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‘The Affair’ è la fine, da tutti i punti di vista

La serie è partita dalla rivelatoria messa in scena di una doppia prospettiva e ha finito, trauma dopo trauma, per condurre i suoi personaggi e il suo mondo all’apocalisse

Dominic West (Noah), Maura Tierney (Helen) e Anna Paquin (Joanie)

Foto: Andrew Eccles/SHOWTIME/Sky

È la storia più vecchia e abusata del mondo. L’affascinante ma insoddisfatto uomo di mezza età, padre di famiglia e marito apparentemente amorevole, soccombe all’attrazione incontrollabile verso una donna più giovane, possibilmente vulnerabile, e magari in una posizione subordinata, tipo – un esempio a caso – la cameriera. Iniziava così, nel 2014, The Affair, ma non si tratta solo dell’incipit: quel tradimento è tutto, è il cuore, il titolo, il nodo cruciale, il moto primigenio che, a cerchi concentrici, ha generato poi un domino infinito di conseguenze sempre più paradossali, fino ad arrivare dove siamo oggi, alla quinta e ultima stagione, in onda dal 5 novembre su Sky Atlantic. Un’escalation sempre più iperbolica, fino all’auto parodia, che in quest’annata è più evidente che mai, visto che comincia sul set di un film tratto dal libro ispirato a quell’adulterio, e piazza i protagonisti faccia a faccia con gli attori che rimettono in scena la loro vita, in particolare un divo-regista spocchioso ed ego riferito che è sostanzialmente la versione aumentata e ancor più insopportabile di Noah stesso. Ma, dicevamo, The Affair è la storia più vecchia del mondo, giusto? Eppure, in un altro senso, tra le centinaia di serie l’anno che riempiono i nostri schermi, è quella che più aderisce alla nostra contemporaneità. Non ci credete?

L’inizio, cioè lui vs lei

Quante volte vi è successo? Esprimete un’opinione, che vi pare chiara, semplice, condivisibile, perfino incontrovertibile. E scoprite che qualcun altro la pensa in modo diametralmente opposto al vostro. No, non è solo una questione di pareri, è che – vi accorgete con sgomento – a informare la sua visione sembra esserci proprio una differente versione dei fatti, degli eventi, del mondo. «Che film hai visto?» vi viene da chiedergli. Quello di Alison o quello di Noah? L’idea geniale di The Affair per raccontare la storia più vecchia del mondo è stata, in principio, quella di dividere ogni puntata rigorosamente in due, ma ogni volta ri-raccontare gli stessi eventi, prima dal punto di vista di lui, e poi da quello di lei (o viceversa). Un meccanismo rivelatorio: i dettagli che cambiavano sembravano spesso minimi – il colore di un vestito, la reazione a una frase, qualche incongruenza temporale – ma dicevano moltissimo. Sottolineavano quanto può essere fallace la memoria, certo, ma svelavano anche una scomoda verità: ognuno di noi, che sia un Noah o una Alison (o, dalla seconda stagione, una Helen o un Cole, cioè i rispettivi consorti traditi) si racconta costantemente una storia, in cui è l’eroe, o comunque è un po’ meglio di quant’è in realtà, e gli altri, quasi tutti, sono invece peggio. Ci auto assolviamo, ci giustifichiamo. E quando ripercorriamo con la mente i fatti, crediamo di essere imparziali, ma in realtà stiamo apparecchiandoci una versione della realtà che ci rassicuri e che confermi il nostro punto di vista. In pratica, nel 2014, ai tempi della stagione 1, “ere geologiche” prima che s’iniziasse a parlare di filter bubble confermative, fake news e post verità, gli autori Sarah Treem e Hagai Levi avevano già evidenziato in forma narrativa la drammatica questione: ognuno vive all’interno della propria versione dei fatti ed è davvero molto difficile trovare un accordo, se a essere messo in discussione è il nucleo ideale di noi stessi. E, a pensarci bene, così facendo The Affair s’infilava anche in un discorso super meta sullo storytelling, la creazione di narrazioni, e ovviamente le bugie, la finzione e la continua performance di sé, tutte cose che oggi sono scottante attualità social(e), ma che nel 2014 rendevano questo show effettivamente stratificato, innovativo e intelligente.

