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Sventurata è la tv che ha bisogno di ‘Techetechetè’

Negli anni in cui, secondo Blade Runner, avremmo dovuto guidare macchine volanti siamo ancora incollati alla televisione davanti agli archivi di Mamma Rai. Perché?

Se trent’anni fa ci avessero svelato che nel 2019, nell’anno di Blade Runner, sorpassata la Fuga da New York, mentre quei computer enormi che avevamo in casa (se eravamo abbastanza fortunati e ricchi da averli) si sarebbero poi sintetizzati in telefoni con cui poter pagare, navigare in Rete, giocare, consultare mappe e chissà cos’altro, se ci avessero detto che in quel 2019 in cui già immaginavamo avremmo guidato macchine volanti (ma c’è chi volando su una pedana oltrepassa la Manica) ci saremmo tutti ridotti a celebrare i materiali di archivio di Mamma Rai, donandogli all’epoca di Netflix, Amazon Prima e Apple tv un successo clamoroso di share, non ci avremmo creduto, confessiamolo.

E ancora stentiamo a credere ai nostri occhi, a Techetecheté, il cugino di Schegge, che diventa palinsesto a sé, organizzato e sistematizzato, che conquista prime serate e plausi critici, che si concede il lusso raffinato di uno storytelling coerente e perde la pur affascinante dimensione di megamix, di informe Blob (a cui deve parecchio) a uso e consumo di nonne e genitori nostalgici. Techetecheté, come dice l’ultimo spin off che ha avuto persino l’onore di una conferenza stampa piuttosto partecipata a Viale Mazzini, è divenuto superstar. Amato, richiesto, (stra)visto e persino copiato se pensiamo alle patetiche ed esilaranti repliche Mediaset del Festivalbar (rivedere chi eravamo in playback è inquietante, poi vedi Salvini al Papeete e capisci che non siamo mai cambiati) o alla divertente idea della Gazzetta dello Sport sul sito che rinverdisce i bidoni del calciomercato delle stagioni passate, andando indietro anche di due decenni, o delle interviste che il Corriere dello Sport riesuma nella rubrica, guarda un po’, chiamata Techetechetesport, in cui magari il maestro Liedholm celebra Renato e Andrade, definendoli migliori di Gullit il primo e di Dunga il secondo, dicendo che Enzo Francescoli, nel mirino dei giallorossi nel 1988, fosse più forte di Diego Maradona.

Perché il passato, per quanto possa essere rimpianto, ha scheletri nell’armadio. Ed è proprio qui il segreto di Techetecheté: monda da ogni peccato la nostra tv e i nostri gusti estetici dei decenni passati, ci fa rimpiangere spalline e la Mina costretta all’anoressia o quasi per piacerci, ci fa accettare copioni televisivi ben oltre il #metoo e un intrattenimento piuttosto vacuo, in nome del fatto che siamo passati dalla padella alla brace e, soprattutto, che ben tagliato e mixato, tutto assume il colore della bellezza, del vintage, del “c’era una volta” e dell’”un tempo qui era tutta campagna”, dell’”ai miei tempi sì che era un’altra cosa”. L’Italia è una Repubblica fondata sul rimpianto e sulla nostalgia, persino un dittatore viene rivalutato in nome della (falsa) credenza che ai suoi tempi arrivassero in orario, figuriamoci se non possiamo applicare questo trend alla tv.

Il corto circuito che nessuno di noi avrebbe immaginato è l’alleanza tra i nuovi media (Internet, ma soprattutto i social) e il piccolo schermo che celebra se stesso, ma era prevedibile, basta pensare alla politica, che vampirizza entrambi: se nel messaggio di Trump l’importante non è ‘Make America Great’, ma ‘Again’ (di nuovo, richiamo al passato), in quello di Matteo Salvini e richiamare anni, tempi privi di stranieri e di euro. Se Blob usa materiale di repertorio (poco importa se di poche ore o giorni prima o vecchio di anni, se preso dal cinema o dalla tv) per ricordarci cosa stiamo vivendo, Techetecheté lo fa per annegarci nell’oblio del passatismo, perché nessuno resiste al mito dell’epoca in cui era giovane: le cose erano belle perché si aveva vent’anni, come insegna Vecchioni in Luci a San Siro, non perché lo fossero davvero. La novità sta nel fatto che ormai anche i più giovani, il pubblico che prima ignorava questi programmi, i delusi da un mondo che ha operato uno sterminio generazionale degli “splendidi quarantenni”, ovvero la generazione D(imenticata), si affidano a quel passato non vissuto ma che hanno amato grazie alle parole e ai ricordi di genitori e fratelli maggiori, da Carosello a Fantastico. Lo fanno perché è l’ennesimo inganno di una gerontocrazia che li ha usati come vittime sacrificali senza dar loro la possibilità di giocarsela, lo fanno perché il presente è terribile e in qualche modo ci si deve pur consolare. E una presunta eta dell’oro, televisiva e non, da evocare fa bene al cuore e persino al cervello.

E l’estate è la stagione perfetta per questa sospensione di giudizio critico, per questo tentativo di riscrivere ciò che è stato, magari mettendosi in cuffia Radio Rai Techeté, dal palinsesto ben più affascinante e serio di quello catodico (chi scrive è un addicted di Speciale Eduardo, L’Orlando Furioso, Alto Gradimento, Storie di Sport e sì, risento anche Tutto il calcio minuto per minuto). In estate la politica va in vacanza, lo squallore del potere sembra più lontano (o più sopportabile), la mente cerca di evadere. E la Rai, che è rimasta quasi solo un enorme, meraviglioso archivio, torna centrale con quel suo passato glorioso e solitario, privo di concorrenza. E se magari facciamo fatica a pensare di dover pagare il canone solo per quello (però c’è un nuovo concorso per giornalisti previsti in autunno e il mio eventuale superamento dello stesso mi vedrà ovviamente smentire e negare queste mie affermazioni, come il nostro Ministro degli Interni ha fatto su terroni e affini), inevitabilmente non possiamo che celebrare un’epoca in cui, è vero, c’era maggior cura, più investimenti nei varietà come nell’informazione e nella divulgazione culturale (se pensiamo che il cinema era curato, tra gli altri, da Fava e Vieri Razzini e ora da Marzullo, per dire, c’è da star male).

E sì, è normale far diventare questo un appuntamento atteso, perché il pubblico è assetato di qualità e bellezza, anche se stenta a dimostrarlo, visto lo tsunami di trash da cui è travolto in ogni segmento della propria esistenza. Pochi ricordano, per esempio, il successo clamoroso dei cicli degli sceneggiati Rai alla Casa del Cinema (pensate ai capolavori del compianto Ugo Gregoretti, riproposti allora integralmente). Furono ideati dal direttore di allora Felice Laudadio, con il contributo determinante di RaiTeche (e della mitica Barbara Scaramucci: questa memoria storico-(tele)visiva si deve sopratutto al suo lavoro meticoloso e creativo). Sale piene, come se ci fossero gli Avengers e non Alberto Lupo.

Piene di chi quel passato lo aveva vissuto e di chi, già allora, sapeva che razza di futuro gli sarebbe toccato.
Sventurato il paese (e la tv) che ha bisogno di Techetecheté, dell’eterno revival di un paese che celebra il suo funerale tra canzonette e varietà.
Ora scusate, ma devo lasciarvi. Vado a rivedermi Se bruciasse la città di Massimo Ranieri a Canzonissima 1969. Ma quanto diamine erano bravi Johnny Dorelli e Raimondo Vianello?

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