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‘The New Pope’ è un bellissimo generatore automatico di sorrentinate

Suore che si masturbano, un nuovo papa che è chic ma non impegna, il solito grande Voiello: la seconda stagione della serie con Jude Law (e, ora, John Malkovich) riassume l'universo dell'autore. E continua a trollarci tutti

Silvio Orlando nei panni del Cardinale Voiello sul set di 'The New Pope'

Foto: Gianni Fiorito

Il 10 gennaio Paolo Sorrentino torna su Sky con ancora più papi, più sesso, più nane, più suore, magari che fumano di più, possibilmente senza filtro.

Come gli episodi di The Young Pope che le hanno precedute e come, del resto, tutti i prodotti cinematografici dedicati al cattolicesimo, anche le nove puntate di The New Pope raccontano a modo loro l’amplesso — più o meno appassionato, più o meno consensuale — tra tangibile e metafisico, fandonia e fede, misticismo e mistificazione che è alla base di ogni esperienza religiosa, allucinogena o audiovisiva. Lo faceva Marcellino pane e vino negli anni Cinquanta; lo faceva, più recentemente, Padre Maronno; lo fanno oggi Francesco I e Joseph Ratzinger, interpretati rispettivamente dall’Alto Passero di Game of Thrones e dall’Imperatore Palpatine, nei Due papi di Fernando Meirelles.

Il più grande merito di The New Pope è quello di essere riuscito a rispondere, peraltro con un’altra domanda, al grande quesito espresso da The Young Pope (può un sommo sacerdote strafigo essere più presente nella vita dei fedeli attraverso l’esercizio della sua assenza?): può una seconda stagione visivamente disinvolta piacere ancora al suo pubblico, grazie alla scarsezza di idee?

Nonostante tutti quei lunghissimi conclavi (ben due nelle prime tre puntate), The New Pope, infatti, è qualcosa di più che un semplice torneo di fantacalcio a tema pontificio. È un generatore automatico di sorrentinate che ce l’ha fatta e che comprende ora, tra le possibili variabili, due nuove voci: minacce dell’ISIS e tema del doppio. E non ce l’ha fatta soltanto perché si è dimostrato finalmente pronto per la prova del piccolo grande schermo che è la pay TV italiana e internazionale (HBO). Ma anche perché nascosta in quel generatore c’è la più importante dottrina religiosa che il sorrentinismo possa esprimere, e che questa stagione porta alle estreme conseguenze. Ovvero: se il mondo contemporaneo non può essere più spiegato attraverso le categorie cristiano-cattoliche, non c’è alcun motivo al mondo perché debba riuscire a farlo una serie televisiva basata su di esse. Praticamente, il dogma dell’Immacolata Sceneggiatura.

Paolo Sorrentino sul set. Foto: Gianni Fiorito

Chiediamo al Maestro come crei le sue trame, mentre stringiamo tra le mani il gadget della tavola rotonda cui siamo invitati: una piccola Bibbia nera con le pagine bianche, tutta da scrivere. “Tu stabilisci i personaggi, un minimo di trama, e il resto è quasi automatismo”. Sorrentino si è costituito.

L’ouverture della prima puntata non lascia dubbi a riguardo. Sullo sfondo di una grande croce di neon fucsia, suor Pamela massaggia insistentemente il corpo di Pio XIII (Jude Law) che, dallo scorso finale di stagione, giace intubato. Qualcosa nell’immobilismo di Pio ci dice che neanche oggi ci sarà un happy ending. La dimestichezza rassegnata con cui la sorella dapprima si adagia su una brandina e poi sceglie il dito più adatto a masturbarsi, accanto al pontefice comatoso, esprime tutta la pazienza di un lungo e onorato servizio. Ma ecco che il bip dei macchinari ospedalieri si espande e diviene il beat della musica elettropop che già distoglie un gruppo di novizie dalle preghiere della sera. Le redarguisce la summa incarnata di ogni sorrentinata: una suora nana. Purtroppo non fuma, almeno non mentre redarguisce le giovani, conducendole come un gregge verso la loro camerata. Sarebbe ora di dormire, ma il volume della musica si alza, mentre le sottane si abbassano, e le ragazze si scatenano ai piedi di una croce di neon, stavolta bianca. Titoli.

