Home Opinioni

Perché amiamo più le bestie delle persone?

Con gli animali non ci sentiamo in competizione per un amore, per un lavoro, per la gloria. Gli accordiamo la nostra compassione perché sappiamo che non potranno mai farci del male, che rimarranno sempre inferiori

Foto: Jenny Marvin via Unsplash

Difficilmente la nostra compassione per un barbone che fruga nell’immondizia eguaglia quella per un cane abbandonato, per un gatto seviziato. Il con-patire, il soffrire insieme a un altro essere vivente, a logica dovrebbe risultarci più semplice quanto più l’altro essere vivente è simile a noi, quanto più possiamo identificarci con lui. E invece per lo più avviene il contrario. Mano a mano che il progresso ha fatto il proprio corso e che la civiltà si è emancipata dallo stato di natura, il nostro atteggiamento nei confronti degli animali è cambiato: prima erano cose, tutt’al più bestie; ora sono persone, a volte divinità domestiche. Detto in parole povere: oggi vogliamo più bene agli animali che alle persone. E cioè teniamo di più al bene di cani, gatti, scimmie, pappagalli… che a quello dei nostri simili. Ma come è possibile?

Ogni volta che preferiamo un animale a una persona stiamo inconsapevolmente confermando la nostra fede nel Peccato Originale. Da un punto di vista scientifico, noi non abbiamo a che fare con la natura: noi siamo natura. Non c’è alcuna differenza essenziale tra un uomo e un paguro. L’ultimo modello di smartphone risponde alle stesse leggi universali che hanno portato dal Big Bang al brodo primordiale, dalla locomotiva al transistor. Se qualche cosa di essenziale è cambiato, al punto da farci credere che il Male inizi con la nostra comparsa sulla Terra, questo cambiamento non ha nulla di fisico, è meta-fisico: il gatto non ha mangiato la mela, per cui se ne va in giro con i genitali scoperti; noi l’abbiamo mangiata, e dunque dobbiamo indossare le mutande. Nel nostro amore per gli animali si nasconde la nostalgia per un passato mitico in cui non avevamo ancora addentato il frutto dell’albero della conoscenza.

Ormai è difficile farsi illusioni sulla nostra natura. Ci consideriamo creature spregevoli, dubitiamo che gli altri umani siano diversi da noi. Il nostro livello di consapevolezza è troppo elevato perché ci immaginiamo di poter essere salvati. Ma gli animali… chissà. Il mito del buon selvaggio di Rousseau è sempre meno sostenibile. Anche perché i selvaggi, buoni o cattivi che fossero, li abbiamo quasi tutti sterminati o civilizzati, e perché i pochi rimasti, a vezzeggiarli troppo, rischiamo poi di vederceli sbarcare sulle coste col gommone. Allora, per sperare che il Male sia un accidente storico, e quindi, in teoria, un domani superabile, abbiamo dovuto fare un ulteriore passo indietro. La salvezza non sta nei selvaggi con il sedere al vento e la cerbottana in bocca. No, sta nei chihuahua. E se in futuro ci convinceremo che pure negli animali, proprio perché “gli manca solo la parola”, si agitano istinti egoistici non troppo dissimili dai nostri, allora passeremo ai vegetali, daremo i nomi alle ortensie e porteremo a spasso vasetti di ibisco. Finché, osservando la morsa dentuta di una pianta carnivora che si richiude su una raganella, dovremo procedere ancora a ritroso, verso le rocce, i pugni di terra, i bicchieri d’acqua. Cuciremo squisiti pigiamini di raso azzurro per vestire i sassi, “chi è questo omone grande grande che ti tiene in braccio, Piertina?”, perché loro sì che sono buoni.

Per quanto espressivi, gli animali comunicano con gesti e sguardi che spesso non siamo in grado di comprendere. Abbaiano o miagolano senza che riusciamo a capirne il motivo. Guaiscono, scappano, saltano, mordono… e noi non sappiamo perché. Questo è “il misterioso mondo degli animali”. Lo stesso mondo misterioso di cui il protagonista – reale – di Grizzly Man, Timothy Treadewll, cercò di far parte, passando tredici estati tra gli orsi di una riserva in Alaska, per poi essere sbranato con la sua fidanzata. “In tutte le facce di tutti gli orsi che Treadwell ha ripreso io non ho scoperto nessuna empatia, nessuna comprensione, nessuna pietà. Ho colto solo la straordinaria indifferenza della natura. Secondo me non esiste nessun mondo segreto degli orsi, c’è solo una semi-annoiata ricerca di cibo” dice il regista del film, Werner Herzog, nel suo commento.

O crediamo al peccato originale, o siamo vittime di una speranza infantile. Tertium non datur. Poche persone ci risultano insopportabili quanto quelle che ci stanno più vicine. Già da piccoli, uno stesso atteggiamento ci infastidiva nei nostri genitori e c’era del tutto indifferente nei genitori dei nostri compagni di classe. A chi abbiamo appena conosciuto perdoniamo gesti e parole che non tollereremmo nei nostri amici. Non è questione di odio, è più questione di fastidio. L’esistenza altrui ci infastidisce e, tanto più la conosciamo, tanto più ci rendiamo conto che quella esistenza assomiglia alla nostra, tanto più ci infastidisce.

Con gli animali non ci sentiamo in competizione per un amore, per un lavoro, per una casa, per la gloria. Gli accordiamo la nostra compassione perché sappiamo che non potremo subire un’ingiustizia a loro vantaggio. Perché sappiamo che rimarranno sempre inferiori, che nessun ammortizzatore sociale, nessuna globalizzazione, nessun ambientalismo potranno mai scansarci dal nostro trono al vertice della catena alimentare. Temono il fuoco, questi. Ce li abbiamo noi i croccantini. Un bambino oggi poppa il latte e gattona come una bestia, ma domani chi può dirlo? Così è raro provare per un bimbo la stessa pietà disinteressata che si prova nei confronti di un micio. E infatti i video sui gatti in rete hanno di gran lunga più successo di quelli sui cuccioli d’uomo. Solo per i vecchi, così inoffensivi e spacciati, ormai irrimediabilmente macchiati di morte e d’impotenza, solo per loro a volte ci capita di intenerirci come per gli animali. Perché sappiamo che è solo lì, nella morte, che quel Peccato Originale troverà finalmente la sua espiazione.

Leggi anche