Perché continuiamo a rivedere ‘Dawson’s Creek’? | Rolling Stone Italia
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Perché continuiamo a rivedere ‘Dawson’s Creek’?

Se state guardando il teen drama per l'ennesima volta dopo l'arrivo su Netflix, è tutto normale. Chiedere a Fran Lebowitz per credere (più o meno)

Joshua Jackson con il cast di ‘Dawson’s Creek’. Foto: Columbia/TriStar International Television/Getty Images

Non credo che rivedrò Dawson’s Creek su Netflix, non perché voglia fare quella che non lo confessa e poi a casa si spara il triangolo Dawson/Joey/Pacey e i drammi di Jen quasi in una botta sola (per noi millennial nati negli anni ’80 da ragazzini non esisteva, ti dovevi far bastare due episodi a settimana, il martedì sera su Italia 1), ma semplicemente perché ho già dato l’anno scorso, quando tutta la serie stava su Amazon Prime Video.

Lì per lì non ho approfondito le ragioni che mi hanno spinta a bermi di nuovo il filosofeggiare senza sosta dell’adolescente vestito più orribilmente degli anni ’90 che si ricordi in tv (#TeamPacey). Mi sono limitata a: per vedere l’effetto che fa vent’anni dopo. Poi è arrivata Fran Lebowitz – Una vita a New York, la docu-serie girata da Martin Scorsese. Che c’entra, direte voi. C’entra che, come qualsiasi cosa al mondo, quella motivazione la spiega Fran “Insegnami la vita” Lebowitz meglio di chiunque altro (ma dai): «La Motown, che era molto in voga quando ero adolescente, mi rende felice in qualunque momento la ascolti. Indiscutibilmente felice. Nient’altro lo fa. Penso che la Motown sia la miglior musica mai esistita? No. Ma se mi chiedi “Ti rende felice all’istante?”, la risposta è: sì».

So che accostare i nomi di Fran e del teen-drama millennial per eccellenza pare quantomeno un azzardo, ma sostituite Dawson’s Creek a Motown e… vabbè, avete capito: è l’effetto nostalgia (testimoniato anche dall’entusiasmo per la cover del 2018 di Entertainment Weekly, a vent’anni dalla messa in onda USA) argomentato nel modo migliore e più diretto possibile, un ritorno di 45 minuti a Come eravamo (o avremmo voluto essere). Di più, a quelle sensazioni: dal farsi le domande più “alte” sull’amicizia tra uomo e donna alle questioni basiche, tipo volere la pelle immacolata di Joey in piena pubertà, quando Katie Holmes di anni ormai ne aveva già 22. Un classico. E c’è anche il legame più viscerale (Fran docet, ancora una volta), quello musicale: perché Anouanouei, il modo in cui canticchiavamo (TUTTI, nessuno escluso) le parole di I Don’t Want to Wait di Paula Cole, era ben più di una sigla, di un’introduzione agli episodi. Era parte integrante dell’esperienza Dawson’s Creek, le note che ogni settimana introducevano una nuova e attesissima capatina a Capeside, mentre i protagonisti cazzeggiavano sull’ormai mitico pontile e sulla spiaggia. Fun fact: il pezzo fu scelto all’ultimo minuto, dopo che l’idea di utilizzare Hand in My Pocket di Alanis Morissette era sfumata perché costava troppo. Ma, vi avverto, quella piccola gioia non è stato in grado restituircela neppure Netflix: a causa di alcuni problemi di diritti, Anouanouei è stata sostituita con Run Like Mad di Jann Arden, già utilizzato in altri Paesi. Che va bene, eh, ma non è certo lo stesso.



Rivedere la serie non vi farà cambiare idea su chi l’imbronciatissima Joey avrebbe dovuto scegliere tra Dawson e Pacey (non dico niente), non vi toglierà i dubbi sull’inutilità del personaggio di Eve, non risponderà alla vostra ennesima domanda sulla brutta fine di Jen (sigh!), non vi farà sentire più fighi nell’azzardare che voi lo avevate detto, che l’unica con la stoffa da vera star del cinema era Michelle Williams, altro che Katie. Anzi, l’incazzatura per uno dei plot twist più insensati nella storia della serialità – e cioè la morte del padre di Dawson, Mitch, in un incidente mentre si china a raccogliere il cono gelato che gli è caduto in macchina (più che un punto della trama pareva uno spot di guida sicura) – aumenterà, e lo stesso accadrà quando vi ritroverete davanti all’episodio in cui Joey al college viene derubata al bancomat da un balordo che le ricorda il padre, e di quell’esperienza e delle sue ripercussioni non si parlerà mai più in tutto lo show.

C’è pure da dire che Dawson’s Creek non è invecchiata benissimo. Vi farà sorridere delle cautionary tale del tempo, quando essere una vera bad girl voleva dire imbucarsi a una festa di nozze, ubriacarsi con una bottiglia di champagne e fare una brutta fine (la povera Abby ne sa qualcosa). Il più grosso scandalo in una piccola città costiera? Avere il padre in carcere o essere una donna non sposata, madre di un figlio avuto da un aspirante chef di colore (giusto, Bessy?).

Non dimentichiamo però che, più di ogni altro teen drama, Dawson’s Creek ha creato la formula moderna da cui nascono tutte le nuove serie per adolescenti. Sarà per questo che la mia generazione è parte del teen drama e il teen drama è parte di noi. Se prima infatti i ragazzi si dovevano accontentare di sitcom o show per famiglie e, con Beverly Hills 90210, è arrivato il drama simil-soap in cui ventenni fighissimi interpretavano ragazzini (punto fermo di tutte le produzioni a venire), è con la serie di Kevin Williamson che tutto inizia a cambiare: Joey è stata il primo vertice al femminile di un triangolo che in precedenza prevedeva sempre che le ragazze si accapigliassero per un lui (Brenda vs Kelly per Dylan vi ricorda qualcosa?), Jack è stato il primo personaggio gay in un teen che ne raccontasse il percorso con tanto di epocale coming out e annesso bacio (a Ethan) e Andie ha rappresentato un modo di parlare di salute mentale ai ragazzi senza filtri. Certo, davanti ai titoli per e sulla Generazione Z (SKAM Italia ed Euphoria, per citare i migliori sulla piazza) sembra roba da educande, ma diamo a Dawson quel che è di Dawson.

A proposito, prima di scrivere ho rivisto qualche scena del pilot per rinfrescare la mia (scarsa) memoria e ho riso tantissimo pensando a un confronto, o meglio a uno scontro diretto, tra Fran Lebowitz e Dawson. Lascio immaginare a voi l’espressione sulla faccia di lei alle seguente massima di lui: «Tutti i misteri dell’universo, tutte le risposte alle domande della vita, si possono trovare in un film di Spielberg». Di certo, sarebbe andata più d’accordo con Pacey.

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