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‘Obi-Wan Kenobi’ è la serie che i fan di ‘Star Wars’ stavano aspettando

Dopo progetti su personaggi marginali della saga (l’ottimo ‘The Mandalorian’, il pessimo ‘The Book of Boba Fett’), è arrivata su Disney+ la miniserie su uno dei veri protagonisti della galassia lontana lontana. All’altezza (almeno per ora) del racconto originale. Merito anche di un grandissimo Ewan McGregor

Ewan McGregor è Obi-Wan Kenobi

Foto: Disney+

Sono passati dieci anni da quando George Lucas ha venduto (per 4 miliardi di dollari) il marchio, i personaggi e tutti i mondi della galassia lontana lontana di Star Wars alla Disney, e sembra proprio che la multinazionale, con la sua offerta di serie lanciate e annunciate sulla piattaforma di streaming Disney+, sia intenzionata a farci scoprire ogni angolo della suddetta galassia. Finora l’operazione ha avuto alterne fortune.

Se da un lato The Mandalorian si è confermato uno dei migliori exploit di sempre della saga, in grado, con il suo ottimo mix tra atmosfere familiari, epica western, piccoli camei studiati per eccitare i die hard fans e inevitabili rimandi al Sacro Graal (i primi tre film), di risollevare da solo le sorti di un franchise in evidente stato confusionale dopo la terrificante terza trilogia cinematografica, il successivo The Book of Boba Fett ha reso evidente che non basta un personaggio cool per portare a casa il risultato. Favreau e (il ragionier) Filoni, gli stessi responsabili del successo del Mandaloriano, impaginano pigramente e discontinuamente una miniserie la cui trama orizzontale è troppo debole per costituire un tirante forte e il cui protagonista sembra spesso inadeguato e spaesato (un Temuera Morrison con lo stesso physique du rôle e carisma di Willy, il portinaio di Manila del condominio dove vive mia madre). Dopotutto, se i migliori episodi della serie sono quelli in cui Boba Fett non c’è, allora è chiaro che qualcosa non va.

È con una certa riserva, quindi, che mi sono preparato alla visione dei primi due episodi della miniserie in sei parti Obi-Wan Kenobi, approdati su Disney+ il 27 maggio. L’aspettativa dei fan era comprensibilmente altissima anche perché a impersonare il grande maestro Jedi mentore di Luke Skywalker è lo stesso attore della trilogia dei prequel, Ewan McGregor. Ma c’è un altro grande ritorno: quello di Hayden Christensen, il fu Anakin Skywalker, sepolto sotto chili di latex per interpretare uno dei villain più incredibili di tutti i tempi, Darth Vader. Inoltre, questa serie non è focalizzata su personaggi marginali alla periferia dell’Impero: ad essere protagonisti di un’avventura serializzata per la prima volta sono due pezzi da 90 dell’universo starwarsiano.

Il recap in testa al primo episodio ci spiega che gli eventi narrati avvengono dieci anni dopo la drammatica caduta della repubblica e l’inizio dell’oscurantismo propugnato dall’imperatore Palpatine ne La vendetta dei Sith, l’ultimo capitolo della bistrattata trilogia dei prequel diretta da Lucas. Ricordo di essere corso al cinema alla prima di ogni film gonfio di speranza e di esserne uscito deluso, quasi tradito: dialoghi superficiali, CGI invasiva, personaggi buttati lì… ma forse 17 anni fa quei film ci sembravano così brutti solo perché non potevamo sapere che J.J. Abrahams e Rian Johnson avrebbero fatto ben peggio anni dopo. Il montaggio serrato che apre Obi-Wan Kenobi asciuga la prima trilogia a pochissimi minuti, in cui scompaiono l’imbarazzante Jar Jar Binks e la macchinetta per misurare i Midi Chlorian (la percentuale di Forza che uno ha nel sangue), ma resta l’asse portante di quella che sarà la serie: il rapporto tra Obi-Wan e Anakin.

Nelle familiari sabbie di Tatooine, la Scampia dell’Orlo Esterno, ritroviamo quindi un Kenobi invecchiato, solo, disgregato, le cui giornate sono meccanicamente scandite dal lavoro in una meat factory insieme ad altri poveracci al quale si reca nella versione starwarsiana del bus 57/barrato. Il poco tempo libero che ha lo usa per andare a spiare con un binocolo come un vecchio pedofilo il piccolo Luke Skywalker, che, invece di aiutare il burbero zio Owen nella fattoria, fantastica di diventare un Top Gun dello spazio. Ha seppellito nel deserto la sua spada laser, ha smesso di usare la Forza, vive in una grotta e si lava pochissimo, tanto da essere dileggiato anche dai Jawas, i simpatici rigattieri endemici di Tatooine. Ma se le sue giornate fanno schifo, le notti non sono meglio: tormentato dai sensi di colpa, Kenobi è un uomo che, dopo aver perso il suo pupillo, il suo amico, ha perso la fede. Ed è un bene che a dargli un volto, una maschera tragica, ci sia McGregor: oggettivamente un grande attore, capace di lavorare per sottrazione e dare a un personaggio dalla caratura mitologica insospettabili sfumature di tristezza e scoramento.

