‘Stranger Things 4 – Vol. 1’: invertendo l’ordine degli addendi, il risultato non cambia | Rolling Stone Italia
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‘Stranger Things 4 – Vol. 1’: invertendo l’ordine degli addendi, il risultato non cambia

A sei anni dall’uscita della prima stagione, arriva su Netflix il quarto capitolo della serie sospesa tra fantasy, horror e coming of age che ripropone sempre gli stessi ingredienti mischiati in maniera diversa. Il che, per carità, non è necessariamente un male: anzi. (Attenzione: c’è qualche spoiler)

Eduardo Franco, Charlie Heaton, Millie Bobby Brown, Noah Schnapp e Finn Wolfhard in una scena di 'Stranger Things 4'

Foto: Netflix

Prendi una serie, dille che l’ami, scrivi la quarta stagione. Mandala in Russia e nel Sottosopra, dalle anche personaggi nuovi. Fai sentire importanti le donne, dalle il meglio del mostro che hai. Cerca di ripetere la solita storia, sii sempre coerente, risolvi i guai dell’eroina.

Se esistesse un Teorema per Stranger Things, la prima strofa reciterebbe più o meno così: la quarta (e penultima) stagione della serie dei Duffer Brothers è arrivata su Netflix divisa in due parti, il volume 1 dal 27 maggio e il volume 2 dal 1° luglio, per un totale di nove episodi. Ma se è vero che squadra che vince non si cambia, è altrettanto sacrosanto che, arrivati fin qui, il potenziale residuo della (ex) sonnacchiosa cittadina di Hawkins e dei quattro amici nerd – Will, Mike, Dustin e Lucas – rischiava di essersi esaurito. Dato che abbiamo imparato che le serie di successo non possono morire da piccole (leggi: alla prima, inarrivabile stagione) ma vanno spremute finché il limone produce goccioline (leggi: occorre allungare il brodo per continuare a macinare soldi), Matt e Ross Duffer si sono messi d’impegno per non ripetere pari pari le dinamiche a cui siamo ormai assuefatti.

E quindi, l’ordine degli addendi stavolta cambia. Tre diverse storyline (una che parte in California e si trasforma in uno sgangherato road trip; una nella penisola più estrema della Russia, la Kamčatka; e una immancabilmente a Hawkins); largo alle donne, in particolare a Nancy (Natalia Dyer), Max (Sadie Sink), Robin (Maya Hawke) e alla finora ingiustamente poco sfruttata Erica (Priah Fergouson); una (super) eroina in crisi d’identità: cos’è Eleven (Millie Bobby Brown) privata dei suoi poteri psicocinetici, telepatici e compagnia cantante, se non una stramba ragazzina socialmente inetta? I personaggi, tantissimi e tutti a modo loro “principali”, vengono distribuiti tra le diverse trame, e ognuno contribuisce al lento disvelamento della minaccia odierna: una nuova misteriosa creatura soprannaturale, si diceva, se possibile più potente, crudele e difficile da battere delle precedenti, soprattutto se l’unica che potrebbe annientarla non è nella condizione di poterlo fare.

Stranger Things si scontra con una serie di inevitabili problemi, ossia quelli di una qualsiasi serie a metà tra il fantasy, l’horror e il coming of age uscita sei anni fa. Hai voglia a trovare sviluppi imprevedibili del fantomatico Sottosopra: sempre lì, volenti o nolenti, torniamo. Hai voglia a scavare nel passato controverso dell’Hawkins National Laboratory: ogni ipotetico retroscena ancora non svelato, arrivati a questo punto, pare un po’ tirato per i capelli. Hai voglia a insistere con ‘sti ragazzini, passioni e cotte adolescenziali incluse: a breve partiranno per il college, mica andranno avanti a lungo a combattere schifosi mostri viscidi che vivono in una dimensione parallela. Hai voglia il girl power in salsa Bananarama: m’immagino lo sventurato sceneggiatore che, durante la riunione nella writers’ room, ha preso parola con orgoglio buttando lì un: «Dobbiamo dare più spazio alle donne, saranno le loro intuizioni a salvare l’umanità (e la quarta stagione)!».

Tutto resta estremamente spettacolare, a tratti divertente, in generale godibile, ma l’effetto sorpresa, insomma, ce lo siamo già giocato – compreso il fatto che Jim Hopper (David Harbour) sia sopravvissuto alla battaglia di Starcourt e tenuto a marcire in una prigione russa, accidenti al trailer. (Attenzione: seguono spoiler) Bando alle lamentele, ché le rogne son parecchie: tra le principali, il recupero dei superpoteri di Eleven, che avverrà in maniera non proprio montessoriana; la fuga di Hopper dalla prigione in Kamčatka, nella quale Murray (Brett Gelman, forse il personaggio più moderno della serie, uno che oggi sarebbe ospite fisso a #cartabianca) avrà un ruolo fondamentale; una sorta di maledizione che pende sulla testa di Max; il suddetto mostro di turno, che si chiama Vecna e vanta un’inquietante connessione con Eleven. Nel mezzo, grandi ritorni (di fiamma, ma anche di chi credevamo morto e sepolto), qualche vittima sul campo, ingressi che s’aprono in apparenza inspiegabilmente tra realtà e Sottosopra.

Siamo alle battute finali: la prossima stagione (la quinta) sarà l’ultima e chiuderà il nostro personale doppio carpiato nella mitologia degli anni ’80, con la speranza che le porte dell’infern… ehm, del Sottosopra siano state definitivamente sigillate. Nel frattempo, gustiamoci la nuotata scandita dalla vocetta di Kate Bush, che è il leitmotiv di questo quarto capitolo. Nel caso siate tra coloro ai quali Running Up That Hill fa sanguinare le orecchie, preparatevi: finché Eleven non interverrà, solo la hit del 1985 sarà in grado di fermare l’avanzata di Vecna. Chissà, magari pure lui mal sopportava quella vocetta lì.