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Perché in coppia parliamo come degli idioti

Il “lessichino amoroso” delle coppie è un’epidemia di -ino, -ina, -etto, una malattia rosa che trasforma l’universo in un posto nuovo e spaventoso. Tutto per adagiarci nell’illusione di vivere una vita migliore

Foto IPA




In amore cerchiamo di convincerci che la vita sia più sopportabile di quel che è, quindi finiamo per parlare col nostro compagno come degli idioti. Il vero lessico amoroso non è quello che parla d’amore, ma quello che parla nell’amore. È il codice linguistico che una coppia conia nel proprio stesso formarsi. È un linguaggio in miniatura, un italiano peluche grazie al quale gli oggetti rimpiccioliscono e gli angoli si smussano. 

Le cose diventano cosine, nell’amore maturo non c’è nulla che scampi a un’epidemia di diminutivi e vezzeggiativi: in coda alle parole spuntano escrescenze a forma di -ino- -ina -etto -uccia. Questa malattia rosa trasforma l’universo intero in un posto nuovo, che sta al mondo fuori dalla coppia come un cucciolo di animale – il muso meno affilato, gli occhi larghi e tondi – sta all’esemplare adulto – che si deve procacciare da solo il cibo, a qualsiasi costo. Le nostre carezze verbali levigano le rocce come il moto delle onde.



Il lessico torna bambino, ci reimmergiamo negli anni in cui i nostri genitori cercavano di nasconderci – con neologismi, perifrasi e stereotipi – la mostruosità dell’essere. Il dolore, questo NO gridato dal corpo al proprio stesso esistere, la sola cosa a cui le creature viventi possano preferire il nulla, la frusta neurologica che fa sfuggire dai predatori e invocare Dio-la mamma-la morte, per i bambini diventa la “bua”. Niente che non si possa scacciare con cerotti e sciroppini. Poi per tutta la vita sentiremo nostalgia di quella dimensione tranquillizzante e, non appena scorgeremo nel compagno l’ipotesi di un complice per il nostro disegno mistificatorio, azzarderemo il primo “tatino”. Se non ci tornerà indietro un’espressione di disgusto o una smorfia di commiserazione, nel giro di poche settimane seguirà una colata caramellosa di “lettucci”, “casette” e “pesciolini”. 

Naturalmente, di pari passo con la mutazione lessicale, si deforma pure l’intonazione. In amore non si parla, si bisbiglia sul divano e si mugugna sul materasso. Con l’andare del tempo, man mano che alla passione subentra l’affetto, la proporzione di bisbigli aumenta a discapito di quella di ansiti e mugugni. La voce diventa nasale, più acuta, in un’imitazione delle sonorità infantili che cerca di tacitare il contributo acustico degli ormoni.

Il lessichino amoroso si parla vicini vicini, spesso sottovoce, dentro le mura domestiche, tutt’al più nell’abitacolo di un auto o sui sedili di un mezzo di trasporto quando la distanza tra i due corpi è sufficientemente ridotta. Ci si vergogna di rivelare a terzi questa regressione all’era in cui si credeva ancora a Babbo Natale e i nonni non erano mica morti, no, ma partiti per una lunghiiiiiiissima vacanza alle Canarie. I lessichini amorosi sono linguaggi esoterici parlati esclusivamente in sette formate da due persone lobotomizzate. A chi chiama la propria partner “orsacchiotta” suonerà ridicolo chi invece la chiama “bambolina”. 

Solo certe, rare, inquietanti coppie ne fanno sfoggio in pubblico senza pudore. La reazione di astanti e commensali non è diversa da quella prodotta da una flatulenza: com’è possibile che non si rendano conto dell’imbarazzo e del fastidio prodotti? Perché, se le proprie flatulenze sono sopportabili, i più intimi e viscerali umori altrui sono sempre spregevoli.

 Quando ci si lascia, si torna a chiamare l’atto del dormire “sonno” e non “nanna”, la carne di bovino adulto macellato “bistecca” e non “pappa”. La temperatura dell’universo si abbassa di alcuni gradi, le forme riguadagnano le proprie convessità. Dopo qualche tempo, se il cielino vuole, ci si fidanza ancora, ma non si può ricopiare senza vergogna l’antico codice amoroso. Nel nuovo rapporto i cambiamenti linguistici saranno a volte minimi – il vecchio “patatino” potrebbe diventare “patatonzolo”, il vecchio “ciccy” diventare “pippy” – ma sufficienti a darci l’illusione che, se il precedente esperimento aveva fallito alla prova della realtà – quando dopo un messaggio spiato sul cellulare del compagno “tatina” era diventata “gran puttana” o “micio” era diventato “pezzo di merda” – quello in corso non potrà che avere un esito totale e definitivo.

L’archivio di foto del cellulare tornerà a popolarsi di animali, specie cuccioli, invece che di tette e di culi. La frequenza di emoticon a forma di coniglietti e cagnolini aumenterà ancora una volta, mentre diminuirà quella di pollici alti e sobri sorrisi: la sobrietà viene spesso scambiata dagli innamorati per freddezza. Stavolta vinceremo la nostra guerra contro l’entropia cosmica con raffiche di vezzeggiativi, ne siamo certi. Stavolta i nostri neologismi, che sembrano usciti da quei cubi di legno con le lettere colorate stampate sulle facce, correggeranno finalmente il compito primordiale di Adamo, quello di nominare le cose, e noi non conosceremo più la morte: chi mai potrà farsi ingannare da un serpentello? Da questa folle – e ogni volta rediviva – speranza nasce la tenerezza con cui guardiamo le coppie di vecchietti che sul marciapiede si tengono per mano come bambini in fila alle elementari. Con l’eroismo tipico di chi non ha il senso del ridicolo, loro crederanno in tutto ciò finché gli sarà possibile credere in qualcosa. E per questo noi li invidiamo infinitamente.

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