Home Opinioni Opinioni TV

‘The Nevers’ è un greatest hits di Joss Whedon

La nuova serie dell'autore di 'Buffy' & C. (ma è più complicato di così) è un period drama supereroico, ma anche una sfacciata allegoria della lotta contro un potere patriarcale e bianco, creata però da qualcuno che quel potere l’ha spesso brandito

Laura Donnelly in 'The Nevers'

Foto: HBO/Sky


Un’avvenente ma tormentata eroina dotata di poteri straordinari e abile nel combattimento a mani nude? C’è. Una famiglia elettiva di freak tendenzialmente marginalizzati dalla società ma in grado di trovare la propria forza l’uno nell’altro? Eccola. Un’evidente insofferenza verso ogni forma di autorità conservatrice? Certo che c’è! Un mescolio di generi cinematografico-televisivi apparentemente lontani tra loro ma che qui si rinforzano a vicenda? Ma naturalmente! Un’ironia incalzante nei veloci scambi di battute tra i personaggi, associata di tanto in tanto a un brusco cambio di registro, tra l’epico e lo smitizzante? Ovvio!

The Nevers è l’ultima serie creata da Joss Whedon e, come un greatest hits, suona tutte le melodie che hanno reso celebre l’autore statunitense (e, almeno in un caso, cioè Buffy – L’ammazzavampiri, cambiato la storia della tv). L’ambientazione è una Londra vittoriana con innesti steampunk, il risultato è un period drama supereroico: l’unione di due “opposti”, proprio come Firefly, serie che sovrapponeva western e space opera. La protagonista – di un cast rigorosamente corale – è Amalia True (Laura Donnelly di Outlander, ottima), una vedova dal passato (per ora) misterioso, con l’abilità di scorgere d’improvviso brandelli di futuro, ma soprattutto di assestare calci e pugni quando serve, sfrontatamente cinica, decisamente protettiva nei confronti della sua “famiglia”, chiaramente con (almeno) un trauma nascosto: è una Buffy adulta con il caratteraccio del Malcolm Reynolds di Firefly, il passato enigmatico della Echo di Dollhouse e un inevitabile pizzico di Natasha Romanoff/Black Widow.



La sua migliore amica/braccio destro, Penance Adair (Ann Skelly) è un’inventrice geniale, ottimista e socialmente goffa, e pure lei ha un superpotere (vedere e maneggiare l’elettricità): è Willow di Buffy + Kylie di Firefly. Insieme si occupano di un istituto che assomiglia alla scuola per ragazzi dotati del professor Charles Xavier (nota bene: Joss Whedon ha scritto diversi fumetti per la Marvel, in particolare per Astonishing X-Men): un porto sicuro per tutte le persone misteriosamente “toccate” da un evento soprannaturale accaduto qualche anno prima, nella Londra di fine Ottocento, e che ha risvegliato in loro poteri unici, tra l’utile, l’imbarazzante e il pericoloso. Il potere patriarcale e reazionario britannico si sente minacciato (le persone “toccate” sono, pare, quasi tutte donne), la popolazione londinese guarda loro con sospetto, qualcuno cerca di approfittarsi del fascino esotico che suscitano, qualcun altro di farne cavie da laboratorio… ah, e c’è anche una serial killer touched che terrorizza la città e ha visioni di suprematismo supereroico, un po’ Drusilla un po’ Magneto.

Anche non sapendo nulla di Joss Whedon, il modo più efficace di riassumere The Nevers, nuova produzione HBO al via dal 12 aprile su Sky Atlantic e Now, non spiccherebbe comunque per originalità: è X-Men, ma nella Londra vittoriana. Alla base non c’è una mutazione genetica (l’origine dei poteri promette di essere uno dei misteri da sciogliere dello show), ma c’è, innegabile, la metafora che da sempre accompagna i mutanti Marvel (e su cui insistevano anche i primi film degli X-Men): il superpotere non è un dono acclamato e apprezzato dalla gente, ma qualcosa che marca una diversità e che viene identificato come una sovversione dell’ordine precostituito, e che dunque isola e provoca diffidenza e terrore – proprio come accade, nella realtà a tutti gli appartenenti a comunità marginalizzate, siano donne anticonvenzionali o persone queer, non bianche, straniere. In The Nevers l’equivalenza è sottolineata più di una volta, pure in modo sfacciato: uno dei villain è letteralmente il leader di un gruppo di anziani maschi bianchi determinati a non cedere a nessuno i propri oppressivi privilegi. Sapendo qualcosa di Whedon, non ci si stupisce: sia perché praticamente ogni suo lavoro ha un’ispirazione fumettistica (ben prima di dirigere i primi due Avengers: Buffy, se la guardate bene, è anche una versione femminile di Spider-Man), sia perché più che inventarsi qualcosa di davvero nuovo ha sempre lavorato combinando in modo innovativo, e sovvertendo, archetipi e cliché ben consolidati (pensate, per esempio, a Quella casa nel bosco, di cui ha firmato la sceneggiatura). Gli ingredienti non sono mai stati assolutamente originali, la ricetta invece sì. La domanda che in molti ora si fanno è: quante volte, questa ricetta, si può riutilizzare?

