversi fare una colpa di ciò. Un buon 70-80% di ciò che mi piace in ambito culturale proviene da ovest: perché mai dovrei non saper riconoscere questa cosa? È una colpa? Musica e cinema: la maggior parte di ciò che adoro e mi nutre l’anima arriva dall’America (e poi ovviamente da molti Paesi europei). E ciò non vuol dire che non mi appassioni di tante altre espressioni di tutti gli altri Paesi del mondo: in un mondo globalizzato come il nostro il contrario sarebbe sostanzialmente ridicolo. E so, per contro, di essere un amante della Russia quando si parla di letteratura, e nel mio primo Elzevirus qua, datato 17 maggio 2020, parlavo proprio di ciò, allargando le mie considerazioni al popolo russo: considerazioni basiche, che denotavano però la mia ammirazione per molte cose dell’essenza russa, qualsiasi cosa essa sia. Ho letto libri assai interessanti sulla Russia, e gente come Paolo Nori e Serena Vitale mi hanno procurato magnifiche sensazioni in merito a tale “essenza”. Al contempo però ho letto libri che raccontano degli scempi dei periodi leniniano e staliniano (L’utopia e il terrore ad esempio, di Karl Schlögel, sulle purghe staliniane, o il devastante Necropoli del grande poeta russo Vladislav Chodasevic), e so dei processi farsa e della brutta fine fatta fare a tante persone per bene, compresi artisti eccellenti come Osip Mandel’štam, reo di essere… un poeta. (Tutte cose che in Necropoli si trovano, visto che Chodasevic ci parla delle tante brutte fini fatte fare da Stalin e accoliti ai suoi amici e “colleghi”). Anche questa è una componente di una certa “essenza”: quella del potere russo, che non è mai democratico (forse con Gorbaciov), neanche di questi tempi. (Su Osip Mandesl’štam e sua moglie Nadja ho scritto una canzone che il pubblico dei Marlene conosce bene. Mi permetto di consigliarvela. Titolo: Osja, amore mio).
Fine della premessa.

Anche se Rolling Stone è una testata online che si occupa di musica, è verosimile che fra chi mi legge in questo momento vi sia chi di Blowin’ in the Wind di Bob Dylan sa poco o nulla. Così come è del tutto vero che vi sia chi ne sa molto più di me. Blowin’ in the Wind è una ballad epocale di colui che all’epoca veniva chiamato menestrello. La melodia del pezzo non è stata inventata da lui, e lui stesso dichiarò che la prese da uno spiritual degli schiavi d’America, No More Auction Block (che cantò in un live del ’62, e la cui performance trovate su YouTube).

È una canzone contro. Contro cosa? Di sicuro contro la guerra, ma la splendida ambiguità dei suoi versi (caratteristica della sua opera omnia) la rende in certo senso universale, e poco per volta prese a essere paladina di ogni istanza di libertà e giustizia sociale. Gli anni ’60 erano gli anni della contestazione giovanile, e in America i figli dei fiori urlavano la loro inquietudine nei riguardi del clima di guerra che pervadeva il mondo sulle macerie della fine della Seconda guerra mondiale. Prima di Dylan i poeti della beat generation si erano già espressi con ardore sui temi del decadimento radioattivo e delle varie altre problematiche connesse a nuove bombe nucleari dopo Hiroshima-Nagasaki (veri spettri dell’era atomica in cui l’umanità si ritrovava, fra Vietnam e Guerra fredda), ma la eco raggiunta dal pezzo di Dylan raggiungeva moltissime orecchie in più.

Insomma, quello era il clima. E a un certo punto con la crisi dei missili di Cuba si propagò una paura reale. Fortunatamente non accadde nulla, e per fortuna io lo posso scrivere e voi lo potete leggere. Ma.

