Home Opinioni Opinioni TV

‘The Falcon and the Winter Soldier’: non è tv, è il Marvel Cinematic Universe

Se il budget, l’azione roboante e gli effetti speciali appartengono al grande schermo, ad aver conquistato Kevin Feige però è stata la volontà dello showrunner di incorporare certi temi sociali nel racconto

Falcon/Sam Wilson (Anthony Mackie) e Winter Soldier/Bucky Barnes (Sebastian Stan)

Foto: Chuck Zlotnick/Marvel Studios/Disney


«It’s not tv: it’s Marvel Cinematic Universe». Sembra urlarlo fortissimo, rubando l’immortale storico slogan di HBO, l’incipit di The Falcon and the Winter Soldier, nuova e fiammante serie dell’Universo cinematografico Marvel, cominciata il 19 marzo su Disney+. E in effetti la prima decina di minuti almeno è di una spettacolarità impressionante: una lunga sequenza action in volo, tra aeroplani, elicotteri, missili, scazzottate, sparatorie, esplosioni e sky diving tra i canyon. Un’adrenalinica sequenza da fiato sospeso e da effetti speciali in grande, che non sfigurerebbe tra i set piece dei film del MCU, anzi, è probabilmente perfino superiore ad alcuni di essi.

E, del resto, le sei puntate di The Falcon and the Winter Soldier, che ufficialmente compongono una miniserie autoconclusiva, sono costate circa 150 milioni di dollari in totale, una cifra in linea con i budget dei primi due Captain America (rispettivamente 140 e 170 milioni; il terzo è arrivato a 250, ma – sospettiamo – in gran parte per via dei cachet miliardari delle numerose guest star), di cui è a tutti gli effetti uno spinoff. Ambientata una manciata di mesi dopo i fatti di Avengers: Endgame, la miniserie ha per protagonisti – come da titolo – i due sidekick di Steve Rogers/Captain America. Cioè l’amico di sempre Bucky Barnes/Winter Soldier (Sebastian Stan), pure lui centenario perché congelato e scongelato dall’HYDRA alla bisogna, per diversi decenni; e il nuovo compagno d’avventure Sam Wilson/Falcon (Anthony Mackie), pure lui formazione militare e fisico potenziato, non da un super siero ma da un’armatura alata iper tecnologica. A Sam, Steve aveva consegnato il suo scudo di vibranio al termine di Endgame, sollecitandolo a sostituirlo nel ruolo di Captain America; nel frattempo Bucky, salvato, resuscitato, “lobotomizzato” diverse volte, e ora finalmente libero di essere se stesso, deve fare i conti con una montagna di sensi di colpa e una discreta sindrome da stress post traumatico. Non è tutto: nel primo episodio ancora non li abbiamo visti, ma sappiamo che, sempre dalla saga cinematografica di Cap, arriveranno Sharon Carter (la nipote di Peggy Carter ed ex agente dello S.H.I.E.L.D. interpretata da Emily VanCamp) e Zemo (il villain di Captain America: Civil War, col volto – qui però mascherato – di Daniel Brühl).

Falcon/Sam Wilson (Anthony Mackie). Foto: Chuck Zlotnick/Marvel Studios/Disney

Insomma, non è tv, è proprio Marvel Cinematic Universe al 100 percento, cari telespettatori, e la dichiarazione d’intenti suonerebbe ancor più squillante se The Falcon and the Winter Soldier fosse stata distribuita su Disney+ l’anno scorso, come era nei piani, come primo titolo del nuovo corso seriale MCU, prodotto direttamente dai Marvel Studios (e non dalla divisione Marvel Television, come era successo alle serie precedenti) e supervisionato dal capo supremo Kevin Feige. Dimenticatevi gli show Marvel Netflix (tipo Daredevil e Jessica Jones) e le loro evidenti ristrettezze di budget (anche se, va detto, in molti casi hanno saputo fare di necessità virtù); dimenticate anche le serie ABC tipo Agents of S.H.I.E.L.D. che, nonostante le buone intenzioni iniziali, sono andate sempre più separandosi dalla strada maestra del MCU, esplicitamente tagliati fuori dai segretissimi piani cinematografici. E dimenticatevi («Vi prego!», ci implora probabilmente Feige) i flopponi tipo Inhumans. Da questo momento in poi si fanno sul serio anche le serie (perdonate il pessimo gioco di parole), e approfittando del fatto che adesso sia film sia serie stanno in un unico posto – cioè Disney+ – si può lavorare su una filiera di controllo totale, una continuity ferra, un universo narrativo e stilistico realmente condiviso.