The Nevers è la sesta serie di Whedon, arriva a otto anni dalla quinta, che però è Agents of S.H.I.E.L.D., e conta relativamente, trattandosi di un progetto più del fratello Jed e della cognata Maurissa Tancharoen (nonché una costola tv, presto abbandonata a se stessa, del Marvel Cinematic Universe), e a oltre dieci anni dalla quarta, Dollhouse (poco prima c’era stata anche Dr. Horrible Sing-Along Blog, una brevissima webserie prodotta via crowdfunding – una parodia musical dei supereroi, tra l’altro). The Nevers è anche la prima serie che Whedon realizza non per uno dei grandi network generalisti, ma per il prestigioso canale via cavo HBO, sinonimo di grandi mezzi e grande libertà lasciata agli autori. Non è un dettaglio da niente: perfino durante la lavorazione delle sue serie di grande successo, Buffy e Angel, Whedon ha avuto i suoi screzi con i vertici dei network, per non parlare del caso Firefly, mandata in onda dalla Fox con gli episodi in disordine, piazzata nella serata peggiore della settimana (il temibile slot del venerdì sera) e poi cancellata dopo una manciata d’episodi (è, probabilmente, anche il suo lavoro più riuscito, oltre Buffy: chissà se il fatto che sia durata così poco è stato più un peccato o più una fortuna). E pure Dollhouse, nelle sue due altalenanti stagioni, ha subìto le continue ingerenze del canale. Joss Whedon finalmente con le mani libere e con il budget di una rete come HBO era qualcosa che i suoi fan attendevano da quasi due decenni (e HBO si è accaparrata i diritti di produzione di The Nevers tre anni fa, dopo una di quelle aste al rialzo tra canali che diventano quasi leggendarie).



Solo che, nel frattempo, la carriera di Whedon ha subito un’involuzione: dopo i fasti del primo The Avengers, il secondo, Age of Ultron, non è stato altrettanto apprezzato, e i rapporti con la Marvel si sono raffreddati in fretta (che è un modo carino di dire che si sono interrotti maluccio). La Warner/DC, cioè la concorrenza, non ha esitato ad acchiapparselo per fargli finire Justice League dopo l’uscita di scena di Zack Snyder, e se non avete passato gli ultimi mesi in una grotta fuori dal mondo sapete bene com’è andata a finire quella storia. Soprattutto, però, le voci che sono sempre circolate sul brutto carattere di Whedon sono diventate accuse formalizzate di condotta non professionale, abusi e bullismo da parte di alcuni suoi ex attori, da Ray Fischer di Justice League a Charisma Carpenter di Buffy e Angel. Lo scorso autunno, dopo che la Warner aveva aperto un’indagine sul suo comportamento sul set di Justice League e prima che Carpenter rendesse pubbliche le sue accuse, Whedon ha lasciato ufficialmente la post produzione di The Nevers, parlando di problemi personali legati alla pandemia e cedendo il timone di showrunner a Patricia Goslett. E HBO (che è di proprietà Warner, proprio come il franchise cinematografico DC), nella promozione di The Nevers sembra fare di tutto per distanziarsi, per quanto possibile, dal suo nome.

Laura Donnelly e Ann Skelly in ‘The Nevers’. Foto: HBO/Sky


Ma i primi episodi di The Nevers, come abbiamo detto all’inizio, sono whedoniani al cento percento, tanto che più di un sopracciglio si è sollevato davanti a una storia che è una sfacciata allegoria della lotta contro un potere patriarcale, bianco e autoritario creata però da qualcuno che, evidentemente, quel potere l’ha spesso brandito, pesantemente, nel peggiore dei modi. Chi ama i punti di forza dell’autore troverà ragioni d’innamorarsene: le interpretazioni infondono vita ai personaggi sin dalla prima scena, l’ambientazione è ricca di dettagli spettacolari e scenografici, la scelta del periodo storico non è casuale (la fine del XIX secolo è la fine di una vecchia era, l’inizio di un cambiamento irreversibile), l’azione non latita, i dialoghi hanno frequentemente l’intelligenza ironica che ci si aspetta dal suo autore (e dal suo team di sceneggiatori, tra cui figurano collaboratori della prima ora come Jane Espenson e Douglas Petrie, ma anche la giornalista femminista Laurie Penny) e le premesse per una vicenda appassionante ci sono tutte, anche perché le prime puntate apparecchiano diverse linee narrative (perfino un po’ troppe). Se mai, per ennesimo paradosso, è proprio l’agognata formula da canale via cavo a cozzare con una scrittura che (a parte nel caso di Firefly) ha sempre avuto bisogno dei tempi lunghi della tv generalista per rivelarsi nella sua compiutezza. Per ora, invece, causa COVID-19, vedremo solo i primi sei episodi di The Nevers, mentre gli ultimi quattro della prima stagione arriveranno più avanti nel corso dell’anno (quando di preciso ancora non si sa): potrebbero essere pochi per farsi un’idea definitiva, vista anche la quantità di carne messa al fuoco. E poi, quando tornerà, The Nevers sarà definitivamente la serie di qualcun altro. Vedremo se saprà appropriarsi delle melodie del greatest hits per comporre qualcosa di nuovo.

Altre notizie su:  Joss Whedon The Nevers