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‘Normal People’, il primo amore, il (non) solito sesso: Sally Rooney è la voce di una generazione?

Il piccolo paradosso è che la scrittrice irlandese – classe 1991 – non è una 'persona normale'. E nemmeno lo sono i suoi protagonisti: Marianne e Connell. Ma la loro storia, fatta d’ormoni e incomprensioni, quella sì

Paul Mescal (Connell) e Daisy Edgar-Jones (Marianne) in 'Normal People', dal 16 luglio su StarzPlay

Foto: Enda Bowe/Hulu

Nessuno dovrebbe essere davvero felice di lasciarsi incoronare “voce di una generazione”. C’è sempre il rischio – chiedete conferma, per esempio, a Lena Dunham – che qualcuno di quella stessa generazione non ci stia, a farsi rappresentare proprio da quella voce specifica, sollevando insieme legittime proteste e pretestuose polemiche. A Sally Rooney è successo: “Salinger per la generazione Snapchat” è la definizione diventata subito più popolare (ah, quanto invecchiano in fretta i giovanilismi!), oppure “la prima vera grande autrice millennial”. Le contestazioni a Rooney, per ora, paiono però ridotte al minimo; il plauso è, invece, pressoché unanime; e, ora che dal suo secondo romanzo Persone normali è stata tratta l’acclamata miniserie tv Normal People, è perfino aumentato.

La verità è che ci sono etichette che la stampa e il discorso pubblico non vedono l’ora di poter appiccicare a qualcuno, e Sally Rooney, oltre a “voce della sua generazione” deve tenersi pure “ragazza prodigio”: è nata nel 1991, in un paesino della contea Mayo, in Irlanda; è stata una campionessa di dibattito all’università, ed è bastata la pubblicazione di un suo racconto d’autofiction su quell’esperienza a far sì che un’agente la chiamasse per implorarla di averne ancora; il suo primo romanzo, Parlarne tra amici, è arrivato sugli scaffali delle librerie di tutto il mondo nel 2017 dopo che ben sette editori se lo sono conteso in una combattutissima asta, e con già il tam tam di “fenomeno letterario dell’anno”; il secondo romanzo, Persone normali, è arrivato solo un anno dopo, nel 2018, e invece di rivelarsi il più difficile nella carriera di un artista ha venduto e accumulato premi ancor più del precedente. La miniserie, frutto di una collaborazione produttiva tra BBC e Hulu, e a cui Rooney ha partecipato in qualità di co-sceneggiatrice, è andata in onda a fine aprile nel Regno Unito e in USA, immediatamente salutata come un piccolo capolavoro. E ora è arrivato anche da noi, dal 16 luglio sulla piattaforma StarzPlay.



Il piccolo paradosso è che, a tutti gli effetti, Sally Rooney non è una persona normale. E neppure lo sono, a dirla tutta, i protagonisti del libro e della miniserie, Marianne e Connell, compagni di scuola nel fittizio paesino di Carricklea, nella contea di Sligo: tanto per cominciare, sono i primi della classe, e a far scattare l’attrazione insopprimibile tra i due è anche innegabilmente il riconoscimento della reciproca intelligenza. Più avanti nella serie, non solo saranno ammessi entrambi al prestigioso Trinity College di Dublino, ma vinceranno addirittura, tutti e due, una borsa di studio che copre retta e alloggio. Sono entrambi “eccezionali”: Marianne è ricca, schietta con tutti fino alla strafottenza, e quindi per molti insopportabile, e dai compagni è generalmente ritenuta “una sfigata” (e ha una famiglia orribile). Connell invece è bello e popolarissimo, è anche star della squadra di calcio gaelico della scuola, occhieggiato con insistenza dalla reginetta della classe, però è d’estrazione sociale opposta a Marianne, letteralmente: sua madre – single, e che evidentemente l’ha avuto molto giovane – fa la domestica a casa di lei.

