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Pedro Almodóvar, diari dalla quarantena: le storie hanno bisogno di riposo

Una nuova riflessione del maestro spagnolo, accompagnata da consigli di visione e lettura

Pedro Almodóvar sul set di 'Dolor y gloria'

Dal suo appartamento di Madrid, lo stesso di Antonio Banderas in Dolor y gloria, Pedro Almodóvar racconta la quarantena per eldiario.es. Il risultato è un’escursione altamente poetica sulle stagioni della sua vita, i film che lo hanno accompagnato, le persone che ha incontrato, i ricordi.
Per chi non leggesse lo spagnolo, ecco la traduzione. Ai questi link invece trovate la prima e la seconda puntata della rubrica.

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In questi ultimi giorni mi sveglio senza energia, pare infatti che il confinamento non ci lascerà prima di qualche settimana. È già sparita quella sensazione di novità dei primi giorni, in cui si sperimentavano sentimenti nuovi. Suppongo sia uno dei possibili pericoli, abbandonarsi alla routine e lasciare che un giorno segua l’altro, e un altro ancora.

Mi metto a scrivere senza fiducia e senza meta, con la lieve speranza che questo esercizio mi aiuti a fuggire dalla malinconia e dalla tristezza, o almeno da questa tristezza passiva che ti relega nel cantuccio più comodo del divano. Oggi sento che la casa assorbe tutta la mia energia, mi risucchia e mi lascia esausto ad affrontare il giorno e la notte.

Mi rimangono però la lettura e i DVD. Per il momento ho abbandonato la scrittura dei miei copioni, li lascio riposare; anche le storie hanno bisogno di riposo, di sedimentarsi e maturare in maniera naturale.

La svolta della giornata di ieri è stata la raccolta di racconti Las biuty queens di Iván Monalisa Ojeda. Suona come un libro su travestiti e trans, e lo è, ma non è solo questo. Monalisa è cilena e in questi racconti ci narra la vita di tutti i giorni, o meglio di tutte le notti, di un gruppo di travestiti e trans sudamericane che battono nei bar e nei vicoli malfamati della città di New York. Il sogno americano visto dall’alto di un paio di tacchi che la realtà trasforma in incubo, un incubo quotidiano. Per queste biuty queens la morte violenta è un rischio del mestiere. I racconti potrebbero essere molto più sordidi, ma Iván Monalisa riesce con talento a donare vitalità e ironia ai suoi personaggi; sa raccontare le loro disgrazie come qualcosa di inevitabile, con humour e senza vittimismo; sono racconti di sopravvivenza alle politiche migratorie di Trump, di personaggi che, con ironia e spirito solidale, affrontano i pericoli della città. Condividono droghe, magnaccia, concorsi di bellezza, crisi e deliri, ma sono una comunità molto unita. Mi ricordano le vicine di mia madre di quando tornò a vivere al paese pochi anni prima di morire. Le vicine sapevano prendersi cura di lei molto meglio di quanto non avessimo fatto noialtri. La solidarietà e l’affetto tra le vedove che abitavano nella strada di mia madre sono uno dei ricordi più belli del mio paese natale. Non a caso Julieta Serrano non voleva che il figlio filmasse le vicine. Le vicine sono sacre, in tutte le sfumature della parola.

Non sono paragonabili, visto che i due libri mostrano paesaggi umani molto diversi e contesti sociali opposti, ma Las biuty queens mi ricorda il mio libro di racconti di Patty Diphusa e altre storie. Il mio libro è pura finzione edonistica, mentre le storie di Las biuty queens trasudano realtà da ogni frase. Vi consiglio entrambi, se non avete di meglio da fare. Vi posso assicurare divertimento e leggerezza.

Ma parlando di ispanoamericani vittime delle leggi migratorie di Trump, non posso non consigliarvi un libro bellissimo ed emozionante, Archivio dei bambini perduti della scrittrice di Città del Messico Valeria Luiselli. È l’opposto degli altri due, non è una lettura leggera, ma mi ha commosso per l’originalità e la bellezza della sua prosa. E anche per la storia che racconta, un road movie su una coppia di audio documentaristi che si dedicano alla registrazione di suoni, e per questo decide di fare un viaggio da New York all’Arizona insieme ai suoi due bambini. Non voglio svelarvi la trama. Sullo sfondo del deserto e dei motel incontrati sul cammino, assistiamo allo sgretolarsi del matrimonio dei due fonici. Lui cerca le tracce del gruppo apache che per ultimo si arrese al potere militare americano, mentre lei vuole documentare i gruppi di bambini che attraversano il deserto per raggiungere la frontiera in cerca di asilo. La fine del matrimonio dei documentaristi, insieme al modo in cui i loro figli interpretano le storie che ascoltano, si fondono in un romanzo innovativo, bellissimo per stile e narrazione. Lo stesso New York Times lo ha incluso tra i migliori 20 libri dell’anno.

