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Senza consumismo il Natale non esiste

Diciamoci la verità, il Natale è l’unico momento in cui puoi ammettere di sentirti solo in un universo sterminato e vuoto, e che ogni scusa è buona per farsi forza l’uno con l’altro.

Forse un giorno resterà niente più che una festa di provincia, una sagra della luminaria tra tante. Nel ‘900 il Natale si è identificato con la celebrazione del consumismo. E ormai: via uno, via l’altro. Oggi le grandi città, le masse più evolute, vivono già l’alba della sharing economy: stanno diventando sagge, smaterializzate. Ma allora che ci metti sotto l’albero, le notifiche?

Il consumismo non è affatto in contrasto con la speranza cristiana. Il Natale è la festa dell’horror vacui. È l’unico momento dell’anno in cui sfoggiamo la massaia fragile che è in noi, quella che si commuove per la morte della madre di Bambi, un disegno – un disegno! – perso per sempre, è l’unico momento in cui puoi ammetterlo: ti senti solo in un universo sterminato e vuoto e ogni scusa è buona per farsi forza l’uno con l’altro, per fingere che perfino il nulla possa essere infiocchettato se in cartoleria trovi una fantasia abbastanza convincente per la carta regalo. A Natale il pavimento si riempie di pacchetti, i muri di decorazioni rosse e dorate, il salotto di voci, la tavola di bolliti, il buio di luce, l’inverno di condense e vapori. È una salvezza per accumulo, una redenzione per induzione.

Jack Gladney, protagonista di Rumore bianco di Don DeLillo, descrive così l’esperienza del supermercato: “Mi parve che Babette e io, nella massa e varietà dei nostri acquisti, nella grassa abbondanza suggerita da quei sacchetti – il peso, le dimensioni e il numero, i disegni familiari delle confezioni e la vivacità dei caratteri, le scatole giganti, i formati famiglia con il contrassegno fosforescente dell’offerta speciale – nonché nella sensazione che proviamo di esserci riempiti di scorte – il senso di benessere, la sicurezza e l’appagamento che quei prodotti apportavano a una sorta di casetta annidata nel nostro intimo –, mi parve, dicevo, che avessimo conseguito una pienezza dell’essere che doveva risultare ignota a coloro che hanno bisogno di meno, si aspettano di meno, incentrano tutta la loro vita su solitarie passeggiate serali”. Il Natale è il tripudio di questo senso di pienezza dell’essere conquistato carrello dopo carrello, banconota dopo banconota.

In una solitaria passeggiata serale non si può che essere onesti. In un abbraccio al tuo prozio durante il cenone non si può che essere disonesti. Vero. Eppure non è solo questione di falsità, ma anche di sforzo: ci si sforza di stare vicini. Uno sforzo sovrumano di tollerare odori e inflessioni e curiosità altrui che può durare al massimo pochi giorni, poi torniamo a dedicarci alla sopravvivenza immediata. Ma in quei giorni abbracci il corpo tiepido di tua nonna, ne assorbi i respiri deboli per qualche secondo, petto contro petto, e ti ripeti che tra poco quel corpo non sarà più. Per Heidegger “noi non “abbiamo” un corpo; noi “siamo” un corpo”. E un corpo non potrà che volere altri corpi, altre cose che si toccano, si annusano, si mangiano, si impacchettano.

È evidente che sarebbe meglio aderire al non attaccamento buddista, lasciare le auto delle città ai servizi di sharing e i corpi dei parenti ai batteri decompositori. Però noi ci siamo sorbiti la speranza insieme al brodo per decine di pranzi natalizi, abbiamo scritto in bel corsivo nomi di amici su centinaia di biglietti, e su quelli che ricevevamo abbiamo letto il nostro: ci siamo abituati a possedere nomi e singolarità, vogliamo ancora possedere noi stessi come vita unica e irripetibile, in quanto corpo del peso di 73 chili e con quegli occhi dal taglio triste che piacevano tanto alla mamma. Ora è troppo tardi per lasciarsi serenamente sparire in un tutto indefinito, per impacchettare con saggezza la propria individualità egoista nella carta nera del buio eterno e scriverci sopra “Per l’Universo”.

Quando saremo vecchi e i bambini di oggi saranno adulti e protagonisti di una società finalmente libera dall’ambizione di tenersi stretti i pezzi del mondo – una macchinina, una bambola, un bilocale, quattro arti per esistenza e cinque milioni di globuli rossi per millimetro cubo – e si libreranno nel vuoto senza la zavorra degli oggetti, allora noi ce ne torneremo curvi nelle nostre province a celebrare questo rito arcaico. Impacchetteremo dentiere nuove di zecca e annoderemo nastri luccicanti attorno a cateteri vergini, “questo è per te”, diremo ancora, accentuando con un gusto speciale, eversivo, pieno della stupida nostalgia per tutto ciò che se ne va, quel per te. E sui biglietti scriveremo ostinatamente dei nomi umani, sempre più tremolanti e incerti, e fino all’ultimo, sotto sotto, in gran segreto, spereremo nel miracolo piccolo borghese del cristianesimo, quello promesso dal Natale, quello di possederci per l’eternità.

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