Quando iniziano a fare sesso, Connell e Marianne lo fanno in segreto, bene attenti a ignorarsi in classe e tra corridoi e armadietti. È a questo punto che Rooney inizia a raccontare qualcosa di banalmente normale: il primo amore, che non è quasi mai il facile e tenero colpo di fulmine tra tremori e rossori che tanta letteratura (e tanto cinema, e tanta tv) persistono a raccontarci, ma un fatto d’ormoni e incomprensioni, angosce e silenzi, vette d’eccitazione e improvvisi precipizi di disperazione. È così difficile capirsi, a quell’età: reciprocamente, ma anche se stessi. E il parere degli altri è una gabbia più stretta e influente di qualsiasi bel discorso razionale o buona intenzione. Persone normali – lo dice già il titolo – racconta una storia d’amore come ne abbiamo viste tante, ma non per forza sullo schermo, quanto nella realtà: quella prima storia sentimentale seria che, negli anni cruciali della nostra formazione, sembra non andare mai via davvero, e riproporsi a cicli più o meno ravvicinati, non importa cosa succeda o quanti altri flirt si abbiano nel frattempo.

Foto: Hulu

È questa, insieme, la forza e la debolezza di Normal People: offre un’incredibile opportunità d’immedesimazione e, allo stesso tempo, corre il rischio della ripetitività, della stanchezza, del già noto, del “tutto qui?”. Chi aveva apprezzato la logorrea iper-analitica di Parlarne tra amici, ritrovandosi nelle sue protagoniste millennial ultra sicure di sé a livello intellettuale e incredibilmente fragili sul piano personale, può rimanere deluso dalla “semplicità” (o “banalità”) di Normal People – ma comunque gioire del suo successo: parte del team che ha realizzato questa miniserie, compresa la stessa Rooney, la co-sceneggiatrice Alice Birch e il regista Lenny Abrahamson, si riuniranno per realizzare presto una trasposizione televisiva anche di Conversations with Friends.

Chi invece alla “Salinger per la generazione Snapchat” aveva reagito con una certa insofferenza, può dare a Normal People una chance. Soprattutto se ha apprezzato il Guadagnino di Chiamami col tuo nome, visto che molta di quella sensibilità, attenta ai corpi, all’erotismo giovane, ma anche all’intorno fisico e sociale, è presente nella miniserie, diretta da due ottimi registi, che si sono divisi a metà le puntate: Abrahamson le prime sei, Hettie Macdonald le altre sei. Il primo è il regista di Frank, quel film in cui Michael Fassbender indossa costantemente un’enorme maschera di cartapesta, e di Room, che ha fatto vincere l’Oscar a Brie Larson. La seconda è meno nota, ma è apprezzatissima a teatro e in tv e autrice di un solo film, ma bellissimo: Beautiful Thing.

Foto: Hulu


Grazie al loro lavoro, Normal People riesce a trascinare dalla carta allo schermo molto di più di una “storia d’amore normale”: per esempio, il modo con cui i rapporti di classe, quasi mai esplicitati direttamente ma sempre incombenti, determinano come siamo e come ci muoviamo nel mondo; o il modo in cui la scoperta del sesso, e il prenderne le misure su di sé, è fondamentale alla crescita, alla formazione della propria individualità adulta. Anche queste sono cose normali, certo, così com’è normale la provincia irlandese in cui si svolge gran parte dell’azione (ma c’è anche un episodio ambientato in Italia, pure quello molto “guadagninesco”): gli incroci semideserti, i parcheggi, le discoteche un po’ dimesse, i vecchi pub consumati dagli anni. Una specificità irish che però è molto più vicina alla nostra provincia europea rispetto agli spazi sconfinati, le tavole calde, i campi da football, i centri commerciali lucidi di quella americana.

Insomma, siamo sempre lì: magari Rooney non sarà la voce della sua generazione, ma una voce di una generazione forse sì. Vale la pena provare ad ascoltarla, sotto il chiacchiericcio mediatico: si corre il rischio di uscirne frustrati, ma anche quello di riconoscercisi dentro, anche solo in qualcosa, indipendentemente dall’età che si ha.

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