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Tutto quello che non funziona in ‘Fate: The Winx Saga’

Si può davvero trasformare una saga per bambini sulle fate in un teen-drama dark? (Spoiler) la risposta è: no

Le protagoniste di 'Fate: The Winx Saga'

Foto: Jonathan Hession/Netflix

L’incomprensibilità dell’operazione parte dal titolo

‘Fate’ all’italiana? O fate (pr. féit) all’inglese, come destino? Da un lato pare più logica la prima, visto che tutto nasce dalla mente del “nostro” Iginio Straffi. Dall’altro però il sottotitolo è The Winx Saga, che chiamerebbe titolo altrettanto inglesizzato. Quindi, come la mettiamo? Non bene fin dall’ABC, poiché l’incomprensibilità dell’operazione (ci arriveremo) parte da qui. E noi siamo per la prima opzione, con aggiunta di grande classico romanesco: ‘A fate… male (nessunissimo bodyshaming qui, si parla della serie, tocca sottolinearlo) o anche ‘A fate… fatece ‘na maggìa.. spariteee. Ecco.

Diciamo basta ai reboot oscurissimi di roba per bambini

Foto: Netflix

E pensare che queste sono (erano) fatine fluo. Nello sviluppo – pur comprensibile, considerato il live-action – del format originale, non c’è spazio per nessun divertimento, nessuna leggerezza, nessun colore saturo da tutina fatata. Va bene che il cartoon per bambini è lontano: ma che oggigiorno ci debba essere il drama (se non il trauma vero e proprio) dietro qualsivoglia storia teen è un obolo che ci siamo stufati di pagare. L’altra tassa obbligatoria è la darkness, che anche visivamente rende questi prodotti indistinguibili l’uno dall’altro. I colori accesi lasciano qui il posto a luci sacrali in stile Il nome della rosa (riferimento per i vecchi all’ascolto), c’è ovviamente un po’ di Sabrina (quello nuovo) e moltissimo The Magicians (quasi plagio), il setting è decisamente X-Men (ma nella pessima deriva The New Mutants… vedi diapositiva sopra: no, non è Sophie Turner in Dark Phoenix), Alfea pare una bruttissima copia di Hogwarts. Finisce che, nell’accozzaglia mystery-teen, ci si ritrova più dalle parti di Curon. E non serve aggiungere altro.

Inclusione solo al femminile, e poi nemmeno

Foto: Netflix

L’inclusione, la diversity, la body positivity, l’attenzione a tutto: va benissimo. Però solo al femminile eh, i maschi (bianchi o neri che siano) invece tutti immancabilmente bellocci, palestrati, quasi indistinguibili, ce ne fosse uno senza lo sguardo e l’aspetto da tombeur de femmes con spada (davvero) sempre alla mano e allenamenti sfiancanti un scena sì e l’altra pure (quegli addominali mica si fanno da soli). E poi però alla fine la polemica scoppia sul versante “rosa” che pareva quello più politically correct: hanno sostituito una fata latina, Flora (ispirata a JLo, secondo le parole dello stesso Straffi) con un personaggio body positive, Terra, che ha gli stessi poteri. O forse Flora arriverà nella seconda stagione? Intanto i latinos ovviamente se la sono presa a morte. E qualcuno ha suggerito la soluzione: una fata latina body positive. Presto.

Il cast troppo affollato

E arriviamo alla sceneggiatura e allo spessore (mancato) dei personaggi. Non empatizzi con nessuno, non ti importa niente di niente: aria, terra, acqua, fuoco, chissenefrega. Un po’ perché abbiamo piene le tasche di questo mood teen inquieto e tormentato, e un po’ perché è tutto di un piattume clamoroso. Altro problema: il cast è troppo numeroso. Protagoniste a parte, c’è una gran folla di personaggi che però, viste le sei puntate a disposizione per la prima stagione, non hanno lo spazio fisico per essere minimamente sviluppati. E quindi ci si ferma ai cliché, risultato zero character development: la principessina bionda e viziata, il cattivo ragazzo, l’outsider che si sente sola al mondo, ma è cool ed è la più potente di tutti, la “strana”… Continuate voi.

Quasi amiche, anzi no: nemiche-amiche

Foto: Jonathan Hession/Netflix

Le donne sono le peggiori nemiche delle donne. Non lo diciamo noi: lo dice un (brutto) adagio che le serie che si professano femministe dovrebbero cercare di abbattere. E invece, rieccoci: le fatine sono le peggiori nemiche delle fatine. Se il cartoon originale puntava davvero sull’empowerment, per quanto a misura di bambina, qua siamo al tutte contro tutte (o quasi). La storia d’amicizia originale diventa una lotta tra adolescenti problematiche, più GF (Nip, almeno per ora) che sisterhood (qualcuno ha detto Pretty Little Liars?!) E poi c’è, immancabile, la guerra tra i sessi: nel primo episodio, si parla subito di mansplaining. Così che sia chiaro fin da subito. Che barba, che noia.

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