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Sbatti il Woody in prima serata: ecco perché ho deciso che non vedrò la serie contro Allen

Arriva domenica negli Stati Uniti ‘Allen v. Farrow’, il documentario a senso unico con la versione di Mia. Lasciate in pace quell’adorabile vecchietto (o almeno non dite che la cancel culture non esiste)

Woody Allen e Mia Farrow nel 1992

Foto: Rose Hartman/Getty Images

Mentre di recente rivedevo (per la trentaquattresima volta?) Hannah e le sue sorelle, pensavo che Woody Allen è uno dei pochissimi (l’unico?) che siano stati capaci di farci credere di vivere esattamente quella vita lì, come se quello che ci ha sempre messo di fronte fosse il posto in cui avremmo potuto specchiarci anche noi con le macchie di pasta al sugo sulla maglietta e senza appartamenti Uptown pieni d’arte africana e umanità fighissima tutt’attorno del tipo Barbara Hershey e Michael Caine. Parte di quel proiettarci in quella stessa vita, di quell’immedesimazione da spettatori mitomani, era dovuto al fatto che la vita lì dentro era vera (oggi la chiamerebbero autofiction). Erano veri Woody e Mia, e ancora prima (e pure dopo, da splendidi amici fraterni) Woody e Diane, e Louise, e tutte quante, tutti quanti, gli amici, i parenti, la sorella che gli ha sempre fatto da produttrice, la solita brigata di attori, collaboratori, attrezzisti. Ma Woody e Mia restano irripetibili in quanto coppia per mille motivi: per il cinema fatto insieme fino al film sulla crisi e la fine di un matrimonio (o il film e basta?) più bello di tutti, Mariti e mogli; per la covata adottiva before it was Angelina; per l’intellettualismo shabby chic (googlate le loro foto, vi sfido a non desiderare ogni velluto, ogni montone, ogni buco di ogni maglione); per la capacità di diventare icone popolari quando tutto gridava bolla (before it was bolla, almeno per come la intendiamo noi poveracci oggigiorno).

Arriva domenica su HBO Allen v. Farrow, la docuserie che, ho deciso dal trailer, non guarderò nonostante abbia guardato e riguardato ogni film, e ogni foto, e ogni meraviglia o follia riguardasse quella coppia folle e meravigliosa. Me ne sono convinto ancor di più dopo aver letto le prime recensioni uscite in patria, unico coro (o quasi) a favore della figlia Dylan (adottata da Farrow e poi riconosciuta da Allen, poi da lei disconosciuto) e delle eterne accuse di violenza rivolte al padre e – di rimando – dell’eterna scelta di confezionare questa storia a senso unico. La povera Dylan sconta, come unica vera disgrazia, l’essere stata cresciuta da una madre che non ha mai perdonato all’ex compagno l’amore con Soon-yi (adottata da Farrow con l’ex marito André Previn); amore che tuttora perdura, in un matrimonio fatto di belle serate di jazz e buone letture (sempre che il New York Times possa ancora considerarsi una buona lettura). Come non comprendere la signora che si ritrova cornuta per via della figlia poco più che adolescente: si perde il senno per molto meno. Ma il sospetto che il successivo racconto (oggi lo chiamerebbero storytelling) “sbatti il mostro in prima pagina”, anzi in prima serata, sia stato architettato più o meno inconsciamente da una Lady Vendetta in piena regola: ecco, quel sospetto perdura anch’esso. Saprete che all’inizio degli anni ’90, quando sarebbe accaduto il fattaccio in quella soffitta del Connecticut, ci sono state indagini e azioni legali; che Allen ne è uscito tutte le volte innocente; che un altro figlio, Moses (adottato da Farrow e poi riconosciuto da Allen, di cui ora vorrebbe il cognome), è stato l’unico della famiglia a dichiarare a più riprese che la madre – la faccio breve – ha manipolato i ragazzini per rovinare l’ex; che Dylan – ma questo è quel che penso io – è rimasta vittima soprattutto di questa macchina precisamente azionata e oliata negli anni. E vittima del documentario che arriva ora.

Ho deciso che non vedrò Allen v. Farrow perché, a occhio, non mi pare un nuovo AllFa, scritto alla maniera di SanPa; un documentario, cioè, dove i giudizi restano sospesi, le voci assortite, i fatti comprovati; un documentario di fronte al quale un attimo prima dici «Catene per tutti!» e quello dopo «Ma questo è un orco!». Mi pare più un prodotto dalle parti di Leaving Neverland, il parzialissimo j’accuse (sempre HBO) ai danni di Michael Jackson, peraltro in contumacia in quanto morto. (Miracoli di questa stramba epoca: abbiamo imparato a fare qui da noi i documentari che altrove ormai si confezionano seguendo l’hashtag del momento.) Pure Woody è, a suo modo, morto, o ha deciso di diventarlo relativamente alla questione Dylan. Ne ha scritto nella sua bella autobiografia, in un lungo capitolo inevitabile e però triste. È triste che un adorabile vecchietto che tutti dovrebbero celebrare – o quantomeno lasciare in pace a lavorare: a ottantacinque anni c’ha ancora voglia, beato lui – sia invece costretto a tornare su una vicenda già chiusa; e che quella vicenda si sia divorata in un sol boccone, per come oggi funzionano le cose, tutti i Manhattan, tutti i Broadway Danny Rose, tutte le Rose purpuree del Cairo. Di fronte a questo documentario s’è giustamente finto ancora più morto, così si fa, l’unica è fuggire da questo brutto mondo, stare appresso alla macchina da scrivere e al clarinetto e lontano dai dibattiti, dagli swipe up, dalle stanzette su Clubhouse.

Dicono in tanti che la cancel culture non esiste, e c’avranno pure ragione loro. Diciamo che, però, vige la cultura dell’inchiostro simpatico, le cose ci sono e poi scompaiono a piacimento, a seconda di quel che fa comodo e a chi. Il fatto è che viviamo in un mondo che archivia uno dei suoi registi più grandi in nome del “io so, ma non ho le prove” (no: le prove c’erano, ma vabbè); che mette all’angolo un qualsivoglia attorucolo perché qualcuno dice su un qualsivoglia social che è un cannibale (parlo di Armie Hammer, paria dell’industria per aver sextato come tutti usando iperboli come tutti, però a tema barbecue); che organizza la campagna per gli Oscar a sostegno di un film con tre attori in scena di cui però uno è un presunto abuser, e quindi va epurato da ogni consesso (parlo di Shia LaBeouf, protagonista maschile di Pieces of a Woman: come se, ai tempi, avessero fatto la promozione di quel tal film in mancanza di uno dei due Kramer).

Dico che non vedrò Allen v. Farrow e invece ovviamente lo farò subito, e sospirerò davanti ad ogni buco di ogni maglione, e urlerò fortissimo, e correrò, con le macchie di sugo sulla maglietta, a rivedermi Alice, quando Woody e Mia facevano cose bellissime, ed erano bellissimi, ed era bellissimo anche il mondo.