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Perché siamo così ossessionati dagli anni ’90?




Celebriamo un periodo storico che non ricordiamo di aver vissuto perché sappiamo che non avremo mai nostalgia del 2018, o del decennio di cui fa parte. Oppure, come dice la voce degli Sugar Ray: «Non ci sono stati i Nirvana, nessuna band ci ha portato nel nuovo decennio. Quindi non c’è stato nessun decennio»

Qual è il decennio più citato del 2018? Facile: gli anni ’90. La nostalgia dei nineties continua a infestare l’immaginario pop, riassumendo perfettamente i motivi per cui questo decennio ha fallito il suo compito. Diciamocelo, “gli anni dieci” non sono stati niente di che, così come non lo sono stati “gli anni zero”. Quindi, prima di calare il sipario su un decennio che è stato tutto meno che tale, guardiamo indietro all’ultimo che ha significato qualcosa. Lo stesso concetto di “decennio” non è mai stato popolare come in questi giorni, un comodo foglietto illustrativo su come la nostra cultura cambia nel tempo. Il problema, però, è che non ne stiamo vivendo uno. E come si diceva negli anni ’90: What’s up with that?

Charli XCX ha catturato questo malessere culturale meglio di tutti nel suo singolo 1999, in duetto con Troye Sivan, dove dichiara: “I just wanna go back to 1999 / Sing Hit me baby, one more time.”. Nel video i due reinterpretano Titanic, Charli fa Kate e Troye fa Leo; Charli si trasforma nelle Spice Girls, mentre Troye nei Backstreet Boys. Ma la scena che preferisco è quando si vestono come Marilyn Manson e Rose McGowan ai tempi del red carpet dei VMA.

Charli è nata nel 1992 e Troye nel 1995, quindi nessuno sta rivivendo i propri ricordi. Al contrario, sognano un decennio fantastico che non hanno mai potuto vivere. Come siamo arrivati a questo punto? A celebrare la nostalgia per un periodo che nemmeno ricordiamo di aver vissuto?

I decenni, al giorno d’oggi, sono un bell’affare – pensate che il carrozzone “I Love the 90’s” ha appena inaugurato una residency permanente a Las Vegas. Mark McGrath degli Sugar Ray ama dire al suo pubblico: “Benvenuti negli anni ’90. Qualcuno di noi non se n’è mai andato”. Quando gli ho chiesto spiegazioni, McGrath si è lamentato della mancanza di identità del nuovo millennio. «Come li vorresti chiamare? I duemila? Nessuno sa come chiamarli. Nessuno sa quando sono iniziati e quando sono finiti». Il crollo del music business sembra alimentare la nostra confusione. «Non ci sono stati i Nirvana, nessuna band è arrivata per portarci nel nuovo decennio. Quindi non c’è stato nessun decennio. Niente ha rimpiazzato gli anni ’90, nonostante quel periodo sia finito».

Il suo collega e illustre pensatore Vanilla Ice ha opinioni simili. «Io la chiamo la generazione perduta», mi ha detto, «perché dal 2000 al 2017 la pop culture non ha offerto niente capace di definire una generazione. Cosa ricorderai di quel periodo? Ti capiterà mai di guardare dei vestiti e dire “Ehi, quella roba si metteva nel 2014?”. Non c’è musica, non c’è cultura pop, non c’è nemmeno moda a definire questa generazione. Penso agli anni ’90 come all’ultimo grande decennio».

Vanilla non ha tutti i torti – la gente ama le decadi. È inutile negarlo. “Life’s pretty cheap, it’s sold a decade at a time”, diceva una vecchia punk band inglese. È un modo comodo di affrontare il passato – i ruggenti anni ’20, la grande depressione dei ’30, la guerra dei ’40, gli swinging sixties, la febbre da cocaina dei ’70, i capelloni degli ’80 e il grunge dei ’90. Potete comprare costumi a tema nei negozi, persino “kit di accessori da ragazza anni ’90”. Da qualche parte nelle vostre città c’è un club che fa una serata a tema. Amiamo gli anni ’90 perché non abbiamo un decennio tutto nostro. E allora cos’è successo agli anni zero, agli anni dieci?

Gli anni settanta, ottanta e novanta si sono tutti impegnati per auto-mitizzarsi – quando Neil Young cantava “Look at Mother Nature on the run in the 70s” il 1969 era finito solo da pochi mesi. I Village People, che all’epoca erano al massimo del successo, chiusero il decennio con la hit Ready for the ‘80s. Spin magazine aspettò la fine di marzo 1990 per dichiarare che “Il revival anni ’80 è ufficialmente finito” in una recensione degli Everything But the Girl (che scrissi io, lo ammetto).

Gli anni ’90 si conclusero con il panico da nuovo millennio, quello che Tricky ha definito “pre-millennial tension”. Le pop star cantavano del nuovo millennio, tutti i magazine pubblicavano speciali sul nuovo millennio (che fruttarono una fortuna in pagine di pubblicità, perché è così che andavano le cose all’epoca). La notte di Capodanno i No Doubt si esibirono live per MTV, e a mezzanotte in punto suonarono It’s The End of the World As We Know It dei R.E.M..

Gli anni zero, però, non sono mai diventati “una decade” e – per ora – lo stesso è capitato agli anni dieci. Non hanno mai avuto un nome tutto loro perché privi del suffisso “-anta”. Si può sempre aprire un dibattito sui migliori film o serie TV degli anni ’80 e ’90. È molto più difficile farlo con gli anni zero. Tutti sarebbero capaci di elencare qualche stereotipo degli anni ’80, persino del 1880 (Oscar Wilde, le sparatorie all’O.K. Corral). Ma non per gli anni zero, o per il decennio dal 1900 al 1910. Gertrude Stein definì quel periodo come una “generazione perduta” – un secolo in anticipo rispetto a Vanilla Ice.

In America siamo ancora incasinati con la matematica, e c’è ancora chi usa il bizzarro modo di dire “two thousand and eighteen”, come se negassimo che il nuovo secolo sia effettivamente iniziato. Non c’è da sorprendersi se non riusciamo a dire “twenty-eighteen”, significherebbe ammettere che gli anni zero siano importanti, che il 21esimo secolo sia importante, e che questo decennio non sia un incubo da cui vorremmo svegliarci ogni singola mattina.

La nostalgia anni ’90 del 2018 è stata un viaggio piuttosto oscuro, da Assassination of Gianni Versace fino a Mid90s, il film semi-autobiografico di Jonah Hill dedicato a giovani skater problematici. La sitcom di Netflix Everything Sucks ha usato con maestria l’indie rock dei Softies per rievocare le atmosfere di un liceo del 1996 ed è stata cancellata istantaneamente, com’è giusto che sia per un prodotto di quel decennio. Diamine, il 2018 è stato l’anno in cui un revival di Pappa e ciccia è prima apparso dal nulla, diventando istantaneamente lo show più amato d’America, poi è sparito ad altrettanta velocità.

In verità, è il ruolo cruciale dei decenni nella nostra memoria culturale – cioè rassicurarci che anche le ere più oscure arrivano ad un finale – ad essere sparito del tutto. Forse guardiamo ancora agli anni ’90 perché sappiamo che non avremo mai nostalgia del 2018. Siamo già impegnati nei preparativi per dimenticare quest’anno e la decade che lo accompagna. Lunga vita, quindi, ai ruggenti anni ’20. 


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