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Pedro Almodóvar, diari dalla quarantena: Warren Beatty, Madonna ed io

Il senso di claustrofobia dopo tre settimane, la festa organizzata per la popstar che voleva conoscere Antonio Banderas, il set di 'Dick Tracy' con Warren Beatty e Milena Canonero, gli Oscar e la cena a casa di Jane Fonda

Foto: Franco Origlia/Getty Images

Dal suo appartamento di Madrid, lo stesso di Antonio Banderas in Dolor y gloria, Pedro Almodóvar racconta la quarantena per eldiario.es. Il risultato è un’escursione altamente poetica sulle stagioni della sua vita, i film che lo hanno accompagnato, le persone che ha incontrato, i ricordi.
Per chi non leggesse lo spagnolo, ecco la traduzione della seconda puntata della rubrica, mentre qui trovate il link alla prima.


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Lunedì sera, mentre venivano annunciate le nuove norme che inaspriscono l’attuale quarantena, ho iniziato ad accusare i primi sintomi di claustrofobia. Sono arrivati tardi, io soffro da tempo di claustrofobia e agorafobia; sì, lo so che sono due patologie antitetiche, ma il mio organismo è un paradosso, è una delle sue caratteristiche, è sempre stato così.

Quella sera sapevo già che il giorno dopo avrei provato a uscire, mi sentivo come chi sta per commettere un delitto con premeditazione. Come chi si abbandona a un piacere proibito e non può fare niente per evitarlo. Lo so, sembra letteratura da quattro soldi, e lo è. Sono gli effetti del confinamento.

L’ho pianificato nel dettaglio, sarei uscito a comprare del cibo, una spesa vera e una necessità vera perché sono da solo. E quindi, martedì mattina mi sono cambiato per uscire e mi è sembrato di fare qualcosa di eccezionale: vestirmi! Non lo facevo da 17 giorni, ed è stata una cosa intima e molto speciale. E mi sono tornate in mente tante altre occasioni in cui mi sono vestito, momenti per me molto importanti e che, mi rendo conto adesso, mi sono rimasti impressi. Mi sono ricordato, ad esempio, di quando nel 1980, in Calle Lope de Rueda, mi cambiai per partecipare alla presentazione di Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio al cinema Peñalver in calle Conde de Peñalver. E anche se era un cinema di seconda visione, mi sentivo come ad un debutto al Kodak Theatre di Los Angeles. Era la prima volta che assistevo alla proiezione di un mio film insieme al pubblico, la prima volta in cui, in un vero cinema del circuito commerciale, con la platea gremita di gente, gli spettatori avrebbero contemplato immagini create da me insieme ai miei amici durante l’anno e mezzo di durata delle riprese. Quelli che rimasero in sala si divertirono molto. Ricordo che indossavo una giacca di raso rosso che avevo comprato a Londra, a Portobello.

Non sempre pianifichiamo cosa indossare, o almeno non sempre ce lo ricordiamo. Io ricordo di quando, due anni dopo la presentazione di Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio, ancora in piena Movida, decisi di indossare un completo grigio con il collo alla coreana per andare a un bar di Malasaña che era gestito da un ragazzo che mi aveva molto colpito. Non sono mai stato tipo da colletti alla coreana, sono più da collo Perkins, nasconde meglio il doppio mento. Ricordo bene il completo col collo alla coreana perché il ragazzo in questione entrò nella mia vita e ci rimase per due o tre anni. Lasciando il segno.

Ricordo anche lo smoking di shantung di seta viola dello stilista Antonio Alvarado e gli stivaletti borchiati, come quelli che ora produce Loboutin, con cui mi presentai alla mia prima cerimonia degli Oscar nel 1989. Non vincemmo, il mio rapporto con Carmen Maura andò in mille pezzi, ma ricordo bene quel viaggio disseminato di eventi meravigliosi che fu la visita a Los Angeles. Quattro o cinque giorni prima della cerimonia avevamo cenato a casa di Jane Fonda, che voleva a tutti i costi fare un remake di Donne sull’orlo di una crisi di nervi. Aveva invitato poche persone: Anjelica Houston e il suo compagno di allora, Jack Nicholson – che raccontò a Bibi di averla vista quel pomeriggio a una partita dei Lakers – Cher, bellissima con il suo trucco acqua e sapone, più bella e più bassina di quanto pensassi. E Morgan Fairchild. Proprio lei! (Io mi aspettavo qualcuno tipo Susan Sontag) e rimasi stupito, in modo positivo, perché pensavo che Morgan Fairchild giocasse in un campionato di serie inferiore rispetto alle altre (anche se l’aver recitato in serie come Flamingo Road e Falcon Crest non era cosa di poco conto). Jane Fonda dovette notare il mio stupore, perché si mise a raccontarmi che Morgan Fairchild era la sua compagna di manifestazioni, e che forse era anche più femminista di lei.