Nel testo alcune immagini sono diventate celeberrime, e io un giorno di circa tre anni fa per il mio disco solista Mi ero perso il cuore ne utilizzai due nella canzone Com’è possibile, citandole e citando lo stesso Dylan nel video. La prima è “La risposta è lassù, e soffia nell’aria” che traduce il ritornello stranoto “The answer my friend is blowin’ in the wind”, e la seconda è “Quante strade dovrà di nuovo percorrere un uomo?”, che traduce l’incipit della canzone “How many roads must a man walk down?”.

La risposta a cosa? A domande neanche poi tanto retoriche, tipo “Quante strade dovrà percorre un uomo prima di essere chiamato uomo? Per quanto tempo dovranno volare le palle di cannone prima che vengano abolite del tutto? Per quanto tempo un uomo può girare la testa facendo finta di non vedere?”, più altre dalla natura più poetica e astratta, tutte riconducibili al tema dell’idiozia umana, ovvero dell’impossibilità di migliorarsi abolendo le guerre. E tale risposta è lassù, ci dice Dylan, e soffia nell’aria. (Beccatevi qua, da Wikipedia, cosa ebbe a dichiarare il ventenne Bob con la sua arguta sfacciataggine al riguardo di questa immagine scolpita nella fantasia di molti: «Non c’è molto che possa dire circa questa canzone tranne che la risposta soffia nel vento. Non è in nessun libro o film o programma TV o gruppo di discussione. È nel vento – e sta soffiando nel vento. Troppe di queste persone “hip” cercano di dirmi dove stia la risposta ma io non ci credo. Io continuo a dire che è nel vento e come un pezzo di carta svolazzante un giorno arriverà (…) Ma l’unico problema è che nessuno raccoglie la risposta quando scende giù dal cielo quindi non tanti la vedranno e la conosceranno (…) e allora volerà via. Ripeto ancora che alcuni dei più grandi criminali sono quelli che girano la testa dall’altra parte quando vedono qualcosa di sbagliato sapendo che è sbagliato. Io ho solo 21 anni e so che ce ne sono tanti… Voi che avete più di 21 anni, voi siete più vecchi e smaliziati».

Ecco: tre anni fa i miei timori si erano tradotti in questa mia canzone, figlia di una inquietudine che covava sul ribollire di eventi sociali italiani che parevano inarrestabili e che, in parole molto sintetiche, apparivano lì lì per decretare i pieni poteri a un sovranista (Putin è il boss dei sovranisti, detto en passant, e Salvini è stato negli ultimi tempi un suo accanito e dichiarato discepolo). Penso possa avere senso provare motivi di autostima nel sentire di avere una sensibilità vagamente precorritrice, ma non posso certo vantarmi di aver presagito una guerra dalle tinte molto fosche e dal potenziale globale, proprio perché la guerra c’è, nelle sue tinte fosche e nel suo potenziale globale, e avrei preferito non presagire o presentire un bel nulla. Ma tant’è: le prime parole del mio testo dicono “Dimmi com’è possibile… Eppure sta per succedere: tempesta sopra di noi, la bestia dentro di noi. Non l’avrei detto mai, ed eccoci: ritornare quaggiù, perché?”. Anche io cercavo di mantenermi vago (ma senza le qualità di Dylan), però le mie domande sottendono proprio questo: perché stiamo per tornare a tempi bui e a possibili scenari di guerra? Le tempesta sopra di noi, la bestia dentro di noi (altro che “cielo stellato” e “legge morale”). Perché? Ebbene: eccoci.

