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‘Spinning Out’, pattinaggio e bipolarismo nella prima serie Netflix del 2020

Attraverso la storia di una pattinatrice, la serie affronta il tema del bipolarismo con cura e si chiede: è meglio una vita sedata e senza crisi, o una piena di colore che può precipitare da un momento all'altro?

Camminare sul ghiaccio è l’emblema della fragilità. L’idea di un corpo che pone il proprio peso su una lastra di ghiaccio ci fa subito percepire, nel fondo delle orecchie, quello scricchiolio, quel senso di paura nel sentir aprirsi la terra sotto i nostri piedi con il rischio di precipitare in un territorio sconosciuto e buio.

Questa immagine potrebbe essere la descrizione di Spinning Out, drama sportivo di Netflix che vede come protagonista Kaya Scodelario. Per i Millennials, Kaya Scodelario è stato il volto sardonico e sensuale di Effy, personaggio su cui si sono sviluppate le prime due generazione di Skins, il teen drama inglese che ha cambiato il modo di raccontare i teenagers. Per la Generazione Z, Kaya è Teresa, protagonista di Maze Runner, trilogia capace di incassare al botteghino una cifra impronunciabile: un miliardo di dollari. Non è quindi un caso che la narrazione di Spinning Out ruoti attorno alla sua protagonista.

Spinning Out è la storia di una pattinatrice che cerca di recuperare la propria carriera dopo una brutta caduta che l’ha costretta lontana dalle competizioni. Oltre al sudore e al sacrificio della vita da skater, la nostra deve però convivere con un disturbo bipolare che affligge lei e sua madre (January Jones, candita agli Emmys e ai Golden Globes per il suo ruolo di attrice protagonista nella serie Mad Men). Ed è qui che Spinning Out tenta di alzare la posta in gioca.

La serie affronta con una certa cura il tema del bipolarismo, soffermandosi principalmente sulla scelta delle due donne di continuare o meno le proprie cure farmaceutiche e su come questa scelta influenzerà la loro esistenza e quella delle persone a loro vicine. Una vita apatica, sedata, ma privata dalle crisi, o una vita piena di colore che può precipitare, senza preavviso, in stati maniacali? Spinning Out viene costruito su questa scelta impossibile.

La serie procede alternando questo pathos drammatico ai principali topos del teen drama (tranquilli, ci sono un’infinità di incroci amorosi, inganni, tradimenti a cui appassionarsi), bilanciando la tendenza alla soap opera con quel contraltare di tensioni nevrotiche e fisiche che bipolarismo e pattinaggio significano. I personaggi di contorno, seppur schiacciati da scelte narrative che li rendono presenti, ma bidimensionali, sono un tentativo di rappresentazione di uno spettro di personalità, sessualità, etnie ampio, a dimostrazione di come Spinning Out lavori per essere una serie inserita nello zeitgeist culturale e sociale.

Nonostante la sinuosa eleganza di atlete e atleti che sfrecciano senza timore su lame di ferro in colate di ghiaccio, il pattinaggio artistico non è una disciplina che riesce a far breccia nel cuore del pubblico mainstream durante le stagioni sportive. È però una disciplina che diventa incredibilmente affascinante nella sua trasposizione filmica, quando la telecamera si introduce furbesca nel dietro le quinte di questa ricerca della perfezione, come dimostra I, Tonya, pluripremiata pellicola sulle incredibili vicende della pattinatrice americana Tonya Harding. È qui che si trova la narrazione: dolore, sofferenza, quel misto di disciplina ferrea e sforzo fisico impacchettati in un’estetica da reginette di bellezza. È qui che troviamo le emozioni.

Spinning Out non è una serie geniale, o scritta incredibilmente bene da farci gridare al miracolo, ma è un prodotto che si fa guardare perché riesce a smarcarsi da alcuni cliché di settore per aprirsi a tematiche contemporanee e di nuovo interesse. È sul pezzo, e questo la rende particolarmente intrigante. E c’è Kaya Scodelario, ricordatelo.

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