Eravamo increduli di passare una serata con ospiti di quel calibro. Ci scattammo molte foto insieme agli invitati, e anche con i quadri appesi alla pareti, dipinti dal padre di Jane, Henry Fonda.

La mattina dopo la cerimonia ricevo una telefonata in hotel. È una voce di donna. Mi dice, quasi con nonchalance, ma sicura che la sua voce mi avrebbe scioccato: “Ciao, sono Madonna, sto recitando in Dick Tracy e mi piacerebbe farti vedere il set; oggi non giriamo e posso dedicarti tutta la giornata”.

Poteva essere una falsa Madonna, o una psicopatica che voleva squartarmi in un posto sperduto in campagna, come ben descrive James Ellroy nei suoi romanzi (se avete letto Dalia Nera sapete cosa intendo, la madre dello scrittore fu uccisa proprio in uno scenario simile). Potete anche vedere il film girato dal mio adorato Brian De Palma, con Scarlett Johansson e Hilary Swank; ma se devo essere sincero non gli è venuto un granché. Per la quarantena va benissimo, ma prima di quello vi consiglierei la visione di molti altri suoi film: Le due sorelle, Il fantasma del palcoscenico, Carlito’s way, Omicidio a luci rosse – con una Melanie Griffith all’apice della carriera e magra come uno stecco – e soprattutto Scarface, con Al Pacino. Lasciate perdere Dalia Nera e guardatevi tutti questi film, mi ringrazierete. Tutte gemme del cinema, super accessibili e super piacevoli; poi vi farò una lista di film consigliati. Tornando alla telefonata di Madonna, poteva anche essere qualcuno che mi stava facendo uno scherzo, ma la mia autostima, nonostante avessi perso agli Oscar, era abbastanza alta da non farmi dubitare sull’autenticità della chiamata. La voce di Madonna mi dette l’indirizzo dello studio dove stavano girando, e lì mi presentai, felice come una pasqua.

Devo dire che tutta la troupe, da Warren Beatty a Storaro, fu estremamente gentile con me. Mi trattarono come fossi George Cukor. Beatty mi obbligò a sedermi sulla poltroncina su cui era scritto il suo nome, il posto del regista, per poter vedere la ripresa della sequenza che stavano girando. Ero sul punto di confessargli che la scoperta del mio orientamento sessuale risale a quando, da piccolo, lo vidi in Splendore nell’erba, ma ovviamente mi trattenni. Stavano girando una scena in cui un Al Pacino irriconoscibile parlotta all’infinito. Quell’interpretazione gli sarebbe valsa la nomination all’Oscar l’anno successivo, e il film avrebbe vinto tre statuette.

Madonna mi mostrò tutte le scenografie, e conobbi una persona che ammiravo moltissimo, Milena Canonero, la costumista che già allora aveva vinto tre Oscar (sarebbe stata nominata per Dick Tracy l’anno seguente): per Momenti di gloria, Barry Lyndon e Cotton Club. Altri tre film consigliati per alleviare la quarantena. Il mio preferito è Barry Lyndon di Kubrick. Milena Canonero vincerà anche un quarto Oscar, ma ora non mi viene in mente per quale film. Visitare l’atelier dove lavorava è stata forse la cosa che più mi ha colpito di quella visita, ed è l’unico motivo per cui mi sarebbe piaciuto lavorare ad Hollywood: l’ossessione per i dettagli.

Una delle caratteristiche di Dick Tracy, il personaggio del fumetto, è il cappello giallo. Milena doveva trovare lo stesso giallo del disegno del comic a tutti i costi. Mi mostrò duecento cappelli uguali, la cui unica differenza era una leggera sfumatura del colore. Mi rividi tantissimo in quella ossessione per il dettaglio. Anch’io, a mio modo, faccio lo stesso quando giro i film; non so lavorare in altra maniera (ma sicuramente so lavorare a spese molto più basse).

