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‘X Factor 13’: è cambiato tutto, non è cambiato niente

I nuovi giudici, Sfera e Malika su tutti, non se la cavano male. Ma il format pare procedere per linee narrative fisse e sempre uguali a se stesse, al di là degli interpreti. E se la musica dei concorrenti non aiuta sono guai

La giuria durante la prima puntata di 'X Factor 13'

Non l’avessero già usata a sproposito quelle 19mila volte negli ultimi tre mesi, dal tema di quarta liceo agli editoriali di prima pagina sul Corriere, una citazione di Tomasi di Lampedusa ci starebbe come una Peroni sul lungomare di Bari: ideale. Com’era? Cambiare tutto per non cambiare nulla. A questa logica è sembrata rispondere la prima puntata delle Audition di X Factor, la cui 13esima edizione è iniziata giovedì 12 settembre su Sky. 

“Sarà la stagione della rivoluzione, sentivamo il bisogno di voltare pagina”, avevano detto da Freemantle, la società che produce il format. Veniva da credergli, visto che dopo anni erano state ammainate due bandiere come Manuel Agnelli e Fedez (e con loro pure Lodo Guenzi), per variare tre quarti della giuria. Sopravvissuta la sola Mara Maionchi, elemento di continuità e riconoscibilità della trasmissione assieme al conduttore Alessandro Cattelan (che conquista anche il gallone di “creative director” del talent), sono ben tre gli elementi di novità al tavolo: Sfera Ebbasta, Malika Ayane e Samuel.

L’impressione, dopo i primi 104 minuti, è che ormai X Factor sia un po’ come una squadra di Mazzarri: anche se gli interpreti sono ogni volta diversi, finiscono per fare sempre la stessa cosa. Che alle volte è un bene, perché significa che i meccanismi sono collaudati e aiutano a reggere l’urto di rodaggi e asincronie iniziali, ma alla lunga lo spettacolo ne risente. Tanto più che la sensazione rimane addosso nonostante il fatto che la partenza dei nuovi giudici sia stata, a conti fatti, più che incoraggiante.

Da sinistra Sfera, Mara Maionchi, Malika Ayane e Samuel: i giudici di XF13

Tutti gli occhi, naturalmente, sono sul bad boy di Cinisello. Sfera è magnetico, il suo fascino non risente minimante della normalizzazione che la trap ha subito negli ultimi anni di saturazione di ogni display. E anche quando apre bocca, non se la cava male. Indossa subito la parte del bravo ragazzo nei cattivi quartieri, il nipotino discolo cui nonna Mara alterna carezze e fanculi. Il rapper dai capelli rossi è il più loquace e intraprendente del gruppo, e alterna frasi di banalità sconcertanti (ma dette in maniera credibile) a battute ben riuscite. Si concede un solo momento Rockstar, quando un ragazzo di Lugano porta in versione chitarra e voce la sua Cupido (dopo The Andrè canta la Trap e Dolcenera non se ne sentiva tutta questa esigenza).

Per il resto dice “spacca” a tutti, a favor di meme. Il suo esordio, dunque, spacca, ma i dubbi sulla sua tenuta sul lungo periodo (e quando si parla di X Factor si intende lungo per davvero) rimangono. Senza il montaggio figo e l’hype di vedere con quanti Rolex si presenta, risulterà altrettanto convincente? Perché Fedez è infinitamente meno empatico di lui, ma è metodico, uno che si prepara fino allo sfinimento per minimizzare il rischio della figura di merda. Sfera non ha lo stesso profilo, e durante le dirette questo potrebbe svantaggiarlo.

Se la Maionchi appare parecchio giù di tono, la sorpresa della serata è Malika. Pasionaria, ma senza prendersi troppo sul serio, tecnica nel valutare le esibizioni canore e capace di esprimere una gamma di stati d’animo che vanno dall’indignazione per la violenza imposta alla musica di Bowie da un concorrente (uno di quelli che, sin dalla presentazione da sbruffone, sai già che farà una brutta fine, come i mascelloni negli horror americani) alla commozione per l’efficace ballata indie che porta sul palco Sofia, quota “disagio di talento” di questa edizione. È lei la migliore della serata, assieme alla giovane parrucchiera bergamasco-marocchina che porta Gioventù bruciata di Mahmood, uno che fino a qualche anno fa su questo palco era di troppo e che ora mette i brividi anche solo se coverizzato.

Sofia, tra le più convincenti della prima puntata

Malika a questo punto fa intravedere una delle storyline che dominerà la stagione: la disputa con Sfera tra arte (da lei incarnata) vs. immagine e stile. Manuel e Fedez ci hanno ricamato su per anni, ora tocca a loro (con personalità meno spigolose) riproporre il refrain. L’enigma rimane Samuel, che sotto il palco, per il momento, appare decisamente meno a suo agio che sopra. L’ultimo montaggio di serata lo dipinge come l’Uomo dei No, ma rispetto a quanto visto sembra una forzatura, per dare un po’ di respiro a un personaggio in difficoltà. L’approccio è sabaudo, senza picchi né verso l’alto né verso il basso. La competenza c’è, e ci mancherebbe, ma fatica ad esternarla. Il rischio di finire a fare il ministro tecnico è alto. E sì che in questo “governo Ebbasta”, in generale, le personalità non è che siano poi così esondanti.

Poi ci sono i concorrenti, e qui cominciano i guai seri. Giudicare da pochi frame è sbagliato, oltre che ingeneroso, ma il panorama offerto dalla prima puntata di Audition è abbastanza desolante. Avevano promesso maggiore autorialità, a rinnegare il dna di “programma di cover” con cui era nato il format. E in effetti più di uno ha portato pezzi suoi, ma di inventiva e talento se n’è visto ben poco. Molto indie – Comete con la sua Glovo, in tal senso, è una sorta di Manifesto di Marx del genere –, pochissima trap, grazie al Signore. Gli Starwears, duo giovanissimo da drummino in Darsena, occupano tutta la quota hipster, e portano a casa i soliti sperticati complimenti che X Factor dona a chiunque abbia un suono vagamente contemporaneo.

E poi c’è la tv, con le sue esigenze. Quelle che portano sul palco il Tom Walker versione nerd, che Malika invita a liberarsi delle proprie catene, e la coppia figlia-presunto helicopter dad, che esce a pezzi dalla ramanzina fuori luogo dei giudici. A livello di casi umani niente male la cubista che non è spogliarellista (o era il contrario?) e quella che canta Bailando, dandoci così modo di ricordare il grande Leone di Lernia.

Nemmeno tra le band, dove negli ultimi anni si sono viste le cose migliori, per ora scocca la scintilla. Gli Orzo, che propongono la loro elettro-Tropicana con tanto di visori 3D, dimostrano che o sei Pop X oppure non è detto che trovi sempre chi ci nasca, nemmeno in tv. Dei ragazzi salgono sul palco in nove e fanno una loro versione di Per colpa di chi piacevole quanto superflua. Meglio il trio appena conosciuto che chiude la serata, che non a caso incassa quattro sì.

Chi, come loro, fa l’en plein, da quest’anno passa direttamente ai Bootcamp, il 3 e 10 ottobre. Lì, quando si tornerà al Mediolanum Forum dopo l’esperienza torinese in onda in queste settimane, sarà tutta un’altra faccenda. Vedrete che cambierà tutto quanto, come amava ripetere Tancredi Falconeri.

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