Home Opinioni Opinioni TV

‘The Mandalorian’ è la Forza di Disney +

La serie di 'Star Wars' sulla nuova piattaforma, lanciata in Italia in accordo con TimVision, è uno spaghetti western fantascientifico su un cacciatore di taglie. Basta alle mille storyline dell’ultima trilogia, bentornato caro vecchio approccio alla George Lucas

Mando (Pedro Pascal) e Kuiil (doppiato da Nick Nolte) in 'The Mandalorian'

Foto: Disney +

Vedere l’elmetto e l’armatura à la Boba Fett di Mando oggi fa un po’ impressione. Sì, adesso che tocca vestirci come palombari per andare a fare la spesa o portare giù il cane (che sono anche le uniche cose consentite fuori casa) pensate a come sarebbe uscire in total look Beskar, la lega metallica preziosissima e quasi indistruttibile usata dai Mandaloriani. E chissà se funzionerebbe contro il coronavirus. La mascherina noi, una volta tornati, possiamo levarcela, quell’elmetto Mando no, mai, questioni religiose.

La guerra dello streaming è arrivata anche in Italia, proprio mentre dalle nostre parti di battaglia se ne sta combattendo un’altra. C’è di bello che almeno della prima per ora vediamo solo i vantaggi, e cioè un altro servizio di streaming nuovo di zecca a consolarci in quarantena: Disney +, la piattaforma del colosso di Topolino. The Mandalorian è il contenuto dei contenuti che ci troverete sopra, la prima serie tv live-action dell’universo di Star Wars. Roba grossa, diventata ancor più dirompente grazie a un vero e proprio colpaccio, che ha messo sottosopra la rete non appena lo show ha debuttato negli USA a novembre: Baby Yoda. Chi è? Se non lo sapete, vivete davvero fuori dalla galassia. Ma andiamo con ordine, e partiamo dalle basi.

The Mandalorian si svolge tra la fine della trilogia originale e l’inizio dell’era J.J. Abrams, più o meno cinque anni dopo Il ritorno dello Jedi e venticinque prima del Risveglio della forza. La Ribellione ha vinto la guerra e formato la Nuova Repubblica, l’Impero è caduto ma il Nuovo Ordine non è stato sconfitto del tutto. È un periodo di transizione, di pace provvisoria. La trama è fin troppo semplice, e per questo è perfetta: vade retro tutte le mille storyline dell’ultima trilogia, bentornato caro vecchio approccio manicheo alla George Lucas, dove c’è il bene che combatte il male, e tutto gira intorno a quello. C’è un pistolero solitario, un leggendario cacciatore di taglie che vive ai margini sull’Orlo Esterno, la parte più lontana della galassia, e vaga per le lande spaziali alla continua ricerca di una missione, almeno finché non troverà qualcosa che gli sta a cuore. All’inizio non sappiamo il suo vero nome, ma chiunque lo conosca lo chiama Mando. A interpretare questo antieroe senza volto, con tutta la laconicità del caso, è Pedro Pascal, ex principe Oberyn Martell di Game of Thrones e già agente della DEA Javier Peña in Narcos, tra dialoghi ridotti al minimo e la faccia sempre nascosto sotto l’elmetto.

Il nostro viene spedito dal misterioso Cliente (Werner Herzog!) a cercare una creatura che dovrebbe avere 50 anni. E quell’essere è proprio Baby Yoda, che nella serie viene soprannominato “The Child”, “Il bambino” appunto: non sappiamo se abbiamo a che fare con un membro della specie di Yoda o con un suo clone, ma è certo che non si tratti del Gran Maestro. Tra l’altro Mando non sembra sapere molto della Forza: c’è una scena in cui rimette nella culla il piccolo Yoda più volte quando gli si avvicina per guarire le sue ferite.



Certo, Mando avrà a che fare con razze aliene, modelli di droidi familiari, ex soldati ribelli, mercenari senza scrupoli, meccanici bizzarri. Ma questo è tutto, poche complicazioni. Eppure il risultato è un mix stellare tra un greatest hits di Star Wars, il cinema dei samurai e l’enciclopedia del western, vedi Kurosawa, Sturges e Sergio Leone. La narrativa è chiara e fluida, le sequenze action splendide (solo una parola: jetpack!) – pur naturalmente in scala ridotta rispetto ai film della saga –, i momenti di comic relief ben dosati: è tutto scritto, girato, fotografato e messo in scena con cura estrema. Dietro alla creazione del progetto c’è Jon Favreau, che ha diretto i primi due Iron Man e pure i live action del Libro della giungla e del Re Leone (anche se quest’ultimo forse non è esattamente un punto a favore). E tra i registi degli otto episodi (e i doppiatori, ma non vi diremo di chi) c’è Taika Waititi, premio Oscar per la sceneggiatura non originale di Jojo Rabbit, che ormai lega il suo nome solo a produzioni sempre più cool. Come da tradizione nel genere, per questo spaghetti western spaziale il resto lo fa la colonna sonora dello svedese Ludwig Göransson (Creed e Creed II) che riesce nell’impresa galattica di comporre qualcosa di nuovo, che ha molto dello spirito di John Williams, e pure qualcosa di Ennio Morricone.

The Mandalorian è una sorta di redenzione, un processo di depurazione dal “troppo” che per molti è stato il finale della saga. Vero, è facile che le cose filino lisce qui, mica ci sono tutte le aspettative e le domande a cui doveva rispondere il nono capitolo di un’avventura epica ultra quarantennale. Ma Mando e soci non hanno sbagliato un colpo, da Baby Yoda in poi. Ok, adesso potete rimettervi l’elmetto, pardon, la mascherina. E portare fuori il cane.

Da oggi su Disney + sono visibili i primi due episodi su otto. Ogni venerdì ne verrà caricato uno nuovo, fino al 1 maggio. Grazie a un accordo tra The Walt Disney Company Italia e TIM, a partire dal 24 marzo il servizio di streaming è disponibile per tutti i clienti TIM attraverso TIM Vision, in abbinamento alle offerte di banda larga.

Leggi anche