Poi c’è stata la pandemia, tutte le uscite Marvel/Disney+ sono state fatte slittare per poter completare produzione e post produzione, e WandaVision ha superato The Falcon and the Winter Soldier nell’ordine di “messa in onda”. Facendo rimbombare, per tutti i suoi primi episodi, un messaggio un po’ diverso: «Questa Marvel tv è più tv della tv!». Pure WandaVision è suonata come una dichiarazione d’intenti, all’inizio quella di una grande (e inaspettata) lettera d’amore al linguaggio televisivo e alla sua storia, un omaggio al genere più canonicamente da piccolo schermo (la sitcom), una frammentazione settimanale utilizzata per coltivare i misteri e le speculazioni (cioè l’opposto del binge watching) e anche un po’ una promessa di weirdness, di imprevedibilità, di sperimentazione, con quei collegamenti neanche tanto velati a Twin Peaks e Ai confini della realtà. Ma, abbiamo scoperto, la vera dichiarazione d’intenti di WandaVision era il suo finale, che infatti, proprio come sembra fare The Falcon and the Winter Soldier, ci ha ribadito, forte e chiaro: «It’s not tv, it’s Marvel Cinematic Universe», battaglie a colpi di luce ed effetti speciali e semplificazioni narrative comprese.

Però: siamo proprio sicuri che The Falcon and the Winter Soldier sia così “poco” televisione? Il budget, il genere spionistico-action-spettacolare (nella writers room c’è il Derek Kolstad di John Wick, quindi è lecito attendersi altre sequenze di combattimento esaltanti), anche in un certo senso la durata (alla fine si tratterà di quattro ore e mezza… non troppo di più di Endgame, e praticamente quasi come la chiacchieratissima Justice League di Zack Snyder), l’affidamento a un’unica regista (la canadese Kari Skogland) sono tutti indizi che puntano nella direzione del film blockbuster. Eppure, per quanto avendo visto un solo episodio sia difficile sbilanciarsi, l’attenzione riservata a temi più quotidiani, più “terra terra”, più vicini a noi spettatori e alla nostra realtà, sembrano guardare molto di più al piccolo che al grande schermo. In un film degli Avengers non avremmo quasi mai il tempo di preoccuparci di questioni come farsi accendere un mutuo o andare dalla psicologa per elaborare i propri super traumi – anche se nei momenti in cui è successo (per esempio nel contesto dei film di Spider-Man, o l’inizio di Endgame incentrato sul mondo durante il Blip) è stato interessante e ha dato nuovo spessore alla saga. In una serie tv, per quanto limited, questa materia “comune” è invece pane quotidiano: l’esplorazione del background dei personaggi e delle loro famiglie, le conseguenze traumatiche delle loro azioni e degli eventi in cui sono stati coinvolti, i dettagli quotidiani e solo all’apparenza triviali di un universo ribaltato da avvenimenti catastrofici e della vita da supereroi, l’impatto di tutto ciò sulle persone qualunque… sono argomenti per cui la serialità televisiva può rivelarsi il luogo giusto, perfino migliore.

E vale sia per le “piccole” curiosità e domande che tutti quanti ci siamo posti usciti dalla sala dopo un cinecomic (per esempio: come si mantiene un supereroe, quando non è un genio, miliardario, playboy, filantropo?), sia per questioni collettive più grandi e complesse: «Non si può far finta di niente riguardo a tutti i traumi attraverso cui è passato Bucky, né ignorare il fatto che Sam è un uomo nero» ha spiegato il creatore e showrunner della serie Malcolm Spellman, afroamericano e già nella writers room di Empire, il cui pitch ha conquistato Feige proprio per la volontà di incorporare certi temi sociali nel racconto. Nel senso d’inadeguatezza di Sam, che fatica ad accettare il ruolo di “nuovo Captain America”, c’è indubbiamente la consapevolezza della propria identità razzializzata; e nell’impossibilità di Bucky di scrollarsi facilmente dalle spalle un’esistenza terribile si rispecchia quella del mondo del MCU, che non può certo tornare alla normalità pre-Thanos con un semplice schiocco di dita. Insomma: se l’azione roboante e gli effetti speciali all’avanguardia appartengono al grande schermo, sempre più negli ultimi anni l’indagine di drammi intimi e la rappresentazione di verità collettive stratificate e complesse hanno avuto modo di esprimersi sul piccolo. Speriamo che, almeno sotto questo aspetto, The Falcon and the Winter Soldier alla fine sappia farci dire: «It’s not MCU, it’s tv».