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Tutto quello che non funziona in ‘Lupin’

Dal protagonista che non ha abbastanza carisma, al classicissimo meccanismo heist (che noia) fino all'azione che latita: ecco perché per noi la nuova serie Netflix ispirata al ladro gentiluomo è un 'no'

Omary Sy in 'Lupin', la nuova serie Netflix

Foto: Netflix

Il protagonista

È chiaro che Omar Sy è una super star in Francia (e, ormai, non solo). Dopo Quasi amici, in cui dava prova delle sue abilità comiche al fianco di François Cluzet (che è il vero fuoriclasse dei due) nella quintessenza della commedia francese più attuale, l’attore è comparso in un certo numero di blockbuster hollywoodiani (da uno degli X-Men a Jurassic World, per citarne solo alcuni). In epoca di diversity spinta, pareva un match made in heaven il suo nome accostato a quello di Lupin, soprattutto in una storia che precisava a gran voce di non voler rileggere il personaggio in chiave per forza inclusiva, ma prendeva il mito del ladro gentiluomo creato da Maurice Leblanc nel 1905 (e, attenzione, non il manga) per raccontare una storia calata nella contemporaneità. E invece: Sy non solo non ha il physique du rôle (black o no, chissenefrega: il punto è che, pur elegante, parliamo di un pezzo di marcantonio palestrato alto un metro e 90, mentre Lupin nell’immaginario è lungo e smilzo) ma, soprattutto, non ha abbastanza sfumature per interpretare le mille facce di Arsène (che poi non è Arsène, ma insomma, avete capito…), non ha il carisma che serve. Vedere anche il suo ultimo film, Il principe dimenticato del premio Oscar (!) Michel Hazanavicius, per credere. O ricredersi.

La trama

Si parte dal furto di una collana (ma dai, che novità). Anzi, da “LA” collana per eccellenza: quella della regina (Maria Antonietta), al centro pure del romanzo di Alexandre Dumas del 1850. Dietro però c’è un drammone famigliare/coming of age con tanto di affaire discriminatorio e lotta di classe in primissimo piano. E le avventure di Lupin firmate da Leblanc (come Arsène ha rubato il gioiello, come è evaso dal carcere, ecc.) sono utilizzate solo in funzione del quadro più ampio. Lo schema è quasi sempre lo stesso: l’episodio inizia con Assane Diop (il protagonista interpretato da Omar Sy) nei panni del personaggio che gli servirà in quella circostanza – addetto alle pulizie del Louvre, carcerato, tecnico informatico in Comune… – per compiere la sua vendetta, poi arriva il nucleo centrale della puntata, per concludere con lo spiegone/backstage del (classicissimo) meccanismo heist (ma al confronto La casa di carta è Soderbergh) e gli sviluppi che l’accaduto avrà sulla quest del nostro. Insomma, tradotto: la noia. Ah, e il fastidio: perché su Netflix sono caricate solo le prime cinque puntate o, come dicono loro, la “prima parte” della stagione. E quindi (spoiler) no, non finisce.

L’action

Louis Leterrier non è mai stato il nuovo Luc Besson, come (forse) sognava di diventare. Ma, dagli esordi local (The Transporter, Danny the Dog) all’evoluzione global (L’incredibile Hulk, Now You See Me – I maghi del crimine), si è sempre proposto come nuovo francese action per grandi platee. Il suo nome per il progetto Lupin non suonava affatto male, ma l’azione latita, anche rispetto alla sua (tamarissima) filmografia. Per dire: l’inseguimento più cult coinvolge una schiera di rider in bici vestiti di arancione. Siamo più dalle parti del cartone animato: no, non quello cult che ben conosciamo (vedi al capitolo: nostalgia).

L’ironia

Ironia, questa sconosciuta. O, quantomeno, non pervenuta. Se è vero che Lupin “nasce” da un manga (ed è vero) e che quel manga è diventato il culto di una generazione (ed è vero/2), si resta piuttosto increduli di fronte alla totale assenza di humour di questo adattamento. Vi diranno che, alla base di questa nuova serie, c’è il romanzo di Leblanc – citato, analizzato e mostrato continuamente in tutta la serie – e non il manga (e il relativo cartoon) made in Japan. Ma anche la verve e il senso dell’umorismo delle pagine uscite nel 1905 sono parecchio lontani. Forse questo Lupin edizione 2021 piacerà ai bambini di oggi (perché è per loro che sembra fatto). Ma quelli di ieri si meritavano di più.

Zero effetto nostalgia

Leggi Lupin e ti viene in mente una sola immagine: il cartone anni ’80 andato in onda per un solo anno (se non si contano le infinite repliche), ma che con i suoi 50 episodi ha segnato una generazione (e anche di più). Ben vengano le riedizioni: ma titoli così sono rifatti perché, si immagina, possano sfruttare a pieno l’effetto nostalgia che ne deriva (vedi Cobra Kai e il suo meritato successo). Qui, invece, non c’è proprio niente, la serie non piazza qua e là furbescamente degli elementi che possano “gasare” il pubblico in quel senso. È un peccato in generale, ma soprattutto perché la nuova versione non riesce mai ad essere iconica. O anche solo davvero interessante. Di incorreggibile Lupin ce n’è uno solo.