Lo svolgimento, cioè tutti vs tutti

Poi, inevitabilmente, il gioco è sfuggito di mano. Succede quasi sempre quando una serie s’incastra in una struttura fissa che è fisiologicamente impossibile mantenere a lungo, e The Affair ha scelto di lanciarsi direttamente nella strada più assurda e inverosimile, come a sfidare lo spettatore a sospendere l’incredulità, o a spegnere la tv, o cambiare canale. Cos’altro si può fare quando si scopre che un’intera storyline thriller era in realtà frutto di allucinazioni? O quando Noah, sbronzo a una festa, sfiora l’incesto con la figlia, non riconoscendola? O quando la povera Helen, ormai icona di sacrificio e martirio, trova finalmente la felicità con un nuovo amore, solo perché questi si ammali di un cancro incurabile, la tradisca con la giovane vicina, metta incinta la ragazza e poi muoia? Quando dal passato spuntano inaspettate rivelazioni su genitori sconosciuti? Quando le coincidenze e gli incontri fortuiti si accatastano a ripetizione? O quando, per motivi produttivi ancora oggi avvolti nel mistero, si decide di uccidere la co-protagonista femminile, e il co-protagonista maschile molla la serie, lasciando la stagione finale con solo due personaggi principali su quattro? Succede che si moltiplicano i punti di vista, ma si perde completamente il gioco del confronto di prospettive: rivedere gli stessi eventi due volte diventa sempre più raro, e il salto da un personaggio all’altro si trasforma in un espediente da soap opera di lusso, un modo un po’ più raffinato di portare avanti una storia corale sempre più intricata, melodrammatica e inverosimile in cui ciascuno urla la propria personale verità, non solo inconciliabile, ma fuori di testa. Eppure, non vi sembra anche questa una buona descrizione della contemporaneità? Una gara tutti contro tutti a chi la spara più grossa?

La fine, cioè la fine del mondo

Nella quinta stagione, The Affair diventa fantascienza: nel senso che accadono fatti ancor più inverosimili, coincidenze tirate per duecento capelli, scelte dei personaggi inspiegabili e ben più di una scivolata nel trash, ma anche nel senso che c’è letteralmente una linea narrativa sci-fi, ambientata nel futuro. Per compensare l’assenza di Alison e Cole, infatti, gli autori si dedicano alla loro ex bambina, Joanie (interpretata dal broncio di Anna Paquin), che però ora ha ben più di trent’anni e dunque vive nel futuro. Un futuro un po’ Black Mirror, pieno di schermi ipertecnologici, un po’ tentativo di rappresentare la normalità di vivere nel pieno del cambiamento climatico. Un’idea talmente lontana dal tono e dallo spirito iniziali, potenzialmente interessante, ma che rischia di lasciare interdetti – anche perché questa Joanie cresciuta, benché svolga la pragmatica professione di coastal engeneer (fondamentale in un mondo che vede costantemente erodere le proprie coste per l’innalzamento degli oceani), sembra allergica a ogni logica, e mette a dura prova la pazienza dello spettatore. Intanto, nel presente – o nel passato? È di nuovo una questione di punti di vista – Noah e Helen si ritrovano nel bel mezzo di uno di quei devastanti e inarrestabili incendi californiani, un altro segno del climate change e dunque un collegamento ideale con Joanie: per la prima volta, al posto di un solo punto di vista, ce n’è uno doppio, perché per la prima volta i due si parlano e si ascoltano, condividendo le proprie versioni della storia e, forse, finalmente e brevissimamente, si capiscono. Ma il futuro, appunto, è cupo, deprimente, decadente, in rovina: pure questa, volendo, è una buona rappresentazione dell’oggi e di quel che ci attende. Ma soprattutto, è un’efficace rappresentazione di The Affair: che è partita dalla rivelatoria messa in scena di una doppia prospettiva e ha finito, trauma dopo trauma, svolta melodrammatica dopo svolta melodrammatica, per condurre i suoi personaggi e il suo mondo all’apocalisse.

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