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Perché la battaglia sul cambiamento climatico è diventata una partita vecchi contro giovani?


Dalle foto fake delle piazze piene d'immondizia, fino ai "gretini" e a chi vorrebbe investire Greta Thunberg con l'auto, sembra proprio che non riusciamo ad evitare di attaccare una generazione anche quando protesta per qualcosa di così poco egoista come il cilma

La manifestazione 'Fridays for Future' a Roma

Foto Kimberley Ross

Nelle due settimane dopo la grande manifestazione per il clima del 15 marzo, mi sono chiesto come mai un movimento giovanile, apolitico (o post-politico) e pacifico abbia così spaventato le generazioni più anziane? Da dove nasce un rancore così acceso? Perché abbiamo paura di ammettere che la nostra Terra ha bisogno di aiuto?

Lo sciopero mondiale del clima del 15 marzo, che ha coinvolto oltre 100 paesi, si è basato su una sola realtà: il cambiamento climatico è un fatto e la scienza ce lo ha dimostrato, suggerendoci anche tutte le possibili soluzioni per superare il problema prima che sia troppo tardi (o è già troppo tardi?). Il cambiamento climatico è un iper-oggetto viscoso che vive sulla nostra pelle e invade i nostri corpi a ogni respiro. È un problema di tutti, anche per quell’1% di popolazione ricchissima e intoccabile; sarà sciocco ripeterlo, ma la Terra, di fatto, è una e una soltanto e dobbiamo condividerla, nonostante Elon Musk ci continui a promettere la civilizzazione di Marte. E nonostante la poca informazione sul tema, la disinformazione volontaria da parte dei colossi petrolchimici (la ExxonMobil, una delle maggiori aziende petrolifere mondiali conosciuta in Europa come Esso, era a conoscenza del suo terribile impatto ambientale già dal 1977, decidendo – volontariamente – di insabbiare queste informazioni con massicce e milionarie campagne di disinformazione) e tutto quell’agglomerato di fake news, quel venerdì di marzo abbiamo assistito a un movimento magnifico, fiero, giovane.

Nonostante salvare il mondo dal disastro ecologico sia una tematica – teoricamente – universale e condivisibile, nei giorni a seguire si è movimentata una patetica macchina dell’odio verso questi ragazzi e la loro giovanissima leader Greta Thunberg. Sui social sono comparse fake news user generated sotto forma di foto d’archivio di piazze e strade piene di immondizia per cui sono stati incolpati i manifestanti di oggi. Ci sono state uscite giornalistiche come quella di Vittorio Feltri che, dopo aver dato della “stupidina” a Greta Thunberg, ha parlato della grande bufala del cambiamento climatico citando il premio Nobel Carlo Rubbia che, oltre a non essere climatologo, non ha mai negato il riscaldamento globale come invece afferma quello “stupidino” di Feltri. O attacchi di personaggi più o meno celebri come Rita Pavone, Nadia Toffa, Lorella Cuccarini e Maria Giovanna Maglie che hanno bullizzato la solita Greta mentre i giornali di destra coniavano il termine “gretini” per alludere, in termine dispregiativo, ai ragazzi scesi in piazza in quel 15 Marzo. Senza contare il complottismo per cui Greta Thunberg dovrebbe essere un membro degli Illuminati, ah no, dei Rettiliani, ah no, una marionetta della sinistra, ah no, delle élite, ah no, dei genitori, ah no, di una start up svedese.

Da qui mi sono sorte una serie di domande. Ma noi, che non siamo politici o imprenditori di un certo settore, che cosa otteniamo dal negazionismo sui cambiamenti climatici? Perché prendercela con questa ondata di ragazzi che sognano e vogliono solamente un futuro? E il futuro di cui si parla è una Terra non malata, in cui poter vivere, o meglio, sopravvivere: come può essere qualcosa di opinabile e criticabile? Noi generazioni di adulti proviamo così tanto imbarazzo e sensi di colpa per come abbiamo ridotto questo mondo da far finta che non esista un problema?

Una generazione di bamboccioni, si diceva. Poi però sono scesi in strada e a Milano sono diventati centomila manifestanti. Non più rivoluzioni da divano, non più rivoluzioni da social network. Dovremmo essere fieri di una generazione che sciopera e protesta per qualcosa di così poco egoista come il clima; oltre cento paesi per un unico obiettivo. Questo movimento giovanile ci ricorda, in epoca di no vax, che la scienza non è patrimonio esclusivo di una supposta élite, ma la base su cui costruire le nostre comunità nel rispetto dell’ambiente in cui siamo immersi. E ci ricorda che si può far politica senza essere un partito. Ora il compito è passare da una politica folk universalistica a un futuribile risultato concreto. Un seme è stato gettato. Ora c’è da agire per salvare un pianeta malato: il nostro. O accettare il collasso inevitabile. Questo movimento giovanile ha scelto la prima via. Quindi lasciate in pace i ragazzi: noi adulti abbiamo già fallito.

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