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Perché tutti parlano di Alberto Tarallo (e perché Ryan Murphy dovrebbe farci una serie)

Secondo molti, sarebbe lui il ‘Lucifero’ accusato al ‘GF Vip’. Se così fosse, il re delle fiction con Gabriel Garko e Manuela Arcuri meriterebbe una fiction a sé

Manuela Arcuri e Gabriel Garko alla presentazione del ‘Peccato e la vergogna 2’, prodotta da Alberto Tarallo

Foto: Elisabetta A. Villa/Getty Images

Non guardo il Grande Fratello dai tempi della sciarpona di Katia Pedrotti, figuriamoci adesso che siamo abituati allo streaming di ogni cosa e invece lui ancora ti costringe ai tempi e alle pause pubblicitarie della tv del Novecento (ma con la durata fluviale della tv degli anni duemila, dove i programmi di prima serata raccattano punticini di share solo perché vanno avanti fino alle tre del mattino). Non lo guarderò nemmeno ora che è – nella versione Vip – scoppiato il presunto caso Alberto Tarallo, e non ho guardato la puntata in cui il presunto caso Alberto Tarallo è scoppiato. Meglio: ho visto solo i fotogrammi incriminati in cui Adua Del Vesco e Massimiliano Morra (li avete scoperti solo ora? Molto male) facevano appunto esplodere il sospetto merdone, ma anche quelli erano inutili. (Questo è invece un problema dei giornali degli anni duemila: spacciano momenti del tutto irrilevanti per “video choc”.)

In generale, non guardo la tv da anni, e non per pose del tipo “non ce l’ho” (anche se è vero: non ce l’ho), ma appunto per quel discorso di prima dei tempi che son cambiati, e della fruizione, e del medium, ma mi fermo subito, non siamo mica a una lezione di Scienze della comunicazione. Ho guardato però a tempo debito tutte le fiction e i film prodotti da Tarallo, cioè L’onore e il rispetto, Il peccato e la vergogna, Sangue caldo, So che ritornerai (uno dei miei preferiti, chi mi conosce lo sa), eccetera eccetera. Era una stagione di fiammeggiante kitsch generalista oggi per forza di cose tramontata: nell’epoca corrente Gabriel Garko e Manuela Arcuri non avrebbero più senso alcuno, il kitsch è certificato prodotto d’autore, i critici che demolivano le produzioni di Tarallo danno cinque stellette alle kitschissime serie di Ryan Murphy (su Ryan Murphy ci torneremo).

Alberto Tarallo sarebbe oggi accusato dai vip-gieffini (i commentatori almeno credono che essi si riferiscano a lui, quando parlano di tale “Lucifero”) non tanto d’essere l’Harvey Weinstein italiano, come molti giornali hanno scioccamente titolato, bensì il produttore che costringeva i suoi attori a nascondersi quand’erano gay, e li ricattava, inventava servizi patinati su affaire inesistenti, li teneva sotto scacco in cambio di soldi, fama, sceneggiati di successo: insomma, il produttore che faceva il produttore. Questo detto in estrema sintesi.

La Ares Film, da lui guidata e – si legge in giro – definitivamente sbaraccata per bancarotta poco prima del lockdown, aveva, come la MGM dei tempi gloriosi, il suo parco-divi di riferimento (appunto Garko e Arcuri, e Del Vesco e Morra, e Sabrina Ferilli, Giuliana De Sio, Francesco Testi, Alessandra Martines, Valeria Milillo, Vincent Spano, Cosima Coppola, pure revenant come Anita Ekberg e Bo Derek), e soprattutto lo sceneggiatore (una volta la parola showrunner non si usava) che era il vero architetto di quelle magnifiche impalcature narrative: Teodosio Losito, ex modello e cantante per molti compagno dello stesso Tarallo, morto suicida un anno fa.

Sarebbe una saga strabordante e straziante a sé, tanto che anche prima, negli anni d’oro della Ares Film, tutti si sono concentrati su Losito, imprendibile, misterioso, pochissime foto in giro se non nessuna, e nessuna intervista. Ma Tarallo era ancor più Salinger di lui, nemmeno una pagina Wikipedia ad attestarne trascorsi e percorsi, solo la vulgata del sottobosco romano, una specie di storia omerica, ma con Pamela Prati al posto di Calipso. Era stato – riportano le cronache dal generone – attore (quasi sempre en travesti) in film scollacciati anni settanta, e poi gestore di locali per omo costretti a vivere nel buio (uno con un nome bellissimo: L’Alibi), e simpatizzante craxiano, editore pornosoft, produttore di cinema geneticamente stracult (Cattive ragazze, primo e – purtroppo – unico film da regista di Marina Ripa di Meana: il sottobosco vuole che però a dirigerlo sia stato lo stesso Tarallo, come Guy Ritchie con Sacro e profano di Madonna), fino all’onore e al rispetto guadagnati con L’onore e il rispetto (pardon), e tutti gli altri successi Mediaset.

Il presunto caso Tarallo certamente andrà avanti, e io non guarderò nulla, non leggerò nulla, non seguirò nulla. Vorrei invece vedere una kitschissima serie di Ryan Murphy su questa storia, come la sua Hollywood che politically-correttamente ha riscritto la Golden Age. Ma questa sarà una fiction all’italiana, si chiamerà Quarticciolowood, che è il quartiere dove aveva sede la Ares Film, ci saranno anche qui agenti che costringono gli attori a non fare coming out (Cristopher Leoni – andate a googlare – al posto di Jim Parsons: va bene uguale?) e dive appassite che diventano registe di successo (vada per Ángela Molina, altra habituée). E finirà benissimo: una coppia d’attori maschi e innamorati fugge dal set ed entra nella casa del GF ovviamente Vippissimo anche se nessuno li conosce, e vince insieme quell’edizione, e io sarò sul divano – con la sciarpona di Katia Pedrotti al collo – a dire che sì, è tutto bellissimo, va tutto benissimo, ma com’era bello il Novecento, quando non c’era nessun Lucifero, quando avevamo l’illusione che ogni peccato e ogni vergogna fossero veri.