Home Opinioni

Pedro Almodóvar, diari dalla quarantena: viva la tristezza!

La libido e l'isolamento, la (mancata) difesa della cultura di fronte all’emergenza coronavirus e gli ormai tradizionali consigli di visione: Antonioni, Fellini e tutto il cinema che parla di amori spezzati

Foto: Europa Press Entertainment/Europa Press via Getty Images

Dal suo appartamento di Madrid, lo stesso di Antonio Banderas in Dolor y gloria, Pedro Almodóvar racconta la quarantena per eldiario.es. Il risultato è un’escursione altamente poetica sulle stagioni della sua vita, i film che lo hanno accompagnato, le persone che ha incontrato, i ricordi.
Per chi non leggesse lo spagnolo, ecco la traduzione. A questi link invece trovate la prima, la seconda e la terza puntata della rubrica in italiano.

***

Un altro giorno triste, non riesco a riprendermi prima delle sei di pomeriggio. Perché oggi è così e ieri no? Colpa della pressione atmosferica? Del fatto che per l’ennesima volta è evidente che l’UE non funziona proprio nel momento in cui ce n’è più bisogno? Perché è Giovedì Santo e per strada non c’è traccia di fedeli né santi? O per i 683 deceduti di ieri, cifra comunque positiva se paragonata al numero di morti del giorno prima, oltre settecento?

Di fronte all’assenza di vita che ci circonda, inizia a farsi sentire la mancanza di festeggiamenti o eventi a cui prima del confinamento (non me ne abbiano i credenti) non prestavo attenzione, come le affollate processioni della Semana Santa. E sebbene non sia né credente né idolatra, penso che il prossimo anno parteciperò a qualche processione, al mio paese, dove la tradizione è molto sentita, o a Malaga, dove Antonio mi ha invitato un sacco di volte.

A seconda di dove ti giri, trovi reazioni di ogni tipo; per alcuni l’isolamento è addirittura una soluzione. “La quarantena per noi è un vantaggio: finché saremo confinati, abbiamo la certezza di avere un tetto sopra la testa. Non sappiamo cosa accadrà dopo, non ci vogliamo pensare. Viviamo alla giornata”. A parlare è un cubano arrivato a Valencia un anno e mezzo fa; vive in un centro donato dalla fondazione privata Per amor a l’art insieme ad alcune famiglie colombiane, nicaraguensi e romene. Nonostante faccia lavori sporadici (consegna di pizze a domicilio, agente di sicurezza notturno), non è ancora riuscito a ottenere i documenti. La situazione attuale gli assicura un tetto, ma quando le cose torneranno alla normalità per lui e la sua famiglia inizierà la grande avventura.

Un amico attore mi ha raccontato qualcosa di simile. L’ho chiamato per accertarmi dello stato di salute della coppia e dei loro gatti, ma anche per sapere come sta la sua libido da quando è iniziato l’isolamento. “Normale,” mi ha risposto, “in miglioramento”. L’assenza di stress e la mancanza di programmi a breve o lungo termine sembra aiutare la loro vita sessuale. Mi ha raccontato, senza fare paragoni, che un suo amico psicologo che continua a fare consulenze per via telematica gli ha detto che la maggioranza dei suoi pazienti sta molto meglio del solito. Il disastro e l’angoscia generalizzata (uniti alla mancanza di stress) creano delle condizioni positive, e il fatto di non dovere rispondere alle necessità quotidiane li fa sentire sollevati. Credo che, a confronto con un contesto così complesso e doloroso, i loro problemi vengano ridimensionati. Non lo so spiegare, ma penso che i pazienti dello psicologo si sentano meglio quando tutto va a rotoli.

Chi invece non sta tanto bene sono coloro che sono rimasti sessualmente isolati (in particolare la popolazione più promiscua che vive senza partner). È per questo che ho chiamato il mio amico e gli ho chiesto della sua libido, perché avevo letto un articolo de El diario sulle “strategie per calmare la fame da contatto umano”. Secondo questo articolo, la gente sta usando i sex toys come mai fino ad ora, e in alcuni casi c’è una vera e propria disperazione: persone solitarie e libere che, a causa del confinamento, vedono limitate le proprie abitudini a soddisfare i loro desideri. Sembra che il sexting sia alle stelle, i messaggi e gli scambi telefonici traboccano di materiale e letteratura pornografica. E pare che i best seller del momento siano il succhia clitoride, i masturbatori maschili e una grande varietà di giochini per coppie.

