Home Opinioni

“Servitore dello Stato” è un’espressione che mi fa orrore

Dovremmo piangere quando sentiamo l'inno di Mameli, invece succede solo col gol di Grosso alla Germania. Perché in fondo gli esseri umani sono poco più di una scimmia cleptomane, anche con la cravatta al collo

Foto via Unsplash

Chi me lo dimostra, incontrovertibilmente, che la verità sia tutta in una costituzione che comincia consacrando il lavoro, la condanna inflitta all’uomo fin dalla cacciata dall’Eden? Magari ha ragione, questa costituzione, ma io, la mano sul fuoco, mica ce la metto. Non si può quasi nominare Mattarella per non mancargli di rispetto. Ma è un essere umano, te lo puoi immaginare seduto sul water. È un essere umano, uno di questi primati bislacchi che, senza il più grande prodigio della civiltà, le forbici, se ne andrebbero in giro per il pianeta comunque tutti glabri, ma con una peluria che cresce illimitatamente sulla testa e sul mento. Agli occhi di un orango medio siamo dei fenomeni da baraccone. Anche il Presidente della Repubblica appartiene alla stessa specie di primati che hanno inventato le patatine fritte al pollo arrosto. Tutto ciò, nello spin-off demenziale del Nulla che è il nostro universo.

Mi fa compassione, Mattarella, come Cossiga e Pertini, come mi faccio compassione io, come mi fate compassione voi. “Servitore dello Stato” è un’espressione che mi fa orrore. Mi immagino uno scricciolo di carne inginocchiato davanti a un leviatano di cemento senza volto, che quando vuole lo schiaccia. Anche “uomo fedele alle istituzioni” mi dà i brividi. Non erano fedeli alle istituzioni anche le SS? Se lo sbarco in Normandia avesse fallito, oggi i servitori dello stato onorerebbero le svastiche proprio come quelli che si mettono sull’attenti davanti al tricolore. Se Roosevelt e Churchill avessero deciso di tenersi la Germania intera in cambio della Penisola, per mezzo secolo avremmo benedetto con altrettanta retorica la dittatura sovietica. Bastava una vodka di troppo a Jalta. Però la gente la fa seria, tutti sanno dove sta il giusto e dove sta lo sbagliato. Tirano a indovinare il seme, con la sicumera di chi ha già girato la carta sul banco. Senza Dio, figuriamoci, ma tutti impegnati nella grande lotta del Bene contro il Male.

Dovremmo premerci il palmo sul cuore quando sentiamo quella ridicola marcetta dell’inno di Mameli, lacrimare. Ho pianto quando Zola è stato espulso contro la Nigeria, col gol di Grosso alla Germania, è vero. E vivo nella lingua italiana. Tengo per una squadra vincente (ben quattro mondiali) e per una lingua perdente (appena 60milioni di stronzi). Ecco tutto. Il resto sono confini che si possono spostare all’occorrenza con un righello e una matita ben appuntita. Esseri fragili e disorientati che vengono eletti da altri esseri fragili e disorientati. Sbagliare un congiuntivo è molto più eversivo dell’incassare una tangente. Perché questo non è per nulla un discorso anti-casta. La preferisco un milione di volte al popolo. È formata da meno persone, vi si preserva un briciolo di individualità, di fragilità. Più è grande la massa, più grande l’orrore. Rubano? Tanto meglio. Anzi, più rubano più mi son simpatici. Perché in fondo amo l’essere umano e l’essere umano è una scimmia cleptomane. Così nuda, così patetica, l’universo si raffredda e morirà per sempre ma loro, su un corpo in perenne disfacimento, ci mettono la cravatta. Li capisco eccome, i politici: ruberei anche io se ne avessi la possibilità, e se andare a scuola dalle suore non mi avesse inoculato il senso di colpa.

A diciotto anni ho votato radicale perché speravo legalizzassero l’erba, poi ho smesso di fumare e non ho più votato. Così, quando arrivano le elezioni, me ne sto in casa a curare le mie begonie: dovreste vedere Lucrezio, il quarto bocciolo da destra, quello che sfiora l’abat-jour, dovreste vedere la sua meravigliosa sfumatura di ocra. Tu, questa tiritera di sciocchezze, puoi permetterti di scriverla perché vivi in una democrazia, coglione, altrimenti col cavolo. So cosa pensate, signori, lo so. E avete ragione. Sono un opportunista? E sia. Non voglio mica negarlo. Me ne vanto. Sono un borseggiatore di libertà d’espressione, uno scroccone di diritti costituzionali. Ma perfino scippare le massaie al mercato è meno mostruoso di un ideale. Credere in un’idea umana è ben più deleterio di un furto con destrezza di spazio editoriale. Al massimo i delinquenti da strada come me rovinano la giornata di una famiglia, forse un mese intero. Ma quelli che credono in un’idea tifano attorno alle ghigliottine della Rivoluzione francese, applaudono Hitler e Stalin, bruciano streghe, linciano ufficiali, organizzano lager, lanciano bombe incendiarie. Satana vive nei comizi, nelle bische vivacchiano mammiferi onnivori.

Il fanatico annuisce, il cialtrone allarga le braccia. Dio benedica i cialtroni e i perdigiorno! Se lui non c’è siamo tutti fottuti, ogni cosa è ininfluente al cospetto del nulla eterno. Ma io ci credo, al mio Dio, non lo vedete anche voi? Guardatelo lì, ha la proboscide, gli occhiali da sole, la scritta “ricotta” tatuata sul vecchio petto butterato, balbetta, sa di averla fatta grossa.

Leggi anche