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Ossitocina store: la soluzione alla frustrazione del maschio contemporaneo

La liberazione del maschio non passa attraverso prese di coscienza, evoluzioni sociali, adeguamenti giuridici allo spirito dei tempi. Passa per l’ammoniaca.

Foto IPA

Il maschio umano è un cavo teso tra la bestia e l’eunuco. Creatura tremolante e vigliacca, segreto custode di erezioni notturne, glissatore olimpionico, asceta per quieto vivere, rimuginatore da pianerottolo. La soluzione per liberarlo dalla paura è una soltanto: gli ossitocina store.

Uomini adulti, con uno stipendio decoroso, gradevoli e simmetrici, igienicamente ineccepibili – acriticamente asserviti alle partner. Prima vengono bandite le vacanze con gli amici. Poi i weekend con gli amici. Poi le pizze con gli amici. Poi gli amici. A volte perfino praticare uno sport diventa sospetto: ribellione in braghe corte, trasgressione conciata da svago. La dialettica hegeliana signore-servo ai tempi dei turni per la spazzatura. Chi ha più paura di morire, cioè di venire lasciato, si sottomette.

Dopo qualche anno di relazione il sesso comodo non è più una ricompensa proporzionata alla sudditanza. È invece questione di ossitocina. L’ormone che viene prodotto dal corpo umano con le coccole, le carezze, le effusioni, con i neologismi codificati e squittiti in ogni rapporto di coppia. Temono di venire lasciati, come scriveva Philip Roth, per paura delle domeniche da soli. Le compagne sono i loro pusher di ossitocina. Gli uomini si umiliano come tossici in astinenza. Farò tutto quello che vuoi ma chiamami ancora cuoriciattolo – e, poi, la pace.

Un’equipe di divorziati norvegesi sta di certo lavorando alla sintetizzazione su vasta scala di questo ormone peptidico, secreto dall’ipotalamo e formato da otto amminoacidi. La liberazione del maschio non passa attraverso prese di coscienza, evoluzioni sociali, adeguamenti giuridici allo spirito dei tempi. Passa per l’ammoniaca. In un domani non troppo lontano le dosi di ossitocina si reperiranno in negozi specializzati, sul modello di quelli della marijuana legale.

Ma le insegne saranno delle grandi emoticon con gli occhi a cuoricino. Dentro, il televisore trasmette a ripetizione un talk show domenicale. Da qualche parte, l’incessante brusio di un microonde. Ci sono divani Ikea su cui testare il prodotto. Su una seduta è impressa la forma di glutei femminili, ma la seduta è irrimediabilmente vuota. L’uomo si accomoda. Di fianco a lui il nulla, l’universo freddo, ostile, silenzioso, una massa trasparente di molecole di ossigeno e azoto prive della capacità di sussurrare “coniglietto”. La grande paura. L’assunzione avviene tramite una pipetta elettronica con i cuoricini stampati sul braciere. L’aroma è di saliva rappresa e di bucato fresco. Tempo cinque, dieci minuti, e addirittura l’attrito dell’antimateria sull’epidermide diventa percepibile, gradevole come una carezza. “Cazzo, questa roba spacca. Ne prendo sette dosi, commessuccio”.

Una volta a casa, il single disegna ghirigori con l’indice sul cuscino. Fuma molto, questo è vero, perché ora vive in un perenne post-coito. Accende una candela sul tavolino da caffè e poi gusta la sua zuppa di porri monoporzione facendo piedino a una gamba di legno. Spreme il dentifricio dal centro, si sgrida da solo allo specchio, e poi sorride come Robert De Niro nella fumeria di C’era una volta in America. Chiama il centro assistenza Vodafone e, con tono ostentatamente infantile, parla per ore all’operatore albanese di biscottini per la colazione e trapunte per l’inverno. Svanito l’effetto, se ne va a puttane con la coscienza a posto. Una vita perfetta.

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