Foto: Gianni Fiorito

Chiediamo al Maestro delle donne rappresentate nelle serie: “Una volta che il Vaticano avrà risolto il problema pressante della pedofilia, quello della parità dei sessi potrebbe essere il prossimo da affrontare. Il Vaticano è un posto molto maschile e ho cercato di prendermi tutti gli spazi possibili per bilanciare”.

Poco dopo, un cardiochirurgo trapianta nella cassa toracica apostolica un cuore musulmano (minaccia dell’ISIS). Ma neanche così il papa si risveglia. Si riunisce un conclave, che presto vede in testa il cardinale Hernandez, che è inspiegabilmente il sosia del cardinal Voiello (Silvio Orlando, tema del doppio). Voiello regala, qua e là per la stagione, i rari momenti di sollievo comico. È come un velo di realtà teso sulla materia sorrentiniana. Si discute di favoriti al soglio pontificio: “Mi piace il cardinale Paoletti” — “Intendi fisicamente?”, risponde. Candidandosi a sua volta, presenta ai colleghi copie delle sue ultime analisi del sangue, essendo quasi tutti gli altri papabili discretamente malandati.

Fatto sta che viene eletto Francesco II, papa pauperista che fa sfoggio di carità cristiana come Pio XIII faceva e fa, anche incosciente, dei pettorali. L’apertura ai migranti è la più affascinante, perché avviene totalmente fuori di metafora: le guardie svizzere aprono i cancelli e i migranti entrano in Vaticano, cominciando a mangiare e sporcare. Uno stuolo di francescani radicalizzati, nottetempo, cambia le password dei conti correnti cardinalizi.

Foto: Gianni Fiorito

La seconda puntata inizia così: l’addetta alla comunicazione della Santa Sede (Sofia Dubois, interpretata da Cécile de France) è seduta a una panchina dei giardini vaticani, accanto a una statua della Madonna, mentre guarda sul cellulare un video di minacce dell’ISIS. Si accorge della presenza di alcuni francescani inferociti, accorsi per contenere il suo materialismo. Sembra eccitarsi, comincia a spogliarsi ma, al primo segnale di effettivo coinvolgimento da parte dei frati, Sofia cessa ogni attività erotica e non mostra loro che il dito medio. Le immagini sono sempre così belle che ogni fotogramma che precede un trenino fra novizie o segue un episodio maniacale potrebbe essere scambiato per lo spot — sorrentiniano — di un prodotto che poi non arriva mai: 1) una fede che vada oltre le apparenze paleocristiane? 2) uno smartphone? 3) compresse di litio carbonato?

È chiaro che, di questo passo, Francesco II non durerà più di mezza puntata. E infatti, puntualmente, ha un misterioso malore e scompare, come se non fosse mai esistito. Non è ben chiaro se la prima puntata e mezzo di The New Pope sia semplicemente il più grande spreco di finte papaline e ricostruzioni della Cappella Sistina della storia o se è il più maldestro e telefonato tentativo di criticare il papato di Francesco I. Propendiamo per una terza via. Quella di Sir John Brannox.

John Malkovich. Foto: Gianni Fiorito



Sir John Brannox, la grande novità della stagione, è John Malkovich: un papa in pectore prima da stanare, poi da corteggiare. La prima azione è più complessa, vivendo egli in una tenuta da mille ettari in Inghilterra. La seconda meno: ha gli occhi bistrati, veste Cesare Attolini, è molto vanitoso.

Nonostante le apparenze, la situazione familiare di Sir John non è delle più semplici. I suoi genitori, costretti alla sedia a rotelle, passano metà della giornata in giardino a contemplare la lapide del gemello morto — Adam, anch’egli prete: tema del doppio — e l’altra metà a contemplare, indoor, la tonaca dello stesso, appesa in una vetrinetta. Entrambi accusano John di non aver fatto abbastanza per impedire la morte del fratello e, per questo, abitano in una diversa ala del castello.

Quando Voiello, accompagnato dal cardinali Gutierrez e Assente e dalla sempre disinibita addetta stampa vaticana, scova Sir John sembra un po’ come quando, in Orgoglio e pregiudizio, Lizzie Bennett va per la prima volta a trovare Darcy a Pemberley. Perfino Brannox a un certo punto lo prende per il culo, alla domanda: “Quando potrò rivederla?”