Ricordo che la prima versione del video mi venne proposta da Giorgio Testi, colui che ha girato anche il video di Ho bisogno di te, altra canzone del mio disco a me carissima. Sulla base delle sensazioni che evidentemente la mia inquietudine gli aveva trasmesso, girammo delle riprese grazie a cui, a montaggio finito, mi vedevo seduto davanti a un mucchio di schermi di vecchi televisori a guardare immagini in bianco e nero dell’Istituto Luce. Erano immagini di guerra, dei due dittatori (Mussolini e Hitler) che passavano in rassegna truppe, sfilavano fra vie affollate, dibattevano, incitavano, e di popoli esultanti e drogati di propaganda e poi intristiti e deambulanti in scenari desolati di distruzione. Non me la sentii di accettarlo, perché temetti tante cose, fra le accuse di visionarietà un po’ morbosa e paranoica e il venir catalogato in non così inimmaginabili liste di persone indesiderate (paranoico anche questo? Mah, fossi un russo sarei forse già in galera da un pezzo. O quanto meno di sicuro schedato). Va da sé che ora quel video avrebbe la sua triste corrispondenza nella realtà dei fatti, perché sì, la Terza guerra mondiale è a tutti gli effetti una eventualità. La scongiuriamo tutti, è ovvio, e cerchiamo tutti di essere intimamente convinti che vi siano poche probabilità che accada, e questa convinzione ha fondamento, quello che è spiegato molto bene dalle parole del giornalista-blogger-saggista Francesco Costa uscite qualche giorno fa sul suo Instagram (sto scrivendo di martedi primo marzo, e se vi interessa rintracciarle, anche quelle aggiornate, il suo profilo è questo), ma resta il fatto che ci siamo in ogni caso vicini, e la sola idea di esserci vicini è così tremenda da procurare gli incubi che stiamo subendo nei nostri sonni più recenti.

Ho scritto questo articolo non esattamente con l’intento di parlare di questa guerra: cosa posso dire io in più di quello che si sta dicendo? I commenti sui social spaziano in ogni dove, dimostrando chiaramente che questa è anche una guerra di propaganda. Una cosa mi ha stupito molto quando è scoppiata (stupore probabilmente molto ingenuo): mi chiedevo infatti come fosse stato possibile per Putin dare per scontato che tutte le simpatie di cui gode fra gli anti-americani e di cui è ovviamente a conoscenza monitorando e manipolando brutalmente i social del mondo occidentale venissero mantenute dopo una mossa tremenda simile. E la risposta appare semplice: pensava di fare in fretta e di risultare quasi indolore. Invece la resistenza del popolo ucraino lo sta mettendo in difficoltà. Una difficoltà che riguarda tutti, perché purtroppo è facile pensare che finché non avrà ottenuto qualcosa che non gli dia la sensazione di non aver ottenuto nulla, continuerà a far danni. E questi danni dove porteranno? E fino a quando saranno di entità tollerabile (si fa per dire) dalla comunità internazionale? Fino a dove dovrà arrivare per piegare, se mai riuscirà a piegarla, la resistenza di quel popolo che si sta rivelando stupefacente? “Per quanto tempo dovranno volare le palle di cannone prima che vengano abolite del tutto?”. Il gioco è rischiosissimo (e comunque dalle solite follie social parrebbe non star perdendo troppo consenso).

Il sentimento anti-americano è molto radicato in Italia e la propaganda sta alimentando un crescendo di «sì ma…» (e poi a riempire i puntini metteteci la Nato, i nazisti, il Donbass, Odessa, e gli accorati consigli di aprire i libri di storia da parte di gente che forse non l’ha mai fatto in vita sua, e tanto altro ancora, non necessariamente collegato coi fatti in corso): un crescendo essenzialmente sbalorditivo, anche se dopo il covid nulla in fondo sorprende più.

Mi rattrista molto che per certuni sia necessario difendere l’indifendibile quando siamo tutti sotto la minaccia della fine (la luna è sempre là, ma il dito la nasconde sempre. E poi, di questi tempi, nemmeno più il dito… don’t look up, et voilà). E mi rattrista che per difendere l’indifendibile si possa anche arrivare a leggere che se la stiamo rischiando non è per colpa di Putin (ne ho lette di ogni: e se la Nato ovviamente non stupisce e non è certo esente da sbagli, altre sono davvero ridicole e disarmanti). La propaganda sa dunque molto bene come ottenebrare le menti. E pazienza se, fra chi legge, per qualcuno l’ottenebrato sono io. Oramai è evidente che in quasi qualsiasi ambito le divisioni sono marcate e nette, e alla fin fine qualsiasi cosa provenga da una informazione considerata mainstream è il male a prescindere. Al punto da arrivare a considerare “bene” un paranoico come Putin ormai candidato alla rassomiglianza con Hitler.

