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X Factor 2021, le pagelle: ripescate 22:22 e nessuno si farà male

Nella seconda puntata dei Bootcamp Emma Marrone tira su una squadra solida, Manuelito non sbaglia un colpo all’inizio, poi per paura o realismo lascia fuori un fenomeno

Hell Raton

Foto: Sky

Strana puntata questa dei bootcamp finali, con Emma Marrone e Hell Raton che si ritrovano roster non eccellenti e peraltro non pienamente in linea con i loro gusti e probabilmente tengono fuori le loro carte migliori (lei i Noite, lui 22:22). Il risultato è qualche dubbio e un paio di rimpianti, Manuel Agnelli che inizia bene e poi sulle scelte di Emma sparisce un po’ (come non capirlo, ma questa volta non è colpa della cantante), forse perché ha la squadra da battere e lo sa. Manuelito lo perdoniamo solo perché sua Maestà ha commentato le sue scelte con «non ha sbagliato nulla». E chi siamo noi per contraddire il Re? Che però ci ripensa al momento dello switch Jathson-Karakaz. Sacrosanto, invece, per noi.

22:22 voto: 10

Può sembrare la combinazione di una cassaforte, e lo è. Quella di un’anima spezzata, dolce, feroce, affamata, disperata, selvaggia, lacerata e lacerante. Un inedito scritto 5 giorni prima con quella voce urgente e sofferta a fare da flow che ti batte nell’orecchio e nell’anima nel silenzio voluto di una produzione inesistente. Quel viso indifeso di un artista coraggiosissimo si scioglie nella sua fragilità davanti all’incomprensibile rifiuto di Manuelito, che mentre lo manda via si pente. Lo vedi da come guarda la sua squadra e maledice la paura di non domare quel talento consapevole, sfrontato, complicato, dolente. Ha avuto paura il giudice che si è inventato una scena musicale e forse il fenomeno del decennio, non l’ha capito del tutto oppure l’ha capito troppo. Perché 22:22 ci avrebbe scavato dentro, strappato il cuore, anche irritato, con quel sorriso triste e quegli occhi che sembrano risucchiarti e capirti. Il suo inedito è clamoroso, un atto di sfida, la voglia di dire: eccomi, sono questo, il resto caro giudice e caro X Factor tocca a te. Io mi presento nudo alla partenza, senza compromessi. E chissà forse Hell Raton ha ragione: meglio che X Factor sia stato una vetrina, perché dentro i live avrebbe perso una quota della sua libertà. Quella di inchiodarci alla nostra oscurità. A cappella. Se ne va lasciando scossi tutti, i suoi rivali compresi. Ognuno di loro sembrava pronto e rassegnato ad alzarsi. 
Più giusto così, che voli altrove. 
No, non è vero, è la storia della volpe e l’uva: io lo voglio fino alla finale 22:22. Ripescatelo e nessuno si farà del male.

gIANMARIA voto: 9

L’unico motivo per cui posso sopportare l’eliminazione di 22:22. Tutto il loro dolore, insieme, sarebbe stato insostenibile, troppi sguardi puri con l’abisso dentro insieme non li avremmo retti. Si prende la sedia nella situazione peggiore, quando gli altri sono già all’home visit, se la prende con quel modo di cantare e comunicare che ti strappa la pelle e l’anima senza che te ne accorga. Senza fronzoli, senza facile retorica, senza cercare lo spettatore. Lui sta lì, canta, ti tira dentro. Anche se non vuoi, anche se fa male. 
Se fosse un attore, reciterebbe per Gus Van Sant.

Versailles voto: 8,5

Uno che si cambia il colore dei capelli tra le audition e i bootcamp già ha carisma da vendere. Ma quello lo avevamo capito da come spiegò il nome d’arte (la scuderia che è diventata reggia, quando nessuno ci credeva). Ottima performance, presenza scenica, voce elegantemente maleducata ma che ha un suo rigore, è capace di tenere su di sé l’attenzione anche quando è seduto sulla sedia che occupa per primo e non lascia più. La telecamera è innamorata dei suoi occhi profondi, decisi, provocatori e pure provocanti. Ha paura, ma sa metterne di più. Durante gli switch non distoglie né abbassa lo sguardo, è l’unico a esserci riuscito. Se fossi adolescente mi metterei il suo poster in camera.

I due Edo voto: 8

Il primo dopo Dalla prova Flaws di Bastille. Questo studente di ingegneria arriva con i suoi occhiali da disco dance fine anni ’70, il suo taglio di capelli da nerd, e tira fuori quel timbro nitido, pulito, quel suo stare sul palco con dolcezza ma senza paura, ben riassunto nella sua adorabile risposta alla fine del pezzo alla domanda «perché canti?». «Perché me la godo». Certo poi ci crede, agli switch si vede il terrore di essere eliminato, tiene la testa bassa come agli esami di ingegneria probabilmente non ha mai fatto. 
L’altro Edoardo, Edo Spinsante, si prende la sedia di prepotenza con la sua rabbia giovane e gentile, con quel viso glabro e lo sguardo pulito che non corrispondono alle sue corde vocali incazzate. Sarà affascinante conoscere la sua rabbia da gentiluomo che affascina tanto Mika.

