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Scoprite Aidy Bryant prima che lo facciano le neo-femministe

È una delle attrici comiche americane più apprezzate. È scafata, graffiante e non ha un corpo che asseconda gli standard televisivi. Ma non ne vuole sapere di pietismi o body shaming. E non vuole di certo essere 'carina'

Aidy Bryant in 'Shrill'

I dunhamiani di vecchia data se la ricordano bene: Lena Dunham – che ha tanti difetti, sì, ma tra questi non figura il fiuto pazzesco per il casting – scelse proprio Aidy Bryant per il ruolo di Abigail, il boss di Shoshanna nella quarta e sesta stagione di Girls. E se Abigail rimane ancora oggi uno dei personaggi più surreali e divertenti della serie (nonostante i soli quattro episodi che la vedono coinvolta), il merito va sicuramente a Bryant. A noi, nel 2015, non diceva quasi nulla, ma negli Stati Uniti era già piuttosto conosciuta in quanto volto del Saturday Night Live a partire dal 2012, quando aveva appena venticinque anni.

Aidy Bryant, classe 1987, è una delle attrici comiche americane più apprezzate. È scafata, graffiante, audace e – meglio togliersi subito d’impaccio – non ha di certo un corpo che asseconda gli standard televisivi. Anzi no, lei vorrebbe che chiamassi le cose col loro nome: Aidy Bryant è grassa, non ha paura di ammetterlo, e allo stesso tempo è stufa marcia. «Non è l’unica cosa che sono: prima di quello sono un’amica, una moglie, una figlia, eccetera. E sono grassa. Sono anche una star! Una vera star! Adesso, poi, sono pure ricca, quindi andate a farvi fottere». Nata a Phoenix, nell’ultra-repubblicano Arizona, non vanta particolari traumi infantili o adolescenziali da superare, e nemmeno aspettative genitoriali da assecondare alla Lena Dunham. La sua vita è serena, mamma e papà hanno un matrimonio felice e incoraggiano la creatività della figlia, che dopo il liceo decide di spostarsi a Chicago per frequentare il Columbia College: «Phoenix non era il mio ambiente, capisci?», spiega in una recente intervista a Vulture. Lì, libera dal conservatorismo tipico del Grand Canyon State, continua a coltivare l’interesse per il teatro e l’improvvisazione, frequenta parecchi corsi e – nel 2009, anno della laurea – entra nella storica compagnia d’improvvisazione Second City. Una sera, due anni più tardi, il produttore e ideatore del SNL Lorne Michaels la nota durante uno spettacolo e le offe un provino. Il resto è storia. Tim Robinson, un altro membro di Second City entrato a far parte del SNL, riconosce che il talento di Bryant va a braccetto con una perfetta consapevolezza di se stessa: «Le persone, me incluso, impiegano molto tempo a capire esattamente ciò che è divertente e ciò che si vuole essere. Per lei invece è stato immediato: conosceva e padroneggiava la sua sensibilità, sapeva che era unica».



Al SNL Aidy Bryant perfeziona una serie di sketch che diventano dei classici, le cui costanti sono personaggi ispirati alla Hollywood degli anni d’oro: battute intrise di umorismo dark e politicamente scorretto; gag che rigirano il coltello nella grande piaga dei cosiddetti ‘temi femminili’, perculando tanto gli stereotipi anti-femministi quanto quelli femministi; ragazzini arrapati come l’irresistibile esperta di viaggi Carrie Krum. Il tutto con quella vocetta che è il suo marchio di fabbrica, quella vocetta grazie alla quale non distingui mai quanto ci sia e quanto ci faccia, quella vocetta che la fa sembrare inquietante, buffa, comica e stramba in una volta sola. Gli agenti in passato avevano la brutta abitudine di offrirle sempre gli stessi ruoli, limitandola a recitare la parte della tipa carina e gentile: lei si è ribellata, costruendo la sua cifra comica sull’esatto opposto. La gentilezza, racconta, fa spesso rima con gradevolezza o debolezza, significa avere la tendenza a venire sottovalutati e raramente lascia spazio all’assertività: «Fa schifo, insomma. Ok, io sono gentile, ma anche ferma e decisa». Il bello di Bryant è che non gliene frega niente di insegnare qualcosa o di orientare le masse: il suo lavoro è privo di scopi didattici o educativi, mira soltanto a far ridere e a intrattenere attraverso un sapiente mix di elementi (le battute, la voce, il corpo, le situazioni in cui si cala) che costituisce un unicum nel panorama televisivo.