Ma, ehi: per ogni Odessa che si vuol trovare si può sempre trovare ancor prima una strage di ceceni (centinaia di migliaia le persone fatte uccidere dallo zar Putin… rileggete la cifra: centinaia di migliaia. Secondo il metodo in voga in rete e nei social, alle domande «e in Donbass? e i nazisti? e il comico?» bisognerebbe innescare una bella spirale cominciando dalla Cecenia: «E allora in Cecenia?», e andando a ritroso potremmo a questo punto anche arrivare a contemplare le nostre colpe di imperialisti quando l’impero romano esondava. Nel mentre Putin quatto quatto continuerebbe a bombardare e distruggere, e chissà, magari in fine ci porterebbe allegramente tutti in guerra. Le prime bombe vicine al nostro orticello, magari a grappolo tanto per gradire, metterebbero ovviamente a tacere tutto il brusio ozioso, e molto in fretta, compresi i «sì, ma…» sepolti dai primi brividi di terrore e dai pensieri volti a capire come pararsi il culo). Devo dire che non avrei immaginato di dovermi imbattere in un benaltrismo così tenace in un momento in cui stiamo tutti rischiando la vita a causa di una invasione della Russia ai danni di uno Stato sovrano, perché questi sono i fatti, i nudi e puri fatti: se questa invasione non ci fosse stata, a prescindere da qualsivoglia retroscena, non staremmo qui a cagarci sotto (oh sì, so bene che c’è chi non si caga sotto e “sa” che nulla accadrà secondo chissà quali sensazioni complottiste).

E certo: sento i soliti digrignare… «Quanta solerzia qua! E dov’era tutto questo sentimento pacifista quando succedevano gli scempi nel Donbass? E dove sta l’indignazione di ora quando in Palestina muore un bambino a causa di un proiettile israeliano? E l’Afghanistan?». Con queste domande si potrebbe andare avanti quasi all’infinito. E io a un certo punto chiederei: e tu che mi stai facendo notare queste cose, ci sei con l’indignazione ogni volta che un traghetto affonda in mare e le persone che ci stanno sopra fanno una delle fini più brutte che si possano immaginare? (Ovviamente do per scontato che tu che mi rivolgi queste domande non sia fra quelli che stanno distinguendo fra profughi e profughi come stanno facendo i biechi politici di una certa parte in queste ore). O ci sei tutte quelle volte che… (qua sotto vi lascio una bella lista di esempi benaltristi).

La verità è molto semplice: se ci si spoglia delle infatuazioni ideologiche (non facile, lo comprendo bene. Certo però che simpatizzare per i dittatori mi suona comunque strano. Ma la propaganda russa ci sa fare), e se si pone mente al fatto che siamo assuefatti a tutto e quasi più nulla ci riesce a commuovere, come si può non rendersi conto che stavolta è diverso per tutti noi? È così difficile ammettere che questa mossa del cazzo di Putin rischia di innescare una serie di eventi che potrebbe fotterci tutti? Proprio noi che siamo abituati a vedere le guerre solo sullo schermo e a non viverle mai? E la mossa di Putin è del cazzo: ha invaso uno Stato sovrano che nella stragrande maggioranza della sua popolazione non vuole avere a che fare con la Russia. Punto. (Ve lo dirò con parole più competenti delle mie in un post scriptum, citando Yuval Noah Harari, storico riconosciuto in tutto il mondo). E so benissimo che se, per dire, il Messico confinante con l’America decidesse di allearsi con Putin all’America non andrebbe per nulla bene. Quando accadrà, se accadrà, vedremo cosa succederà. Per ora non è accaduto e nulla lo lascia presagire (l’invasione dell’Ucraina era nell’aria da anni, dicono specialisti e commentatori). E se venisse invaso il Messico e venissero uccise le persone come accade ora a Kiev non vedo come non potrebbero esserci terrore e indignazione da parte di tutti noi, con tutti i media a documentare e a fornirci le immagini degli scempi, facendo quel “terrorismo mediatico” che tanto disturba (con una differenza eclatante però: che starebbe accadendo dall’altra parte dell’oceano, e noi non ci sentiremmo minacciati come ora che sta accadendo a pochi chilometri da noi e sta creando un… disguido mondiale).

