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Sì, ‘Shtisel’ è (ancora) una delle cose migliori che possiate vedere su Netflix

Davanti al cult ‘made in Israele’, arrivato alla terza stagione, ridiamo, ci infastidiamo, proviamo rabbia o tenerezza, ci commuoviamo, talvolta non capiamo. Semplice: perché è scritto benissimo. Come i romanzi che nessuno scrive più

Una foto di scena della terza stagione di ‘Shtisel’

Foto: Yes Studios

Una delle scene più belle che la tv ci abbia regalato negli ultimi dieci anni è nella prima stagione di Shtisel. L’anziana madre di Shulem (Dov Glickman), il patriarca e rabbino il cui cognome – Shtisel, per l’appunto – dà il nome alla serie, vive in una casa di riposo per ebrei ortodossi e lì conosce finalmente i piaceri della televisione, con sommo disappunto del figlio e del nipote Zvi Arye. I due trovano la cosa semplicemente ripugnante, ed escogitano mille modi per sabotare il suo quarto d’ora quotidiano davanti a Beautiful. Le dicono che si vergognano, che il suo comportamento è immorale, che s’ostina a infrangere la legge, t’immagini la gente, abbiamo una reputazione da difendere, eccetera eccetera. Nonna Malka (Hanna Rieber), che è a sua volta chassidica e osservante, nonostante le minacce più o meno velate non si scompone, e spiega a Shulem che i protagonisti di Beautiful sono parecchio religiosi «perché vedi, hanno tantissimi figli!».

Di Shtisel – la serie israeliana creata da Ori Elon e Yehonatan Indursky e ambientata nel quartiere di Geula a Gerusalemme popolato da una maggioranza di ebrei ultraortodossi, la cui terza stagione è sbarcata il 25 marzo scorso su Netflix – abbiamo già parlato in diverse occasioni. Ma non è mai abbastanza. Dal suo arrivo sulla piattaforma (correva l’anno 2018), Shtisel ha scatenato una vera e propria mania che ne ha sancito un successo piuttosto improbabile, soprattutto se si pensa che nessun episodio contempla sesso, violenza, sparatorie, supereroi, minacce apocalittiche alla Terra (leggi: ciò che solitamente dopa la visione da parte del pubblico). Di più: il momento più spinto della serie coinvolge una donna che cerca di scoraggiare un corteggiatore togliendosi lo sheitel – la parrucca – e rivelando i suoi capelli brizzolati.

La Shtisel-mania ha messo d’accordo un pubblico eterogeneo composto da ebrei laici, ebrei chassidici, cristiani, musulmani, dalla mia e dalla vostra bolla, perché la trama lavorata con ritmo abile e paziente ha il respiro d’un romanzo del diciannovesimo secolo. I personaggi – così come i luoghi – sono tratteggiati in maniera precisissima eppure discreta, c’è un pudore di fondo che accresce il nostro desiderio di volerne sempre di più: ridiamo, ci infastidiamo, talvolta non capiamo, proviamo tenerezza, rabbia, ci commuoviamo persino. Ci sono una sfilza di attori incredibili: decretare i migliori è impossibile, ma se proprio devo voto per la famiglia di Giti (la «silenziosamente feroce» Neta Riskin, la definisce Alexandra Schwartz sul New Yorker), con la sempre stupenda Shira Haas nei panni dell’imprevedibile figlia Ruchami e Zohar Strauss in quelli del marito Lippe, perennemente diviso tra dovere e libertà, tra ragione e cuore, conscio dei limiti della propria fede, eppure incapace di staccarsi dalle norme della comunità.

L’impenetrabile universo chassidico è ora alla portata di qualsiasi spettatore: le affollate sale della yeshiva e i piccoli appartamenti arredati in maniera modesta, dove le librerie zeppe di volumi del Talmud hanno il posto d’onore; la lingua, un misto di ebraico yiddish punteggiato da benedizioni e originali insulti; il cibo, le omelette, i cholent, i sottaceti e gli appetitosi kugel, innaffiati con soda e l’occasionale sorsata di whisky; le sigarette fumate da Shulem e dall’ultimogenito Akiva (Michael Aloni).

Nessuno lusinga il nostro senso di superiorità secolare abbandonando l’ortodossia: esiste una sorta di “etica estetica” nell’eliminare i cliché sulla vita religiosa, che la serie stessa giudica sottilmente. Nella prima stagione incontriamo Leib Fuchs (Uri Hochman), proprietario senza scrupoli di una galleria d’arte che si rivolge agli ebrei americani che vogliono portare a casa un po’ di Terra Santa. I clienti di Fuchs non sanno che i suoi quadri raffiguranti rabbini dalla barba bianca e venduti con la propria firma sono in realtà eseguiti su commissione da diversi pittori pagati due soldi: i turisti ottengono ciò che sono venuti a vedere, senza interessarsi a ciò che c’è veramente dietro alla facciata.

La corrente ultraortodossa chassidica nacque grazie al taumaturgo e kabbalista Ba’al Shem Tov nell’Europa dell’Est del Settecento per promuovere la popolarizzazione della fede nelle comunità povere e illetterate, proponendo un modello di religiosità più intensa e meno intellettualistica. La corrente ebbe sempre più successo e presto si diffuse in Europa, Israele, Canada, Stati Uniti e Australia: fu l’Olocausto a decimare gli ebrei chassidici, e i superstiti – convinti che per ricostruire ciò che la Seconda guerra mondiale aveva distrutto occorresse proteggersi attraverso la costituzione di una comunità chiusa e severa – si ristabilirono negli Stati Uniti e in Israele.

Shira Haas è Ruchami in ‘Shtisel’. Foto: Vered Adir/Yes Studios

Il termine “ultraortodosso”, peggiorativo secondo la maggioranza delle persone che descrive, identifica questa corrente che da quasi un secolo si sforza di riconciliare le esigenze della religione con i costumi della vita moderna e profana. Tutta l’ortodossia contemporanea è però, per certi versi, moderna: resistere alle vie e alle tentazioni di un mondo in evoluzione non è forse un altro modo per riconoscerle?

Nella terza e ultima stagione di Shtisel, tali pressioni esterne sono più intense che mai. Lo vediamo quando uno studente filma Shulem – preside dello heder, la scuola elementare – mentre schiaffeggia un giovane piantagrane, e quando la legittimità della maternità surrogata secondo la legge ebraica viene messa in discussione. Ma anche quando Giti – la cui difficoltà a perdonare Lippe per il passato tradimento è una delle storyline più intense e interessanti della serie – scopre che la sua pazienza è stata nuovamente messa alla prova. Il marito decide di guadagnare qualche shekel reclutando comparse di chassidiche per delle riprese televisive: nessuno si presenterà, e alla fine la coppia finirà per allearsi e spacciare degli hipster dalla barba folta per ebrei ultraortodossi.

È qui che la serie diventa meta-serie, dimostrando consapevolezza del contesto in cui si muove e delle dinamiche che lo regolano: Shtisel si analizza, si studia, si critica, si prende pure la libertà di auto-parodiarsi. Nonna Malka – giusto per tornare al punto di partenza – nell’elenco delle persone alle quali destinava le sue preghiere quotidiane, accanto ai nomi dei nipoti aveva aggiunto i membri della famiglia Forrester. E se Shulem se ne meraviglia, per noi dall’altra parte ha perfettamente senso: d’altronde, chi non spenderebbe una preghiera per Ridge e Brooke?

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