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‘Summertime’ non può essere giudicato da chi non è più teen

Se in 'Tre metri sopra il cielo' almeno l’amore impossibile tra Step e Babi era dettato dalla pericolosa devianza di lui, in 'Summertime' è tutto molto più nei ranghi, più perbenista. Detto questo, agli adolescenti l'ardua sentenza

Coco Rebecca Edogamhe e Ludovico Tersigni in 'Summertime'

Foto: Netflix

Summertime è una serie comprensibile solo ai portatori sani di acne. Nel senso che per capirla devi avere meno di 15 anni, ma non essere della categoria “ragazzo esagitato e/o tormentato”. Quelli, su Netflix, vengono smistati da altre parti, ossia in zona Tredici, The End of the F***ing world, Baby e giù di lì. Mica a Cesenatico Beach. Non dimentichiamo infatti che Netflix è una piattaforma organizzata e rigorosa, dove nulla è lasciato al caso: ogni target ha il suo algoritmo di riferimento, nonché un distinto contenuto editoriale, e questo vale a maggior ragione per i generi fortemente generazionali come i teen drama.

Certi filoni vivono, parlano e si muovono solo ed esclusivamente all’interno della propria comunità di pari: li puoi comprendere fintanto che appartieni a quel gruppo, in quella precisa epoca storica. Per farla breve: anche se hanno tappezzato mezza Italia con la frase “Summertime si ispira a Tre metri sopra il cielo”, la serie di Cattleya non cavalca alcun effetto nostalgia. Anzi, a ben vedere se ne frega abbastanza del cult (ok, è un parolone, ma all’epoca questo era) di Federico Moccia. Il target a cui si rivolge Summertime (dal 29 aprile su Netflix) non sono gli adulti, ovvero gli ex adolescenti anni ’90, bensì una precisa compagine di sbarbatelli di oggi. Quella sana, da carie ai denti. Per capirci, i ragazzini che d’estate sospirano al chiaro di luna invece di sbronzarsi davanti al falò.

Suona svenevole? Un po’. Esattamente come la serie. Se in Tre metri sopra il cielo l’amore impossibile tra Step e Babi era dettato dalla pericolosa devianza di lui, che finiva per travolgere pure lei, in Summertime è tutto molto più nei ranghi, più perbenista. Da Roma, la storia si è trasferita sui lidi romagnoli: una carrellata di sdraio, spiagge e ombrelloni (senza plexiglass), a fare da sfondo a un’altrettanto numerosa carrellata di personaggi. I principali sono Ale e Summer, i due innamorati. Il primo, interpretato da Ludovico Tersigni (Skam Italia), è un promettente motociclista. Non è violento come Step, non sbrocca spaccando vetri, non spaccia e non fa gare clandestine. Ale è semplicemente ricco, ammesso che questo sia un difetto, e un tantino viziato, visto che può distruggere casa, senza colpo ferire, organizzando party in piscina. Il suo unico grande tomento è il padre: negli ultimi vent’anni non fa che stressarlo, essendo pure il suo allenatore personale.

Morale: l’aspetto trasgressivo della serie inizia e finisce con il Grande Rifiuto di Ale. «Papà, non corro più. Decido io». Capirai che brivido. Summer (l’esordiente Coco Rebecca Edogamhe) è invece una ragazza di colore, nata e vissuta in Italia: la cittadinanza viene dichiarata subito, a beneficio di Salvini. Bravissima a scuola, Summer è una ragazza tutta casa e studio. Non ama le feste, odia l’estate e, quando arriva giugno, preferisce lavorare: «Così l’estate passa via più in fretta» è la spiegazione schiacciante da lei fornita.

Quando Ale e Summer si incontrano, che succede? Di fatto, nulla. La ribellione di Ale era infatti iniziata già prima che incontrasse la sua dolce metà e il ragazzo mantiene il punto fino alla fine, costi quel che costi. A sua volta Summer non sprofonda in alcun baratro di perdizione, come il libro di Moccia invece vorrebbe. Chissà, forse in epoca #MeToo non è più lecito immaginare un giovane maschio, con evidenti problemi di gestione della rabbia, che corrompe moralmente una brava ragazza. Sta di fatto che ora si vira verso il buonismo edificante e Summer, frequentando Ale, finisce per migliorare. Certo, trascura un po’ chi le sta attorno, ma alla fine tutti sono contenti di vederla partecipare alle feste in spiaggia e ballare.

Mentre i due se la spassano, il resto dei personaggi è invece impegnato a dimostrare un vero e proprio teorema narrativo. Tesi (e svolgimento): è meglio vivere un amore possibile anziché rincorrere un amore impossibile. Svolgimento: massicce dosi di friendzonate. Dalla terza puntata in avanti, piovono due di picche di ogni ordine e grado: friendzonate tra adulti, tra adolescenti, tra persone di diverso orientamento sessuale e tra amici molto distanti per età. Ne abbiamo contate almeno otto. Non aggiungiamo altro, altrimenti dovremmo spoilerare. Vi basti sapere che le scuse propinate vanno dal grande classico «in questo momento non posso stare con nessuno» all’agghiacciante «mi spiace, perché sei anche abbastanza bello». Mai un abbastanza riuscì a distruggere la virilità maschile come in questo caso.

La verità? Per quanto possa suonare surreale, Summertime è persino più leggero e vacuo di Tre metri sopra il cielo. È la sua versione da educanda, con un’estetica laccata da videoclip, un cast di esordienti (purtroppo si vede, tranne Tersigni e Andrea Lattanzi, già visto in Manuel), tanta musica e dialoghi esili esili. Si sentono frasi come: «Quando una cosa bella sta per finire è triste, quindi si festeggia, così diventa allegra» o «Come faccio a capire se mi piace uno? Lo bacio». E noi che speravamo in un adattamento che sporcasse la storia originale anziché ripulirla. Ma forse l’errore è tutto lì: in quel di nuovo. Le generazioni cambiano e, con loro, anche le storie. Non è dato da sapere se in meglio.

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