Una cosa in particolare mi sovviene: in Russia sono stati arrestati in questi giorni più di 6000 manifestanti contro la guerra. Cioè: da quelle parti se scendi in piazza a manifestare ti sbattono dentro. Manifestare contro la guerra eh… Non dovrebbero servire commenti. E infatti non commento.

Mi soffermo un istante su tutto il dolore che sta in questo momento contaminando l’Ucraina: la popolazione immersa in un clima asfittico e terrifico, la popolazione civile e i giovani soldati di entrambe le fazioni mandati a morire (sono già migliaia. Rileggete: migliaia, per una guerra del tutto insensata voluta da un paranoico), la distruzione di palazzi e strutture che lasceranno vestigia fantasmatiche e fumanti a corroborare la disperazione del “dopo”, e includo in questo sentimento di compassione tutte le storture del mondo, esistenti e passate, invitando i dispensatori di «sì ma» dietro il loro comodo computer a empatizzare per un sopruso subito in India da un paria proprio in questo momento, o in Corea del Nord da un cittadino non allineato, o da un carcerato qui in Italia che la prossima volta si suiciderà per non impazzire. E poi, fra poco, per il manipolo di naufraghi di cui sopra, che stanno per morire in mare. E poi, giusto dopo, per un ragazzino agonizzante preso a botte da un gruppo di bulli. E quindi, fra cinque minuti, per le angherie che sta subendo una comunità schiacciata dagli interessi di qualche potere. E fra sette minuti propongo alcuni secondi di riflessione sul fatto che nel mondo un quinto della popolazione non ha accesso all’elettricità, e non può utilizzare il gas per scaldarsi il cibo, e all’ottavo minuto un’altra manciata di secondi da dedicare a chi sta per morire di una malattia facilmente curabile in molti Paesi, perché mancano i soldi per la tutela sanitaria. E fra dieci minuti un po’ di compassione per le minoranze nel mondo, come le 300 mila persone dell’ex Dancalia assediate dal regime eritreo (sodale di Putin insieme con la Bielorussia, la Siria e la Corea del Nord, e in sottotraccia la Cina), o gli uiguri e altre minoranze etniche musulmane che nella provincia di Xinjiang in Cina sono soggetti a detenzioni arbitrarie e torture. O, andando qualche anno indietro, qualche istante da dedicare ai soprusi subiti dagli Yazidi in Iraq, o dai musulmani Rohingya in Birmania, o le decimazioni subite dai curdi a opera dei turchi del balordo Erdogan (a livello percettivo e “iconografico” non dovrebbero esserci sostanziali differenze con la situazione di Odessa, no? E dove sono state tutte le indignazioni di ora? E non è anche vicina alla situazione palestinese? In fondo anche i curdi non trovano uno Stato in cui vivere in pace… come d’altronde non lo trovavano gli ebrei) e così di fila, empatizzando col mondo intero (magari anche con la natura già che ci siamo, che stiamo offendendo e martoriando: anch’essa ha un’anima e a suo modo soffre).

Empatizzando ogni giorno della nostra esistenza, intendo dire, fosse anche e soltanto per parare i colpi di chi ci accusasse di avere premure solo per qualcuno e non per altri (ovvero per parare il benaltrismo). E poi ovviamente dedicando ogni minuto delle nostra giornate a lottare per tutti quanti, in rete, nei social, fomentando la sensibilità della gente e mettendola al corrente del silenzio del mainstream. I «sì ma» che si prodigano tanto nei momenti “di un certo tipo” e che accusano “noi” di essere terrorizzati e schifati da Putin («Dove eravate quando a Odessa…» eccetera), sarebbero coscienziosamente e onestamente in grado di confessarci che sì, tutto il giorno ogni giorno dell’anno potrebbero empatizzare col mondo in ogni dove? La risposta è no, perché in realtà siamo tutti imperfetti, e sopra questa nostra comprensibile imperfezione in questo momento la tempesta scatenata da Putin rischia di coinvolgerci tutti. È un fatto. Ma basta non guardare in alto in fondo, no? Don’t look up, don’t look up.