Se Madonna ti chiama e ti dice apertamente, come fece quel giorno, che ti saresti meritato l’Oscar, significa che la material girl prova un grande interesse per la tua persona. Ci incontrammo di nuovo l’anno successivo in occasione del suo Blonde Ambition Tour.

Uscii con lei nei giorni in cui rimase a Madrid e le organizzai un grande spettacolo di flamenco con La Polaca e suo marito, El Polaco, nell’hotel Palace. Vennero Loles, Bibi e Rossy, ma Madonna era stata molto chiara nel farmi capire che, oltre a me, c’era solo un invitato che le sarebbe interessato conoscere: Antonio Banderas. Le promisi che Antonio sarebbe venuto, ma non le dissi che non potevo non invitare anche Ana Leza, che al tempo era sua moglie, ed era una fan sfegatata della cantante.

Lei, Madonna, decise dove dovevamo sederci (c’erano vari tavoli rotondi per i miei amici e i suoi ballerini). Naturalmente, lei si sedette al tavolo principale, con me alla sua destra e Antonio alla sua sinistra. E spedì Ana Leza al tavolo più lontano di quella grande sala.

Madonna non prestò attenzione ad altri se non a noi due, e un po’ alla Polaca, che fu divina. Un membro del suo staff aveva in mano una telecamera di buona qualità e registrava la serata, “per avere un ricordo”, mi disse Madonna. Ma rimasi perplesso quando vidi che, oltre al tizio con la telecamera, c’era un ragazzo con il ciak, un ciak elettronico, che non avevo mai visto prima. Rimasi stranito, ma da buon anfitrione non feci domande. Io dovevo tradurre a Madonna alcune questioni riguardo ad Antonio per le quali lei aveva dimostrato fin troppo interesse. In quel momento, la carriera di Antonio era sul punto di decollare come un razzo; Légami! era già uscito negli Stati Uniti e aveva incantato sia la critica che Hollywood (oltre che Madonna), ma quella sera del 1990 ancora non parlava una parola d’inglese. Racconto questo perché un anno dopo vidi uscire un film, A letto con Madonna, girato in gran parte durante la mia festa al Palace; la corte spietata ad Antonio è uno dei temi portanti del film e, ovviamente, la scena in cui Madonna liquida con una sola frase Ana Leza non fu tagliata durante il montaggio. Alla fine della cena, Ana si era azzardata ad avvicinarsi al nostro tavolo, e aveva detto con sarcasmo alla bionda divina: “Vedo che ti piace mio marito. Non mi stupisco, piace a tutte, ma non mi importa, sono una tipa molto moderna”. A cui Madonna aveva risposto: “Get lost”. (Ma sparisci).

Tutto questo può sembrare frivolo, e in effetti lo è, qualcosa che fa pensare più a un racconto di Patty Diphusa che a una cronaca dell’isolamento che stiamo vivendo. Ma la memoria è così assurda quando si tratta di selezionare i ricordi. Non mi importa che sembri un regolamento di conti, se fosse accaduto il contrario (io che riprendo Madonna e il suo gruppo e ne faccio un film che poi presento a tutto il mondo), mi avrebbe marchiato in maniera così indelebile che la mia carriera sarebbe finita. Madonna ci trattò da sempliciotti, prima o poi dovevo dirlo, e non si degnò nemmeno di chiederci il permesso per utilizzare le nostre immagini; oltretutto mi ha doppiato, probabilmente il mio inglese non era abbastanza buono.

Stavo dicendo, a un certo punto della cena Madonna mi domanda: “Chiedi ad Antonio se gli piace picchiare le donne” (giuro che è andata così). Glielo traduco. Antonio non dice niente, balbetta, e fa un’espressione del tipo: “Sono un gentiluomo spagnolo e farei di tutto per una donna”. Secondo me il silenzio e la faccia erano molto eloquenti, ma Madonna voleva di più. “Chiedigli,” continuò, “se gli piace essere picchiato dalle donne.” Glielo traduco; “to hit” e “women” erano due parole che conoscevo già nel 1990. Antonio fece la stessa espressione che non significava né sì né no, ma che diceva che un gentiluomo spagnolo era al servizio dei desideri delle sue dame.

Vi racconto questo in primo luogo perché è successo davvero e fu anche il momento più divertente della serata, ma lei non ritenne necessario includerlo nel film. E ci è voluta questa pandemia perché il mondo potesse sapere come sono andate realmente le cose.

