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‘Skam’ è la prima soap opera della Generazione Z

Con il suo racconto frammentato tra scene, conversazioni Whatsapp e foto su Instagram, 'Skam' è la versione "verista" delle serie americane per adolescenti, e parla di un universo vicino, finalmente riconoscibile

'Skam - Italia'

TimVision

C’è una nuova droga in voga fra i giovani. Viene dalla Norvegia. Si chiama Skam. Significa “Vergogna”.
 I ragazzini non la prendono per “sballarsi il sabato sera”, come riporterebbe un titolo del TG1, ma la assumono quasi tutti i giorni, a casa, a scuola, alla fermata dell’autobus, davanti al pc o allo smartphone. È una roba pericolossisima: è una serie tv.

 Cioè, serie tv è un termine abbastanza improprio. Nello specifico è una web series, anche se l’espressione in Italia ha assunto quell’accezione da “vorremmo tanto fare una serie tv, ma non c’abbiamo na lira” che, nel caso di Skam come pure di altri (per dire, House of Cards e The Handmaid’s Tale sono, di fatto, web series) è particolarmente inadatto. 


Skam, quindi. Sulla carta un prodotto che non pare una gran novità: un contenitore di storie di liceali, fra amicizia, amori, tradimenti e l’incalzante susseguirsi di cazzate e struggimenti tipico dell’esplosione ormonale. E allora perché stavolta ce ne dovrebbe fregare qualcosa? Skam, progetto che nasce in Norvegia dalla mente delle sceneggiatrice-regista Julie Andem e poi esportato in tutto il mondo (oltre alla norvegese ne esistono al momento altre sette versioni), fa delle modalità di fruizione il suo carattere più distintivo e riuscito: rivolgendosi a un target giovanissimo che si beve la narrazione in formati nuovi e meno classici, ma soprattutto più rapidi (la maggior parte ha una soglia di attenzione di tre minuti al massimo), la serie non vive dei classici episodi, ma di clip rilasciate nel corso della settimana, nello stesso orario e nello stesso giorno in cui sono ambientate.

La scena si svolge martedì 27 novembre alle 15:50? Bene, la clip verrà pubblicata proprio a quell’ora. E non finisce qui: a inframezzare le clip, vengono condivise col pubblico conversazioni Whatsapp dei personaggi, foto su Instagram, che permettono di seguire l’evolversi della storia fra una scena e l’altra. Ogni stagione, che prevede un ciclo di circa dieci settimane, ha un protagonista diverso attorno a cui sviluppare la trama, scelto comunque nella rosa dei personaggi che lo show presenta. Insomma, una vera e propria soap per la Generazione Z, un’esperienza immersiva, coinvolgente, che però si dimostra talmente versatile da potersi ricomporre in puntate vere e proprie, che al termine di ogni settimana possono essere godute anche dal pubblico più “anziano” e abituato all’episodio standard.

Se ogni storia sceglie la forma migliore per essere raccontata e, di rimando, la forma influisce inevitabilmente sulle caratteristiche interne del racconto, attraverso questa trasmission “sincronizzata” lo stile e l’approccio della serie diventano quasi veristi. In una sorta di live-twitting narrativo, anzi live-telling (giusto per inventare l’ennesimo termine inglese di cui nessuno sentiva il bisogno), Skam opta, infatti, per situazioni più credibili, preferendo un gusto meno patinato rispetto ai prodotti televisivi americani (Riverdale per i ragazzi di oggi, Dawson’s Creek per i più vecchi, Beverly Hills 90210 per i decrepiti) e meno sensazionalistico e irriverente dei corrispettivi britannici (Skins, Misfits). Il tentativo è quello di aprire un piccolo squarcio nella vita comune di tanti adolescenti, pur tenendo fede alle regole del “romanzo di formazione” e alla sua carica epica. D’altronde, chi non ha mai creduto che un amore finito, un’amicizia persa, una litigata col papà o un brutto voto a scuola non fossero i segni dell’apocalisse imminente? La posta in gioco di ogni adolescente è sempre la fine del mondo.

La versione italiana di Skam, realizzata per la piattaforma TimVision e disponibile sul sito ufficiale, possiede una rara qualità, che manca a molta tv nostrana: quella di rappresentare un universo riconoscibile, vicino. I ragazzi di Skam Italia parlano come i diciassettenni del 2018, si comportano come loro, ascoltano la loro musica (nella colonna sonora un sacco di musica indie, da I Cani fino a Calcutta), abitano luoghi reali in un mondo che non è di cartapesta, ma che ha un suo specifico, una sua identità.

Non è un’ambientazione vaga e atemporale, è qui e adesso. Siamo in un liceo scientifico di Roma centro (quasi Nord) del 2018, dove c’è Eva, che dopo essersi messa con Giovanni ha un po’ perso se stessa, e dove c’è Martino, che deve fare i conti col fatto che gli piacciono i ragazzi. La buona riuscita di questo adattamento è senz’altro merito degli autori (Anita Rivaroli, Marco Borromei e Ludovico Bessegato, che firma anche la regia delle prime due stagioni), che hanno saputo tradurre le vicende originali non limitandosi ad aggiungerci l’accento romano, ma anche del cast di giovani bravissimi attori (in primis Ludovica Martino, Federico Cesari e Ludovico Tersigni). Sebbene le vicende seguano più o meno pedissequamente quelle dell’originale norvegese, gli autori hanno saputo ricollocarle con sapienza, grazie soprattutto a un format che vuole, anzi pretende, che il pubblico si senta il più vicino possibile al racconto e ai suoi protagonisti.

In Italia è in corso la seconda stagione, ma la serie è già stata confermata per un terzo ciclo che verrà trasmesso in primavera. Per il momento, perciò, noi Skam-dipendenti non abbiamo da preoccuparci. La nostra (per molti, ritrovata) adolescenza durerà ancora un po’.

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