E… beh, buona fortuna a tutti. Perché la situazione fa paura davvero.

PS Adoro la letteratura russa e sono un fan di Vladimir Nabokov. Venne sbattuto via dal suo Paese, che amava, dalla rivoluzione: era ovviamente colpevole di essere un rappresentante della nobiltà russa (il padre fu in realtà un liberale progressista, interessato a svecchiare i dispotismi degli zar in favore delle classi sociali meno abbienti). Del suo Paese ci ha lasciato evocazioni straordinarie in quel libro splendido che è Parla, memoria, la sua autobiografia. Non riuscì mai a capire come fosse possibile che gli intellettuali europei e americani si facessero così fottere dalla propaganda sovietica, e cercò spesso di spiegare come stavano le cose. Considerò l’America la sua seconda patria, perché lo adottò e perché finalmente potè in essa respirare la libertà. (Farebbe bene, e lo dico anche a me stesso, la lettura de L’oppio degli intellettuali, notissimo saggio di Raymond Aron, «in grado di smascherare quella forma di idolatria della storia attraverso cui i maîtres à penser progressisti – Sartre e Camus in testa – hanno giustificato il totalitarismo sovietico e i suoi crimini»).

PS2 Non riesco a non sorridere di questo “vezzo” (uno fra tanti) della rete in questi giorni, di cui ho scritto di passaggio poco sopra: l’invito a prendere un libro di storia e studiare. È davvero esilarante, non trovate? Sono intimamente certo che fra cento di questi inviti piovuti random nella rete, due massimo tre dei loro dispensatori abbiano realmente preso uno o più libri di storia in mano di questi tempi o in una vita intera (credo che poco cambi). Dite che sono un presuntuoso? Chissà… A proposito di libri di storia e dunque di studiosi e storici. Yuval Noah Harari: brillante storico e saggista best seller. Ha scritto perle come Sapiens. Da animali a dèi, 21 lezioni per il XXI secolo, Homo deus: breve storia del futuro. Fareste bene a leggerli. Ieri (ora sono passato a scrivere di giovedì 3 marzo) è uscito un suo editoriale su La Stampa, con considerazioni sulla guerra. A proposito di storia, eccovi un estratto: «Il sogno di Putin di ricostruire l’impero russo si è sempre basato sulla menzogna secondo cui l’Ucraina non è una vera nazione, gli ucraini non sono un vero popolo e gli abitanti di Kiev, Kharkiv e Leopoli anelano a essere governati da Mosca. Le sue, però, erano soltanto spudorate falsità: l’Ucraina è una nazione con più di mille anni di storia e Kiev era già una metropoli importante quando Mosca non era neppure un villaggio. Il dittatore russo, tuttavia, racconta questa menzogna da talmente tanto tempo che, a quanto sembra, ci crede lui stesso». Questo estratto è scritto da uno storico, e in qualche modo citandolo cito “la storia” seguendo (non alla lettera, perché non ho aperto un libro, ma un editoriale) l’invito di cui sopra. Ma ovviamente chi non vorrà crederci non ci crederà. (Per amor del vero: io di libri di storia in mano ne ho presi pochi in vita mia, oltre quelli che dovevo studiare a scuola. Qualcuno l’ho letto, come quello citato sopra sulle purghe di Stalin, ma non adotterei mai quell’invito “a studiare un po’” così in voga di questi tempi. Questione di pudore, questo valore più che in disuso decisamente morto).

PS3 Grazie a questa mossa del cazzo e alle sanzioni che ne derivano, si sta tornando a pensare alle centrali a carbone per ovviare alla prevedibile scarsità di gas russo. Ma cosa gliene frega ora alla gente del problema clima?

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