L’11 gennaio scorso avevo due appuntamenti a Los Angeles. Dovevo assistere a due cerimonie, quasi contemporanee, dove avrebbero premiato Dolor y gloria come Miglior Film Straniero. Indossai un completo nero di Givenchy, con sotto un maglione collo Perkins dello stesso colore.
La prima cerimonia era organizzata dall’AARP, un’associazione che lotta per i diritti delle persone sopra i 50 anni. In Spagna non esiste niente di simile a questi gruppi che fanno pressione al governo perché approvi misure in favore di certi collettivi.

La AARP ha dei premi propri, di un certo prestigio, e la cerimonia è così importante che viene trasmessa in TV. I premi si chiamano Grownups Movies Awards. Non so come tradurlo, è una cosa tipo “Premi per Film Maturi”. Selezionano il meglio del cinema di quell’anno che non sia infantile o infantiloide. Annette Bening ha ricevuto il premio alla carriera, The Irishman quello per Miglior Film, Scorsese quello per Miglior Regista, Renée Zellweger è stata premiata per Judy e Adam Sandler per Diamanti grezzi. Io e Sandler eravamo allo stesso tavolo, e lui è stato un vero signore, non ha aperto bocca nonostante lo abbia assillato con la nomination di Antonio agli Oscar; sembra infatti che il premio dovesse andare a lui, superbo in Diamanti grezzi, o a Robert De Niro, ma che la Academy di Hollywood abbia preferito Antonio.

Hanno premiato anche Noah Baumbach per la stupenda sceneggiatura di Storia di un matrimonio. (Ho legato molto con Noah e sua moglie, Greta Gerwig, e abbiamo deciso di incontrarci ogni volta che mi troverò a New York). E poi hanno premiato Dolor y gloria come Miglior Film Straniero.

Prima della consegna dei riconoscimenti, Annette Bening è venuta a salutarmi al mio tavolo, raggiante, insieme al marito Warren Beatty, anche lui in splendida forma con i suoi 83 anni. Ci siamo fatti reciprocamente i complimenti e Annette mi ha raccontato di aver richiesto i diritti di La donna che scriveva racconti di Lucia Berlin, ma che le avevano risposto che li detenevo io. Abbiamo parlato del libro – altro consiglio per questa quarantena, il tempo si ferma quando si leggono i racconti di Lucia Berlin – e le ho risposto che lei sarebbe stata perfetta per interpretare il ruolo della protagonista da anziana. Mi sono sentito di poterlo dire perché eravamo tutti sopra i 50 anni. Sono stato il primo ad essere premiato, gli organizzatori sapevano che avevo anche un altro impegno: la consegna dei premi dell’Associazione dei critici cinematografici di Los Angeles che, per quanto meno formali, stavano già sbevazzando il cocktail di benvenuto.

Nel mio discorso di ringraziamento ho citato Warren, non ho menzionato il fatto che avesse miracolosamente svegliato la mia sessualità, ma ho parlato di quanto fossi felice che fosse finalmente comparso in un mio film (ricorderete le immagini di Natalie Wood e Beatty nel monologo di Asier Etxeandia).

Con lo stesso completo e lo stesso desiderio di compiacere ed essere apprezzato, mi sono presentato all’Hotel Intercontinental, dove i critici stavano celebrando i loro prestigiosissimi premi dando una lezione su come sarebbero dovute andare le cose quest’anno. Miglior Film a Parasite, Miglior attore ad Antonio Banderas e Miglior film straniero a Dolor y Gloria.

Tornando al discorso iniziale, sono uscito per la prima volta dopo 17 giorni di confinamento assoluto. Non volevo perdermi la sensazione che ho provato, e avevo una motivazione concreta, fare la spesa in una specie di alimentari del quartiere. Ho provato una sensazione strana, ma anche una pace enorme, un silenzio e un vuoto molto piacevoli. In quel momento non ho pensato ai morti e agli infetti, mi trovavo davanti a un’immagine inedita di Madrid e a una situazione altrettanto insolita, che non so ancora definire. Preferisco non pensare alle vittime (anche se non è del tutto vero, cerco di aiutare per quanto possibile). Le cifre terribili sono note a tutti e io ho scritto questa specie di opuscolo proprio per dimenticarle, è un modo per fuggire in avanti. Se mi fermassi a guardare la realtà rimarrei paralizzato. E non voglio.