Arrivano i film (The Big Sick; Come ti divento bella); le serie tv (Girls, Portlandia, Unbreakable Kimmy Schmidt); le nomination (nel 2018, agli Emmy Award come Outstanding Supporting Actress in a Comedy Series); nel 2019 la sua prima serie tv. Shrill – dal memoir di Lindy West Shrill: Notes from a Loud Woman, due stagioni all’attivo con la seconda appena arrivata su Hulu – è il suo one-woman-show: ne è la protagonista, lo scrive e lo produce, decisa come non mai a proteggere la sua creatura da scelte prevedibili o convenzionali. La serie, ambientata in un’hipsterissima Portland, segue le vicende di Annie, giornalista (presso un hipsterissimo settimanale) relegata a occuparsi di una noiosa rubrica, che non le consente di dar prova del proprio talento. Se la morale della serie resta piuttosto ovvia – non devi per forza essere uno schianto per conquistarti la stima e il rispetto altrui –, il viaggio intrapreso da Annie per maturare una simile consapevolezza è tutto tranne che scontato, banale o didascalico. Bryant infatti non è la povera eroina vessata e vergognosa che chiede la compassione del prossimo, ma una donna che non ne vuole sapere di diete, pietismi o body shaming: «Ho sprecato così tanto tempo, denaro ed energia per cosa? Sono grassa. Sono grassa, cazzo», sbrocca in una delle prime puntate. E, così facendo, scopre subito l’elefante nella stanza: il mio aspetto non rientra nella top ten delle beghe che mi preoccupano. Quindi, pure tu che mi stai guardando, scordatene e concentrati sul resto.



Il resto sono gli abiti sgargianti, i colori che emergono prepotentemente in ogni inquadratura, la colonna sonora fatta di ottimo indie-rock, le battute al vetriolo e i personaggi che paiono strappati dal mondo reale. C’è Ryan (Luka Jones), il fidanzato pigro, nerd e bamboccione, naïf al limite della stupidità; Gabe (John Cameron Mitchell), il boss gay, narciso, caustico e dissacrante; Fran (Lolly Adefope), la migliore amica nonché coinquilina, lesbica e ultra-refrattaria alle relazioni; Ruthie (Patty Harrison), la collega trans che arriva direttamente dall’inferno per rubare la scena a chiunque. E c’è pure il sesso, perché «avevo l’impressione che i personaggi grassi fossero asessuati o che il sesso fosse spesso cartoonesco, una situazione dove lei salta su un uomo, lo spezza e lo succhia finché lui non è morto. Ma io ho sempre avuto rapporti sessuali fantastici e parecchi ragazzi, quindi ho lottato per inserire quest’aspetto», spiega Bryant. Sebbene Shrill sia decisamente dalla parte di Annie – e vuole che lo sia pure il pubblico –, è molto onesto nel sottolinearne i difetti: l’egocentrismo, il voler fare di testa sua, l’opportunismo e un pericoloso senso d’onnipotenza. Che però la rendono più umana, più simpatica, più vera e detestabile, esattamente come lo sono a tratti i suoi comprimari.

Riesce a far ridere di gusto, Aidy Bryant, senza alcun istinto moralizzatore e libera da qualsivoglia conformismo: l’estrema conferma arriva nel meraviglioso finale della seconda stagione (diretto da Natasha Lyonne). Quando, in modo garbato ma tagliente, esplora le complessità del femminismo corporativo durante un’ipotetica conferenza di empowerment femminile, ironicamente intitolata Women Are Having a Moment (WAHAM). Nessuno spoiler, il suo momento Bryant lo sta vivendo ora, e proprio adesso – prima che venga strumentalizzata e si trasformi suo malgrado nel simbolo dell’ennesima battaglia neo-femminista che ce la farà venire a noia – è il momento di scoprire questa ragazza che non desidera affatto essere nice. E che, forse, non avrebbe problemi a mandare le neo-femministe, i loro idoli passeggeri e le loro battaglie modaiole a farsi fottere.