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Presente quelle persone insopportabili che ti toccano mentre ti parlano? Sono una di loro

Toccare è l’infantile e irritante e impacciato tentativo di penetrare il mistero impenetrabile: l’altro. Adesso, con la pandemia, quest’illusione non c’è più

Foto via Unsplash

Mi costituisco, devo levarmi questo peso dalla coscienza, non posso più ignorare di essere il bersaglio del vostro fastidio. Sono colpevole di un disgustoso atteggiamento denunciato di continuo sui social. So che questa confessione mi attirerà il disprezzo dei più, e me lo merito. Mi rendo perfettamente conto delle conseguenze nefaste che il mio vizio produce sull’umore dei disgraziati che incontro. Ma non posso fare a meno di cedergli. Tocco la gente. Per di più mi mangio le unghie, quindi brandisco moncherini piagati e sanguinolenti contro persone incolpevoli. Un vero schifo. Ma, come gridava il maniaco stupratore di M – Il mostro di Düsseldorf, “Non voglio! Devo! Non voglio! Devo!”

Cioè, non è che in metropolitana stia sempre lì a spalpazzare gli estranei. Ci tengo a sgombrare il campo da ogni dubbio: non sono mai stato denunciato. Però, seduto, mi capita di dare piccoli colpetti sulle ginocchia dei miei interlocutori; in piedi, mi capita di sfiorarne le spalle con una carezza intimidita. In tempo di pandemia e di distanziamento sociale, io mi sporgo, mi sollevo sulle punte, gli altri comprensibilmente si allontanano ancora di più, e allora io smanaccio nel vuoto, e magari ritorco subito il polso fingendo di controllare l’ora (sto imparando a smanacciare con la sinistra). Da impiastro rischio di trasformarmi in untore, so anche questo, ma ho paura di cadere nel baratro dell’imbarazzo e devo cercare sostegno in altri corpi, in apparenza più equilibrati del mio.

Tocco quando non trovo le parole, e le trovo di rado. Invidio i cani, che si annusano i rispettivi didietro e tanto basta: ecco due estranei diventati conoscenti. Mentre noi dobbiamo modulare una lunga combinazione di frasi convenzionali, contrabbandare sillabe di verità dentro paragrafi di finzione. Come capitava a un famoso scrittore suicida, quando incontro qualcuno, prima di pensare se questo qualcuno mi piace, penso se io piaccio a lui. Allora devo convincerlo che a me lui piace, anche se spesso non è vero, perché così mi sembra di ricattarlo, di instillargli un certo obbligo di reciprocità. Non ho il coraggio di proclamare solennemente una bugia tanto clamorosa, “tu mi piaci”, e dunque gli sfioro una spalla, cioè incarno la menzogna, mimo una confidenza posticcia, e in fondo so che così è pure peggio, che adesso gli piacerò addirittura meno, ma poi potrò sempre dirmi: “io ce l’ho messa tutta”.

Toccare è l’infantile e irritante e impacciato tentativo di penetrare il mistero impenetrabile: l’altro. Voi direte: senza il suo permesso. Ed è vero. A volte ci ho anche provato, a chiedere il permesso. Ti presentano un tizio e tu gli dici: “Mi perdoni, posso sfiorarle una spalla?” Ho incassato tiepide reazioni. Ed eccomi in un vicolo cieco.

Spero che la pandemia duri abbastanza da togliermi quest’abitudine barbara, bestiale. Toccare è irrazionale, è stupido. Ci fa male una gamba e noi immediatamente ce la tocchiamo e non ne ricaviamo alcun beneficio. Anche questo è stupido. C’è più niente da proteggere, lì. Il male è fatto. Ma noi ce la tocchiamo. Guardate i calciatori, a terra con le mani sul calcagno tacchettato. Cretini.

Le strette di mano: una metafora davvero dozzinale, miracolosamente depennata dall’editing del Covid19. Il rispetto, l’alleanza. Queste due mani, potenziale strumento di offesa, si aggrappano l’una all’altra con una calibrata pressione che dovrebbe fermarsi appena prima il mio sfoggio di decisione si trasformi nel tuo dolore. Gli asiatici sono millenni oltre tutte queste stronzate.

E gli abbracci, un patetico scimmiottamento dell’intero platonico; un tentativo, consapevolmente fallimentare, di diventare una cosa sola, una creatura da circo con due teste e otto arti. La natura ci ha fatto singoli, confinati in noi stessi, e noi dobbiamo accettarlo. Toccarci l’un l’altro è fare i capricci. Aggrapparci a un fiore nel tornado. Immaginare una pandemia senza fine, pensare che non ci abbracceremo mai più, ci libera dall’illusione, da antiche, false speranze. Stiamocene buoni al posto che ci è stato assegnato, in questo incomunicabile mistero a sangue caldo che è ciascuno di noi. Mi sento così vicino alla disintossicazione. Ho ordinato una bambola gonfiabile su Amazon, giusto per sfiorarle un ginocchio mentre le parlo. Ne verrò fuori.