Un’altra nota positiva di Obi-Wan Kenobi è la presenza di antagonisti veri. Basta famiglie malavitose raffazzonate, bande di biker-predoni sbucate dal nulla, cugini di terzo grado di Jabba the Hutt: qui a movimentare le giornate degli Jedi scampati al massacro arrivano gli Inquisitori, una speciale divisione di ex Jedi passati al lato oscuro voluta da Darth Vader per stanare ed eliminare tutti i cavalieri rimasti dopo le purghe volute dall’imperatore. Tra di loro spicca per cattiveria e iniziativa Reva (Moses Ingram), mossa dall’ossessivo desiderio di trovare Kenobi tanto da minare l’autorità del Grand Inquisitor, il capoccia, e da prendersi iniziative che avranno inaspettati sviluppi già alla fine del secondo episodio.

Obi-Wan Kenobi è, in definitiva, la prima vera serie di Star Wars che i fan di tutto il mondo stavano aspettando. Lo è perché i personaggi coinvolti non sono nuovi o marginali rispetto alla narrativa principale (come in The Mandalorian) e perché la storia degli anni bui del grande Maestro Jedi e del periodo di transizione tra la prima trilogia e la seconda (quella classica) merita di essere raccontata (al contrario di The Book of Boba Fett, nella quale si ha l’impressione che il materiale narrativo sufficiente a colmare due episodi sia stato infaustamente stretchato a sette). Fortunatamente, non tutti gli eventi si svolgono nel solito, sfruttatissimo deserto di Tatooine, ma scopriamo altri pianeti (come il bladerunneresco Daiyu, un misto tra Nuova Dehli e Singapore). La sceneggiatura, ad opera di Joby Harold, è per il momento solida, cauta e rispettosa di un’eredità pesante, e non cerca di essere culturalmente rilevante attraverso il dileggio e la desacralizzazione delle icone della nostra infanzia come per esempio succedeva ne Gli ultimi Jedi, in cui ritrovavamo l’archetipo dell’eroe positivo, Luke Skywalker, trasformato in un vecchio scoreggione rancoroso che beve latte blu direttamente dalla minna di un mammifero alieno (ma perché?).

Moses Ingram è l’Inquisitore Reva. Foto: Disney+

Un aspetto convincente della serie è la scansione della trama, nella quale non sembra esserci molto spazio per la linea verticale. Mentre la natura di The Mandalorian viveva di mini-avventure autoconclusive sotto un tirante orizzontale più grande, Obi-Wan Kenobi sembra essere un film lungo diviso in sei parti. Come lo stesso McGregor ha spiegato nella conferenza stampa, rispondendo a chi gli chiedeva come fosse girare un film di Star Wars rispetto a una serie di Star Wars: «La bellezza di lavorare a una serie è che hai più tempo per raccontare la storia. Ma dato che Deb (la regista Deborah Chow, già dietro la macchina da presa di episodi di Mr. Robot e The Mandalorian, nda) ha girato tutti gli episodi e riflettono tutti la sua visione, ci è sembrato di fare un unico, lungo film. C’è un’unica linea narrativa portante. The Mandalorian ha una natura più episodica, mentre la nostra serie è come un film spezzettato in sei parti». E infatti gli episodi non hanno un titolo, ma sono chiamati appunto Parte I e Parte II.

Un altro aspetto che ci mostra che Obi-Wan Kenobi tratta la materia starwarsiana con il dovuto rispetto e che cerca di fare le cose per bene è il fatto di aver commissionato al leggendario John Williams un tema musicale originale: 4 minuti densi di tensione eroica, che iniziano sommessamente per dare poi spazio a malinconici archi in un crescendo emotivo ampiamente annunciato e microcitazioni del tema originale di Star Wars (per cui Williams vinse l’Oscar nel 1978). Il compositore, sempre impegnatissimo nonostante i suoi 90 anni, ha dichiarato di voler lavorare al tema di Obi-Wan perché il suo personaggio, nel primo Star Wars, era l’unico a non avere un motivo portante.

+++ Attenzione: seguono piccoli spoiler +++

Certo, non tutto è perfetto: alcuni personaggi, come il finto Jedi in accappatoio di spugna che raggira famiglie sprovvedute nel secondo episodio, sono credibili nel contesto della serie come una femminista che sta infilando una banconota da 10 dollari negli slip di una ballerina in uno strip club; o come, nell’episodio pilota, i sequestratori capitanati da Flea (sì, quello dei Chili Peps) che stentano a inseguire una bambina di 10 anni (che ha gambe sensibilmente più corte delle loro). Ma Star Wars non ha mai fatto della plausibilità uno dei suoi punti di forza: non dimentichiamo che per anni Anakin Skywalker ha dato la caccia per tutta la galassia a Obi-Wan Kenobi senza trovarlo; e dire che si era nascosto proprio nel suo Paese natale e non si era nemmeno presa la briga di cambiare cognome, ma solo il nome in “Ben”…

Ci sono ampissimi margini di peggioramento in Obi-Wan Kenobi: quattro interi episodi nei quali tutto può finire come l’ultima mezz’ora de L’ascesa di Skywalker (= malissimo). Ma per ora dobbiamo fare come Obi-Wan: avere una nuova speranza.