Dopo aver letto questo articolo, ho chiamato vari amici e amiche per sincerarmi dello stato del loro appetito sessuale. Eccetto uno, che era disperato e mi ha parlato di come prende appuntamenti su internet per incontrarsi con altri nei supermercati e scopare nei bagni, in generale ho trovato che la pandemia e il conseguente isolamento abbiano diminuito le necessità erotiche della maggior parte delle persone che ho sentito. La mia libido, ad esempio, mi ha abbandonato non appena è iniziato l’isolamento. Suppongo che la tristezza e la preoccupazione abbiano preso il posto delle fantasie erotiche.

Ma sono convinto che il sesso sia una necessità e un business. Ho letto su un giornale un articolo riguardo alla grave situazione in cui si trovano le professioniste del sesso.
“Siamo disperate,” racconta una prostituta di Alicante. “Nessuno si è mai occupato di noi, ma adesso siamo più invisibili che mai”.

Alcune delle sue colleghe hanno deciso di passare la quarantena con un cliente ad un prezzo scontato. Quando ho letto questo, per deformazione professionale ho pensato che sarebbe un ottimo argomento per un copione. Per una questione pragmatica, la prostituta decide di passare la quarantena insieme a un cliente, aggiungendo uno sconto al suo listino abituale. Questo significa non solo che il cliente potrà soddisfare i suoi desideri carnali per tutta la durata della difficile quarantena, ma anche che vivrà con la professionista in una situazione molto simile a quella di una coppia. Ventiquattr’ore su ventiquattro insieme: tempo per chiacchierare, condividere, parlare della propria infanzia, delle rispettive famiglie, di mettersi a nudo fisicamente e psicologicamente, di scoperta reciproca. È una situazione che offre migliaia di spunti. Se sopravvivranno alla quarantena, auguro a queste coppie una relazione futura molto solida.
Cito un tweet pubblicato da mio fratello due giorni fa che mette a confronto la reazione spagnola, francese e tedesca al disastro economico causato dal coronavirus sull’industria culturale. Il ministro della Cultura spagnolo, stando a quanto dice El Confidencial, ha confermato lo scorso lunedì che non verranno prese misure specifiche per il settore. Zero aiuti, ha detto soddisfatto causando lo stupore degli interessati.
Il governo francese, invece, si è mobilitato per difendere la cultura nazionale di fronte all’emergenza coronavirus (ABC). Il Ministero della cultura francese destinerà 22 milioni di euro a sostegno del settore culturale. La Germania ha incluso la Cultura nei suoi “beni di prima necessità”, specificando inoltre, secondo quanto riportato dall’ABC, che l’industria culturale potrà accedere al programma di crediti illimitati previsto dal governo di Angela Merkel.

Tre reazioni molto differenti e molto eloquenti. In una lettera inviata al ministro della Cultura, il prestigioso regista teatrale Lluis Pascual afferma che questo paese non ama i suoi artisti. Li può ammirare, invidiare, e in qualche caso addirittura adorare. Ma amare è un’altra cosa. E ha proprio ragione. La lettera è una lunga e dettagliata denuncia della vulnerabilità che da sempre caratterizza i lavoratori del settore della Cultura e il ministero che porta lo stesso nome, che solo in rari casi ci ha rappresentati.

Quando il nuovo Governo di Pedro Sánchez ha deciso di non rinominare José Guirao (precedente ministro della Cultura e uno dei migliori direttori culturali che abbiamo avuto negli ultimi quarant’anni, politicamente indipendente, ma con un’enorme esperienza nel campo della cultura), ho vissuto la sua esclusione come una grande perdita, e la realtà non ha fatto altro che confermarlo. La nomina del signor Rodríguez Uribes è una nomina politica: è un uomo di partito, come si dice in gergo. Avrebbero potuto affidargli questo incarico come qualsiasi altro. In quarant’anni di democrazia non abbiamo mai avuto fortuna con il Ministero della Cultura, eccezion fatta per la ministra Carmen Alborch (dal ’93 al ’96) e José Guirao, il penultimo ministro che, durante il suo periodo ad interim, ha fatto tutto il possibile. Il segno ideologico non ha importanza: i vari governi che si sono succeduti nel nostro paese non hanno mai avuto la volontà politica di aiutare il settore culturale.

