Ricoveri reali e sexy adrenalina: vi racconto il tour di ‘Mi ero perso il cuore’ | Rolling Stone Italia

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Ricoveri reali e sexy adrenalina: vi racconto il tour di ‘Mi ero perso il cuore’

A pochi giorni dalla fine del giro di concerti con Roberta Finocchiaro, a Cristiano Godano già manca tutto, persino i soundcheck col solleone, gli hotel, i trasferimenti. Un racconto on the road e offline

Cristiano Godano e Roberta Finocchiaro

Foto: Gabriella Vaghini

Il mio tour solista è arrivato alla sua metà (anzi: l’ha superata di una unità), e dunque mancano ancora 4 date: Roddino (CN), oggi 23 luglio, Prato (sabato 24), Desio (martedi 27), Padova nel magnifico anfiteatro del Venda (venerdì 30). Per il sottoscritto (una “thing that tours”, per citare il mio amato Nick Cave) è sempre una pena avvicinarsi alla fine di un tour, anche se fosse cospicuo e pieno di date. La sua fine implica infatti il cessare di una serie di consuetudini alle quali sono affezionatissimo, perché confortevoli e rigeneranti. Il rituale del soundcheck, ad esempio, che io non snobbo mai e al quale anzi dedico ottime energie, perché, insieme coi miei sodali di sempre, desidero avere la certezza che la sera mi troverò alla grande sul palco, potendo contare su un’atmosfera che sarà tanto migliore quanto più durante il check l’avrò saputa preparare.

Certo, alcuni soundcheck sono durissimi: i palchi sotto il sole a picco di queste estati sempre più torride (Greta: salvaci!), dopo magari 400 km fatti su nastri d’asfalto cocenti seppur alieni alla capsula d’aria condizionata in cui siamo rinchiusi e sempre più lo saremo (Gretaaaa!), richiedono una disponibilità rara per chi è abituato a suonare dal vivo da tempo (noi Marlene siamo a almeno 1700 concerti), e infatti molti colleghi preferiscono lasciare i loro tecnici a farli, ma va da sé che se sei tu a gestire il tuo sound è pur sempre meglio a priori.

Oppure il rituale degli alberghi: amo infilarmi la notte nel letto di una stanza d’hotel dopo esser passato per hall, reception e ascensore, e dopo tutta la lunga serie di piccole cose che determinano l’accomodamento fra quelle nuove mura per una notte (compreso il perdersi un po’ nella rete per accompagnare il decadimento dell’adrenalina ancora in circolo, pur sapendo che la luce artificiale del pc danneggerà la produzione di melatonina), e amo svegliarmi al mattino pur sapendo di dover raccattare e ripiegare i vestiti lasciati a asciugare appesi a qualche generosa protuberanza, e pur sapendo di dover rifare la valigia (una noia mortale), perché sotto mi attende la sala colazione (o la più parte delle volte il caffè al volo e il succo di frutta, avendo mancato l’appuntamento con uova, brioches, affettati, formaggi, frutta, yogurt, cappuccino, fette biscottate, marmellata, pane, per via dei limiti di orario). E sono anche perversamente affezionato al rientro a casa in van (o al trasferimento in altra località): sono ore di totale stordimento, seduti e imbrigliati dalle cinture di sicurezza, stanchissimi, catatonici, obnubilati dall’eco del sound e dei decibel, coi pensieri che percorrono praterie sconfinate intercettando i momenti topici della sera prima, gli sguardi del pubblico, la performance, gli errori, e poi una miriade di bagattelle della quotidianità, affrontate di recente o ancora da affrontare, e le aspirazioni future, i desideri, i pezzi nuovi, e il confronto ottuso e inerziale coi social, come un morboso passatempo, con le foto del concerto di poche ore prima postate dai più intraprendenti, e i commenti, e i ringraziamenti del pubblico fedele, e un ronzio ormai inavvertibile ma latente, tessuto connettivo fra una “visione” e l’altra.

Foto: Gabriella Vaghini

E ovviamente la fine di un tour rappresenterà la fine di quei frangenti di vita in cui mi ritrovo ogni volta sul palco per esprimere un me stesso all’ennesima potenza, allertato, concentrato, pervaso da una adrenalina travolgente, contaminato dall’energia di puro amore che chi ci segue da sempre veicola, “potente come un Dio” (sempre il mio amato Nick mi suggerisce l’immagine), e nonostante ciò preparato a trovare, tra facce e sguardi ammirati e devoti, lo “sbadigliatore” di turno pronto a andare a prendersi un drink al bar. E infine la fine del tour sarà anche la fine di quei magnifici istanti in cui, dopo essermi ricomposto nei camerini, andrò a stringere mani, ad accettare selfie (certe mie facce distrutte dalla stanchezza andrebbero però censurate dal web), e ad accogliere complimenti e ammirazione: potete immaginare qualcosa di più bello di queste fantastiche iniezioni di fiducia e autostima? (Ci pensaranno poi gli hater di turno, o i malmostosi, o i leoncini da tastiera, o i rosiconi, a mitigare l’efficacia di questa rigenerazione: ed è rimarchevole far notare che prima di Internet questa evenienza non esisteva, non direttamente agli occhi e alla sensibilità del musicista intendo dire…).