Senza accavallare le letture, ognuna ha la sua ora del giorno o della notte, sto finendo anche l’ultimo romanzo di Almudena Grandes, scrittrice e faro per chiunque voglia conoscere la storia del nostro presente, e quindi le nostre origini, quei dettagli così importanti che la Storia ufficiale con la S maiuscola tende a nasconderci. Stavolta la scrittrice viaggia negli anni ’50. Tra le altre cose, i romanzi di Grandes sanno essere molto generosi nella creazione di personaggi e trame secondari che, alla fine, hanno la stessa importanza di trame e personaggi principali, creando così un esaustivo tableau vivant del periodo storico e sociale di cui trattano. Comunque dicevo che, tra le altre cose, Almudena parla della psichiatria nella Spagna degli anni ’50, periodo in cui il nostro paese voleva mostrare la sua faccia più civilizzata e normale. La realtà, naturalmente, era molto diversa.

Oltre ad essere un romanzone che riesce a farti immedesimare con l’autrice e i personaggi, l’argomento che tratta, la psichiatria negli anni ’40 e ’50, mi interessa in modo particolare; infatti, proprio su questo tema, ho un sacco di appunti per il possibile copione di un film che non farò. Nel suo romanzo, Almudena Grandes offre una documentazione molto ampia; nel leggerlo mi sono venuti in mente i miei appunti sull’argomento, e ora che ho tempo da dedicare ai miei capricci letterari, mi è tornata la voglia di svilupparli.

Nel romanzo La madre de Frankenstein l’autrice segue un caso realmente accaduto a Madrid nel 1933. La signora Aurora Rodríguez Carballeira uccise Hildegart, la figlia diciottenne, sparandole quattro colpi in testa. Fino a quel momento la ragazza era stata l’orgoglio della madre, ma con il crescere Hildegart aveva iniziato a manifestare idee e progetti propri, cosa che la madre non poteva sopportare. Proprio per questo, come lei stessa confessò, si vide obbligata a ucciderla.

La perizia che precedette il giudizio stabilì che Aurora era una paranoica pura, sostenitrice dell’eugenetica. Il romanzo racconta che, quando con una totale assenza di emozioni spiegava le ragioni per cui aveva ucciso la figlia, la signora Aurora disse: “L’ho uccisa per salvarla. Io l’ho fatta e io l’ho distrutta, era una mia prerogativa, un mio diritto… Hildegart era opera mia e non mi era venuta bene”.

L’eugenetica è un’ideologia criminale i cui adepti ritengono di avere il diritto di sopprimere una parte della popolazione uccidendola o impedendone la riproduzione… Vi consiglio il romanzo di Almudena Grandes, è il miglior antidoto contro il tedio e le preoccupazioni di questi giorni.

La parricida finirà i giorni che le restano da vivere nel manicomio di Ciempozuelos, e il romanzo si sviluppa intorno agli psichiatri, le fidanzate, i fidanzati, i familiari, le infermiere, le suore, le altre pazze, etc. Oltre a consigliarlo, come dicevo, il romanzo di Almudena Grandes mi ha ricordato di un mio scritto di qualche anno fa ispirato da un articolo pubblicato su El País, En busca del gen rojo (Alla ricerca del gene rosso, ndt), scritto da Rodolfo Serrano.