Sir John è appetibile alla Curia di Roma perché veste da Dio, sembra psichicamente gracile e perché, come dicevamo, è un teorico della terza via: prima la coscienza, poi l’infallibilità papale; prima il compromesso, poi i dogmi. In sostanza, è chic e non impegna. Secondo il pragmatico Voiello è l’unica via possibile contro gli scandali, la povertà e il logorio della vita moderna. Non è affetto dalle intolleranza di Pio agli infedeli e di Francesco ai ricchi. È riuscito a convertire migliaia di anglicani al cattolicesimo grazie al suo metodo: parlare di calcio, di golf, di poesia, di donne e di gambe accavallate. Perché, per lui, essere cattolici significa essere tutto. Sostanzialmente, un inglese che vuole insegnare ai romani a buttarla in caciara. Brannox è Sorrentino.

Parla già da papa (sceglierà il nome di Giovanni Paolo III): “Mentre un povero muore di fame per strada, lo Stato gli dice che gli troverà un lavoro, la figlia gli dice che gli darà dei soldi, la Chiesa pensa. In quel pensare c’è tutto”. Assunto.

Purtroppo accade che quattro puntate da cinquanta minuti l’una dopo, Pio XIII, che per tutto il tempo si era limitato a intervenire nelle avventure dei nostri eroi sottoforma di spirito o visione (è lui, ad esempio, a sorreggere con una mano la schiena dell’addetta stampa, aiutandola a trovare l’inclinazione più confortevole per masturbarsi) finalmente si sveglia dal coma. Ora ci sono due papi (tema del doppio).

Non c’è niente che riesca bene a Sorrentino come un’allegoria disorganica su fondale sabbioso. Così la settima puntata, quella del risveglio, parte alla grande. Dopo una lunga nuotata in slip bianchi Pio emerge dal mare e raggiunge sulla spiaggia la sua adorata miracolata della prima stagione, Esther (Ludivine Sagnier). Dopo aver ravanato nel pezzo di sopra del bikini di lei per qualche istante, estrae una sigaretta dal crocifisso appeso al collo, come se il braccio lungo della croce stessa fosse un portasigarette e Cristo il tabacco prerollato. L’accendino, più prosaicamente, è infilato nell’elastico degli slip.

La puntata prosegue come un corto a sé. Pio, ormai perfettamente guarito, è ospite per qualche giorno nell’immenso palazzo veneziano del suo medico curante. Il cui figlio, irrimediabilmente malato, il papa prova e riprova a miracolare, con la stessa irragionevole determinazione di un amatore di lungo corso che ha fatto cilecca per la prima volta. Tentativo dopo tentativo, dopo un’iniziale diffidenza da parte della moglie del dottore, ex modella che usa fare il bagno al figlio da completamente nuda, Pio ottiene la piena fiducia della famiglia e ritrova anche quella in se stesso.

Jude Law. Foto: Gianni Fiorito

La lezione shock di Pio XIII è stata di ricordare all’umanità che si può essere vanitosi quanto spirituali, belli quanto santi e che il pauperismo, nelle questioni di Chiesa, equivale al populismo quando si parla di politica o a fingere l’orgasmo in amore. Il grande insegnamento di Giovanni Paolo III, invece, è quello che, contrariamente alle apparenze, più si dimostra la propria fragilità, soprattutto se si è capi di uno stato sovrano, e più si è forti.

Paolo Sorrentino, puntata dopo puntata, ci dimostra che non importa quanto apparentemente sconnesso o inconcludente possa essere il plot della tua serie, in questa fase calante dell’Età dell’oro della televisione: quello che conta è che tu abbia un’ottima direzione della fotografia, una colonna sonora non originale di livello e, soprattutto, un pubblico capace di fare i necessari collegamenti ipertestuali. Oppure, in assenza dell’ultimo dei precedenti requisiti, un pubblico pagante Sky.

Chiediamo al Maestro cosa potrà esserci dopo The Young Pope (il distacco ben gestito) e The New Pope (l‘umanità incontrollata). Forse The Last Pope? “Potrebbe essere ancora stimolante, oppure no”.

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