Bene: tutto ciò finirà. E avrà termine (ma non per sempre, ne sono certo) il bellissimo sodalizio artistico che sta fiorendo fra me e Roberta Finocchiaro, la deliziosa fanciulla che vedete in foto. Se in una data ben precisa (non inerente il tour di Mi ero perso il cuore) mi son ritrovato per un curioso accidente a gestire da solo per la prima volta nella mia vita un concerto dall’inizio alla fine, capendo che è una cosa che mi posso finalmente permettere e che prima o poi tramuterò in uno spettacolo da me inventato e strutturato, suonare con Roberta in questa estate anomala e senza band mi ha concesso di godere, almeno in parte, delle magnifiche sfumature che le mie canzoni possono offrire al pubblico, e che non appena si potrà offrirò appieno con la formazione al completo (non vedo letteralmente l’ora).

Foto: Alex Amber

Alludo a una atmosfera adulta, matura, che un amico giornalista musicale da me molto rispettato (so che da poco scrive anche qua su Rolling Stone) ha definito “americana” (nel senso del genere musicale: alcuni di voi credo sappiano bene cosa si intende), con una ammirazione genuina e straboccante che mi ha riempito di una bella soddisfazione. Io adoro certi mondi, e si sa che amo Neil Young, ma lui è “solo” uno dei vari capostipiti di una pletora di musicisti-songwriter che in America esistono da sempre e si rigenerano in continuazione (qualche nome? Eccone alcuni, giusto la punta di un enorme iceberg: Devendra Banhart, Beck, Bonnie Prince Billy, Sparklehorse, Smog, Elliott Smith, Gillian Welch, Townes Van Zandt, Iris DeMent, Andrew Bird, Cory Hanson, Damien Jurado, Lambchop, eccetera eccetera eccetera e ancora eccetera, pescando fra i recenti e i meno recenti, e dimenticando chissà chi…). Tutto ciò è “americana” in accezione larga, oppure è alt-folk, è alt-country, è indie, e un’altra volta ancora eccetera eccetera eccetera.

Io sono sicuro che quel giornalista non avesse torto: perché ho appena detto che nel mio concerto si respira un’atmosfera adulta (e aggiungo consapevole e impavida), anche o forse soprattutto quando le note rasentano il silenzio e la sala resta sospesa in un’apnea rispettosa e quasi intimidita da una intensità che ben rappresenta quello che mi smuove da ascoltatore quando mi imbatto in qualcosa di superiore e molto vicino alle mie corde. Questo del tocco morbido e carico di emozione è un esito artistico che rincorro da anni, e quando suono in questi concerti sento con estrema soddisfazione di aver saputo raggiungere potenziali espressivi a me carissimi e incredibilmente preziosi, che fino a cinque-sei anni fa avrei ritenuto impossibili o davvero ardui. Grazie a Roberta tutto ciò viene ottenuto con una fioritura di insostituibili e eleganti dettagli, e la mia gioia è tanta.

Ora non resta che fare arrivare tutto ciò a più gente possibile. L’inizio di una parentesi solista per il cantante di una band affermata è quanto di meno certo si possa immaginare: il “brand” di partenza non garantisce la risposta automatica del suo pubblico in toto, e solo una piccola percentuale di esso si rende disponibile, sulla fiducia, a seguire le deviazioni dal percorso madre. Dunque si lavora duro per conquistare la fiducia di molti, ed è quello che sto facendo con dedizione, entusiasmo e pazienza, con la certezza che tanti “là fuori”, magari non propensi al sound marlenico, possano al contrario essere più ricettivi nei riguardi dell’approccio musicale che ho cercato di descrivere al meglio qua sopra.

Foto: Alex Astegiano

Amici cuneesi e astigiani, amici pratesi e fiorentini, amici milanesi e monzesi, amici padovani e veronesi: io e Roberta vi aspettiamo a braccia aperte in questa ultime quattro date, pronti a stupirvi e a sparpagliare nei vostri cuori dosi generosissime di amore e intensità. È una promessa.

E… beh, vi ho detto una mezza bugia: il tour con Roberta finisce, ma il primo di agosto subentrerà quello dei Marlene Kuntz, fino a settembre (sperando che nel frattempo il covid e i suoi danni collaterali, comportamenti umani inclusi, non rovinino di nuovo tutto). E anche lì, non vedo l’ora.