Mira, Vale LP, Le Endrigo voto: 7,5

La prima ha una grazia grintosa, una deliziosa capacità di essere colonna sonora e all’improvviso cantante di imporsi alla tua attenzione. Solo apparentemente timida, non sbaglia un gesto, una nota e neanche il posizionamento: si sceglie una nicchia d’autore, di musica accarezzata e seduttiva e la occupa con classe. 
L’altra è una scoperta, come dice il suo nome d’arte, Vale La Pena eccome. Il suo inedito Porcella è una delle cose migliori sentite in queste prime puntate, con almeno tre piani narrativi, musicali, ritmici, con una voce che doma tutte le difficoltà di un pezzo audace, e non solo nel testo. E poi ti, ci sbatte in faccia che sì, lei è lì per dire al suo paesino di 8000 anime chi è e dove vuole arrivare. Con uno sguardo che improvvisamente diventa da cowboy. Ci stupirà. 
Infine Le Endrigo, che son bravi e pure parecchio, a partire dalla scelta del nome. Prima il loro inedito, ora la Rettore. Che dire, non sbagliano nulla. Bisogna solo capire se sono consapevoli dei loro limiti e vanno sempre al 110% oppure hanno margini di crescita. Emma li ha recensiti perfettamente con un «ma chi cazzo siete voi?». Vale la pena scoprirlo.

Emma Marrone voto: 7

Non ha la squadra migliore, anzi. E non è colpa sua, non è che gli abbiano dato materiale straordinario. Ma a differenza di Manuelito che chiede i colori preferiti, lei indaga la psicologia, le motivazioni oltre che le doti canore dei suoi ragazzi. E non sembra sbagliare scelte con questo metodo, pur con uno squilibrio all’interno del suo quintetto visto che ha preso più band di Agnelli (ma aveva già dichiarato di aver voglia di indagare quel mondo, dopo 11 anni da solista che di turnisti accanto ne ha avuti tanti). Sarà interessante capire come la gestirà, ma questo come as you are, questo X Factor senza paletti sembra aver fatto un gran bene a lei, libera da una categoria che poi la inchiodava a certe istanze obbligate, non solo musicali. Lo so Emma, a questi voti alti non eravamo più abituati, né io né te.

Noite voto: 6

Uno dei gruppi più interessanti delle audition, con un cantante che ha qualcosa di unico e originalissimo e un sound niente male, ma che non va oltre la sufficienza al momento decisivo. E così chi deve giudicarli finisce per dimenticarsi il loro talento, le loro potenzialità e per loro vale quello che abbiamo urlato quando abbiamo sentito la cover di Luna dei Verdena fatta dai Beckenbauer, un roboante “ma ce l’avete un amico?”. Due gruppi che potevano avere gli home visit in tasca hanno buttato tutto per scelte improbabili di repertorio e nessuno che ha saputo fermarli. Quell’amico appunto che ti dice la cosa scomoda al momento giusto. Più autosabotaggio che coraggio, perché in entrambi i casi non c’è stata la folle incoscienza di 22:22 ma solo il rifugiarsi nei propri vezzi. Come fa il 95% della musica italiana che vende, va detto.

Distorted Vision voto: 5

Bravi, in modo esagerato, tengono palco e ritmo alla grande. Ma sono così tanto, troppo metal che si tengono dentro, con classe, così tanti stereotipi tecnici, estetici, musicali del genere che a un certo punto sembra di sentire Piero in Ginoska di Latte e i suoi derivati. Aspetti solo che il cantante dica Marc, Marc, Marcazzo de nome. E poi che esploda in un “e noi a Manuelito je menamo, sì sì sì!”. Se vai a X Factor è un controsenso rimanere nella propria comfort zone.

M3lli e G3mma voto: 4

Non si capisce cosa dicono, a volte sembra vogliano ripetere la parabola dei Little Pieces of Marmalade ma senza averne la potenza espressiva e il dominio di tecnica e genere. Certo il look da tre marmittoni (sono i sosia di due dei tre Stooges, per chi li ricorda) non aiuta, ma il punto è che per fare quello che pensano loro, serve essere due volte più bravi degli altri. E qui l’impressione è che siamo lontani da quello standard. Detto questo, trovatemi il loro parrucchiere. E consegnatelo al tribunale dell’Aja, perché ha violato diversi diritti umani.

Kalpa voto: 3

Bel look. Per andare a pescare (ma c’è chi ha fatto molto peggio). Tutto il resto è noia, peraltro già strasentita. Poteva andarci peggio, a volte quelli come lui arrivano ai live e persino in finale senza sapere neanche loro come. Nessuna colpa, ma è il classico senza infamia e senza lode che questa volta toppa anche la performance, priva di picchi, di momenti emozionanti. Persino nello switch non ha guizzi, se ne va come se gli avessero chiuso la porta della posta davanti mentre era in fila. La domanda è: ma quei quattro sì come li ha presi? Per sfinimento dei giudici?

Gli stereotipi di questa edizione voto: 1

L’inizio lento e un po’ goffo per poi stupirti con l’incedere urlato, punk rock, con la virata a 180 gradi di ritmi, percussioni, riff. Sentito una volta, wow. Cinque volte, è un trend. Venti volte è una paraculata. Alla trentesima anche basta. Così come le cover destrutturate e rimesse in fila sullo spartito, ma tirando dentro ritmi e strumenti più cattivi, con rischio di aneurisma del cantante che si ferma un attimo prima dell’esplosione di tutte le vene, neanche fosse l’ennesimo sfortunato avversario di Kenshiro della scuola di Hokuto. Devi essere bravo bravo per farlo, spesso ci vogliono anni per poter dominare una cover come merita. E ancora il “come as you are” che rischia di essere un ricatto morale – viva Emma, Mika e Manuel che non ci sono cascati (non dirò con chi, son mica matto, la polizia del politically correct potrebbe uccidermi) – e infine i concorrenti che si sentono in dovere di raccontarci i fatti loro nelle poche parole prima del pezzo e poi per sicurezza cantano la loro cartella clinica e i traumi familiari. Suggerisco il claim della prossima edizione: sono cazzi vostri.

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