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Racconti dall’era delle videochiamate

Noi che abbiamo sempre odiato telefonare, adesso tiriamo fuori la bottiglia buona, ci mettiamo davanti alla webcam e dibattiamo su Fontana o la pasta brisé. Non è mica così tremendo, anzi

William e Kate durante la videochiamata con i figli di infermieri e medici impegnati nella lotta contro il coronavirus

Ai miei non telefono quasi mai. Per gli aggiornamenti spicci, c’è il gruppo chat di famiglia su WhatsApp. Per vedere come va la vita, hanno inventato i social. Mio padre ha un magnifico profilo da food blooger, vado lì e vedo se ha cucinato le sarde a beccafico o il coniglio in carpione, ottimo, like, a posto così. Loro fanno lo stesso con me (i miei non mi telefonano quasi mai). Vanno sulle mie storie e scoprono se nelle ultime ventiquattr’ore sono andato alla Fondazione Prada o all’Esselunga, fine. La mia tesi è sempre quella: siamo adulti da molti anni, i mezzi per tenerci in contatto esistono, che bisogno c’è d’infuocarsi i rispettivi orecchi contro uno smartphone per minuti di chiacchierate che sveleranno le stesse cose (ho fatto le sarde a beccafico, sono andato alla Fondazione Prada)? (L’altra tesi, ma richiederebbe un saggio a parte, è: non conosciamo né Kim Kardashian né Chiara Ferragni, ma possiamo forse dire di non essere al passo con le loro vite? Ecco: visto che i nostri genitori in teoria li conosciamo un po’ meglio di loro, un account per monitorarli di tanto in tanto basta e avanza.)

Coi miei, in queste settimane, ci stiamo telefonando moltissimo: più della (scarsissima) media, s’intende. No: coi miei ci videochiamiamo, e pure con una certa frequenza, attività che mai avrei pensato di condividere, a questo punto della vita. Il dialogo tipo finora era: (loro) «Visto Polanski. Bellissimo»; (io) emoji a caso. Adesso, invece, si tira fuori la bottiglia buona (tra un po’ anche le nostre fantomatiche “bottiglie buone” finiranno), ci si mette davanti alla webcam, si dibatte su Fontana o la pasta brisé. Non è mica così tremendo, anzi.

Anche ad A. non telefono quasi mai, né lui telefona a me. Viviamo insieme da sette anni: dovremmo pure chiamarci quando non siamo insieme? Se proprio devo fargli una telefonata della massima urgenza («Ciaoscusacosìfaccioprima, hanno finito le burrate, la bufala va bene uguale?»), scrollo le “ultime chiamate” e so che il suo nome non lo troverò mai, solo uffici stampa e numeri di call center lasciati senza risposta. Pure agli amici non telefono quasi mai. Un’amica mi scrive ogni volta che deve chiamarmi: «Per favore rispondimi». Sa che altrimenti non lo farò. Invece adesso l’agenda delle chiamate è fittissima. No: delle videochiamate. L’altra sera, prima di cena, A. mi guarda e mi fa: «Oggi non abbiamo videochiamate, vero?». Ed eravamo quasi dispiaciuti, monchi di un rituale che mai avremmo immaginato di aspettare con tanta emozione. La videochiamata ti richiede il minimo sforzo (la luce giusta e il telefono messo un po’ in alto, perché vogliamo comunque venire carini) e la massima resa: non beccheremo mai più tutti questi amici tutti insieme con tutta questa facilità, facciamolo oggi perché domani chissà. Soprattutto, ti sottopone a un transfert psicologico imprevisto: non tanto una proustiana nostalgia, quanto la tangibilità di un futuro che sembra già passato.

Sono tra i sostenitori (non ancora pentiti) della decrescita felice al tempo dell’isolamento. Ma non credo che questo continuo videochiamarci tenero e ossessivo segnerà il ritorno alle nostre telefonate di liceali. Forse lo è per le coppie distanti ma unite, costrette a lontanissimi «mi ami, ma quanto mi ami?» (cit. per i ragazzi del secolo scorso), ma senza la poesia dell’originale: non c’è niente da immaginare, ci si vede dall’altra parte dell’iPhone coi pantaloni del pigiama e la maglietta macchiata di sugo. Anche per noi vecchi collezionisti di schede telefoniche, il videochiamarci tra amici e vicini è un’attività che pare del tutto nuova. Una fantascienza che è già tramontata, come in quei film futuribili dove però tutto – le macchine, i vestiti, i programmi alla tv – sembra fermo agli anni ’50. Come Tales from the Loop, la serie appena arrivata su Prime Video. Ecco, siamo dentro un loop moderno ma antico, più tradizione orale classica che proiezione di futuro. Sarà perché, in queste videochiamate, si finisce per ripetere sempre le stesse cose, per usare le stesse espressioni formulari – voi dove andate a fare la spesa?, ti hanno già cassintegrato?, come sarà “dopo”?

Il futuro già passato era sotto i nostri occhi, e non ce n’eravamo accorti. Prima della videocall nel palinsesto di qualche sera fa, un amico mi scrive: «Possiamo usare anche WhatsApp, si fa prima». Lo potevamo fare, allora. Non lo facevamo mai, però. Tutte le chiamate su WhatsApp partite per sbaglio erano occasioni che non abbiamo colto (se succede oggi, non sembra l’atto scellerato che era prima).

Non so come sarà “dopo”. Non credo tornerò a chiamare la gente. Non ho mai messo la suoneria in vita mia, ho sempre perso (ma il più delle volte era una scusa) le vostre telefonate, figuriamoci se vi risponderò quando tornerò a vedervi tutti i giorni. Ma videochiamarvi, forse, mi mancherà. Perché le videochiamate, a quel punto, saranno l’esperienza precisa di un’epoca precisa, come il gettone rigato che s’impugnava stretto in mano da bambini, per andare con la nonna verso la cabina del lungomare e chiamare i genitori a casa. (A quel tempo, entrambi non sapevamo che un giorno non ci saremmo telefonati quasi mai.)

Ho capito che in fondo tutto questo mi mancherà quando l’altro giorno ho provato a invertire il loop. Mia madre mi aveva scritto di sentirci (anche lei mi avvisa prima), io ho provato a farle una telefonata. Solo voce, senza schermo. Non mi ha risposto (avrò pur dovuto prendere da qualcuno), poco dopo mi ha scritto per riprogrammare una videochiamata. È lì che ho capito che, in questi giorni almeno, la telefonata non esiste più. Che dobbiamo vederci per forza. Che un giorno questo Zoom ci sarà utile. Sì: anche a noi che non vogliamo chiamarci mai.

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