Al momento dovrei dedicarmi a riscrivere le bozze di La donna che scriveva racconti e/o La voce umana, che sono i due lavori che ho per le mani. E invece tradisco me stesso dedicandomi a un’altra storia che dovrò riesumare dagli abissi del mio computer, ispirata, come dicevo, dall’articolo di El País. Il testo parla di un altro eugenista, una persona che, proprio come la signora Aurora, è esistita davvero: uno psichiatra spagnolo del regime franchista che alla fine degli anni trenta e durante i primi anni del dopoguerra realizzò studi ed esperimenti per capire in cosa consistesse il ‘gene rosso’, quali malformazioni psichiche o fisiche portassero un uomo o una donna ad abbracciare l’ideologia marxista. Sì. State leggendo bene. Oltre alla rivoluzione che avrebbe scatenato nel mondo della psichiatria, lo psichiatra franchista pretendeva anche estirpare il male dai suoi portatori, i rossi, che riempivano le carceri.

Da quando ho letto l’articolo su El País mi è venuto il desiderio di sviluppare in forma fantascientifica la storia dello psichiatra spagnolo e della sua ricerca del gene rosso, ma non sono mai riuscito a trovare il tono giusto, perché la realtà di cui parla è talmente terribile che è difficile farne dell’ironia, e d’altro canto è impossibile nel 2020 parlare del tema e del personaggio senza ricorrere al distacco che ti permette di essere ironico. Per documentarsi il materiale non manca, e l’argomento viene analizzato con il titolo molto vago Biopsiquismo del Fanatismo Marxista (Biopsichismo del fanatismo marxista, ndt) nelle riviste scientifiche dell’epoca, come ad esempio la Revista española de Medicina y cirugía de Guerra (Rivista spagnola di medicina e chirurgia di guerra, ndt). Quando scoprii questo materiale così assurdo, mi inventai vari personaggi di fantasia, allontanandomi di proposito da quelli reali, per concentrarmi sull’avventura scientifica al fine di farla prevalere. I familiari e i colleghi dello psichiatra sarebbero stati inventati sulla base della società spagnola dell’epoca.

Al tempo, pensai di farne un racconto neorealista, ma quando provai a svolgere l’argomento mi scoprii incapace di farlo. Dopo tutti questi anni di ibernazione, credo di aver trovato lo stile appropriato per questo materiale: quello del fumetto. Lo psichiatra franchista diventa il tipico scienziato pazzo che indaga il gene marxista ed è disposto a sacrificare qualsiasi cosa. Eugenetica. Posso affrontare un personaggio di questo tipo solo attraverso la finzione assoluta, con uno stile che sia il più possibile lontano dal naturalismo. Ho trovato cosa fare durante questa Semana Santa. Ovviamente, questo psichiatra aveva un nome, ma non ho intenzione di utilizzarlo per non ferire i suoi familiari e per poterne scrivere in libertà.

Per finire in bellezza e con allegria, ecco alcuni consigli cinematografici che annienteranno anche la minima sensazione di malinconia, saturazione o tedio di questa settimana, una delle più difficili. Sono tutte straordinarie screwball comedies americane, commedie svitate, genere in cui gli americani sono maestri. Eccoli qui:

Il magnifico scherzo (Monkey Business) di Howard Hawks

Scandalo a Filadelfia di George Cukor

La signora di mezzanotte (Midnight) di Mitchell Leisen: Guillermo Cabrera Infante, cinefilo e critico oltre che scrittore squisito, mi disse che, tra tutte le commedie, questa era la sua preferita

Vogliamo vivere! di Ernst Lubitsch

Prima pagina di Billy Wilder. Esiste una versione precedente, La signora del venerdì, con Rosalind Russell, altrettanto esilarante

A qualcuno piace caldo (Some like it hot) di Billy Wilder

Ricche e famose di George Cukor

Ero uno sposo di guerra (I was a male war bride,) di Howard Hawks

È nata una stella (la versione di George Cukor con Judy Garland: è un film drammatico ma è talmente stupendo che lo consiglierei in qualsiasi circostanza)

Partita a quattro (Design for living) di Lubitsch, basato sulla deliziosa opera teatrale di Noël Coward con sceneggiatura di Ben Hecht

Casa Flora (di Ramón Fernández con Lola Flores; non so se il film sia buono o meno, ma se dovessi definirlo lo chiamerei “commedia dadaista”, perché è molto più che svitata. Ed è sempre un piacere vedere e ascoltare Lola Flores con un look anni ’70)

Con una lista di perle come queste, non rimane che restare in casa, camminare per i corridoi tra un film e l’altro e parlare con amici, familiari e amanti per telefono o via Skype, per potersi godere una meravigliosa Semana Santa senza processioni, saetas e veli neri.

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