Dopo il torto di lunedì da parte del ministro Uribes, e dopo le proteste da parte del settore, oggi, Venerdì Santo, la signora Montero, ministra delle Finanze e portavoce del Governo, ha promesso che ci sarà una riunione congiunta di entrambi i ministeri con il settore della cultura, in cui suppongo verrà rivalutata la situazione.

Ma torniamo all’isolamento e alle misure immediate per combatterlo. Io confido molto nel cinema, nel guardare film che ci intrattengono e arricchiscono, e visto che ho iniziato questo articolo parlando di tristezza, ho scelto alcuni titoli che parlano di amori spezzati.

Noi due sconosciuti (Strangers when we meet) di Richard Quine, con la sua musa Kim Novak: una storia simile a quelle raccontate da Richard Yates nei suoi romanzi.

Fine di una storia di Neil Jordan, basato sul meraviglioso romanzo di Graham Greene. Ralph Fiennes interpreta un amante disperato alle prese con il ricordo della donna che lo ha lasciato anni prima, senza apparente spiegazione. Le sue supposizioni lo portano a pensare che “qualcuno” si sia messo di mezzo, e in effetti è così; ciò che non può immaginare è che quel “qualcuno” sia Dio.

Lettera da una sconosciuta di Max Ophüls. Capolavoro di una delicatezza disarmante basato su un romanzo del grande Stefan Zweig. Cinema romantico alla sua massima espressione.

Ascensore per il patibolo di Louis Malle. Jeanne Moreau che vaga per i marciapiedi di Parigi merita da sola la visione del film. Per non parlare della colonna sonora, improvvisata da Miles Davis, nel suo periodo parigino, durante la visione del film. E poi Maurice Ronet, sempre misterioso e intenso. E triste. Ma in questo elenco la tristezza è un valore aggiunto.

Buongiorno tristezza! di Otto Preminger, con una Jean Seberg quasi adolescente, prima della sua esplosione in Fino all’ultimo respiro di Godard, che sfoggia già il suo taglio alla garçonne. Ho un debole per questo film, per Françoise Sagan, Deborah Kerr e David Niven. Adoro i film che parlano della noia dell’alta borghesia. Anche se Buongiorno Tristezza! è molto più di questo.

La notte di Antonioni. Ancora una volta la noia esistenziale, ma stavolta quella dell’alta società milanese, con un trio glorioso: Jeanne Moreau, Monica Vitti e Marcello Mastroianni. Il monologo di chiusura di Jeanne Moreau è uno dei finali più belli, e tristi, che ricordo.

I vitelloni di Fellini. Adoro anche i film che parlano di vita rurale. In Spagna abbiamo due capolavori su questo tema: Zia Tula di Miguel Picazo e Calle Mayor di J. A. Bardem, entrambi consigliati e imprescindibili. [Ce ne sono anche moltissimi altri]. Qui, quando parliamo di vita rurale, prestiamo più attenzione alla solitudine femminile; infatti entrambi i film consigliati parlano della vita di due donne zitelle. I vitelloni, invece, parla della solitudine e della noia degli scapoli d’oro, personaggi maschili sui trent’anni, bambinoni senza futuro, che ingannano la solitudine nei bar della loro città o facendo bravate, come in Calle Mayor. Una delle opere maestre di Fellini, con un Alberto Sordi indimenticabile.

La calda amante di Truffaut e con una Françoise Dorléac in tutto il suo splendore. Uno dei miei Truffaut preferiti.

Il diritto di uccidere (In a lonely place) di Nicholas Ray. Un noir insolito incentrato su un personaggio davvero violento, Bogart. Il MacGuffin del film è la caccia a un assassino – che tutti sospettano essere Bogart – ma in realtà il film ruota attorno alla relazione della coppia Bogart-Gloria Grahame e al temperamento esplosivo di lui. Il film racconta la storia di un uomo violento ma innocente da una prospettiva molto originale. La tenerezza dei violenti. Tutto, nel film di Nick Ray, è molto originale.

Ci accingiamo già a salutare una Semana Santa di strade vuote, e molte altre festività ci aspettano con strade altrettanto deserte. Non riesco ad abituarmi.

Altre notizie su:  Pedro Almodóvar