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‘Non voglio cambiare pianeta’ ci dice che Jovanotti è finalmente pronto per la tv

Le lunghissime dirette pomeridiane su Instagram e le 16 brevi puntate del docu-trip su RaiPlay provano che Lorenzo è un intrattenitore nato. Anche se non canta

Jovanotti in 'Non voglio cambiare pianeta', su RaiPlay

Foto: press

Che Jovanotti si fosse trasformato in uno stakanovista della musica non c’erano dubbi. Non tanto per le uscite discografiche fittissime, quanto per le idee (alcune spericolate, altre ispirate) che via via ha concretizzato in progetti: artwork disegnati a mano, mini-film, documentari, temporary shop, libri e riviste, spesso realizzati più per puro cazzeggio o voglia di sperimentare che altro. Se non bastasse, negli ultimi tempi ha iniziato a cimentarsi in sfide titaniche tipo il Jova Beach Party (una giornata di musica sotto il sole, ahia) e una striscia di dirette su Instagram da tre ore al giorno di improvvisazione. Ecco: tutto ciò – intuizioni bizzarre, imprese da Maciste e sperimentazioni – converge adesso in Non voglio cambiare pianeta.

Lo scorso gennaio Lorenzo, da sempre appassionato di ciclismo, ha preso la bici per farsi due mesi in solitaria lungo le Ande, dal Cile a Buenos Aires, perché dopo Jova Beach non ne poteva più di niente. E in effetti, almeno secondo lui, questa avventura (perché di avventura si tratta: poche scorte di cibo, 4000 metri d’altitudine, zero comfort) ne è proprio il negativo fotografico, del Beach Party: «Sono sempre circondato dalla sabbia, ma stavolta da solo e non con la folla», aveva spiegato alla stampa. Il resto lo fanno una GoPro sul manubrio e 60 ore di girato a fronte di 400 di pedalata, ma mai con intenzioni cinematografiche. Perché è stata solo una volta a casa che, d’accordo con RaiPlay, ha deciso di ricavare da quest’esperienza – grazie anche al lavoro di Michele Maikid Lugaresi e Federico Taddia – un docu-trip, neologismo fatto in casa ma abbastanza chiaro, che la dice lunga sulla natura Frankenstein del progetto.

L’augurio, presentandolo ai giornalisti, è stato che potesse «piacere ai fan e agli appassionati di ciclismo». E io tipo: ok, come molti non sono né particolarmente interessato a vedermi sedici (sedici) episodi di Jovanotti che pedala, né alle bici; che me ne faccio di Non voglio cambiare pianeta?

Invece no, perché al di là della natura a pillole (15 minuti l’una, al massimo), questi fatidici sedici episodi si guardano volentieri proprio perché senza pretese. Lo sostiene, magari inconsciamente, lo stesso Jovanotti all’inizio del viaggio, ripensando all’amico Pantani e al suo desiderio di farsi una pedalata in pace, senza pressioni. Ecco: trasponendo il discorso, è proprio questa voglia di sperimentare coi linguaggi (per la quale RaiPlay è una piattaforma adatta), di non prendersi sul serio e non dover per forza bucare lo schermo a rendere il documentario curioso, pieno di idee vivaci, piccole e sparse. Perché, per esempio, di musica – su cui sarebbe potuta convergere gran parte dell’attenzione degli spettatori – c’è poco, e quel poco è in linea con lo spirito del tutto: giusto una colonna sonora composta da una manciata di cover (da Montagne verdi a La verità di Brunori Sas), qualche classico della casa (Fango) e degli arpeggi. Tutto spartano, registrato in casa, con la voce lontana e la chitarra acustica. Nient’altro.

Semmai, insomma, a spingere i pedali sono gli spunti che Jovanotti mette in mezzo alla narrazione, oltre alla sua capacità – che conoscevamo, ma di cui non avevamo avuto ancora una prova del genere – di intrattenere e di riempire lo schermo, tali da trasformare Non voglio cambiare pianeta in un prodotto personale, al di là dell’aspetto documentaristico. La sua testa, infatti, è una macchina che va a mille anche mentre pedala in salita, e così arrivano a fiume decine di gag, riflessioni su solitudine, libertà e sentimenti, citazioni di canzoni, film, registi. E poi, soprattutto, le poesie: una in coda a ogni puntata, da Primo Levi (bellissima: Lunedì) al Pablo Neruda del titolo, in quello che è il momento più interessante del lotto. Tutto in stile Jova chiaramente (ergo: nazionalpopolare, positivo, entusiasta), e tutto in presa diretta, detto con leggerezza, magari parlando da solo. Ma il punto è proprio come lui riesca a essere un collante fra questi linguaggi, un cerimoniere, oltre che un mattatore col physique du rôle televisivo. Tanto che, alla fine, risulta difficile dare una definizione se non che si tratta di tre ore di Jovanotti che fa Jovanotti. Non fosse, però, che siamo sulle Ande, è quasi tutto in presa diretta e a disposizione c’è solo una GoPro: non è poco, e non è facile.

Insomma: dopo le dirette lunghissime del pomeriggio di Instagram, con Non voglio cambiare pianeta Lorenzo si dimostra una sorta di conduttore, un intrattenitore che regge benissimo la scena e l’improvvisazione. Tanto che, dicevamo, nel cazzeggio generale riesce a personalizzare quello che resta un diario di viaggio, di cui il documentario restituisce – sempre in pillole – tanto i momenti di nostalgia e di malinconia quanto l’avventura vera, fra i lama e le allucinazioni, le città, le proteste cilene e gli incontri, per quanto sfuggevoli, con la gente del posto. E riesce, soprattutto, a renderlo uno spazio in cui esibirsi, e stavolta non come musicista ma a tutto campo. Per cui: che sia il tempo di prendersi un programma tv? Nel caso Sanremo è lì, al di là dei pensieri maliziosi (da lui smentiti) sulla sua assenza all’ultima edizione, andata in onda proprio mentre era a pedalare. Credo che Fiorello e Amadeus lo aspettino: basta non salga in bici anche il prossimo, di febbraio.

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