‘Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino’ non è altro che la versione sfigata di ‘Euphoria’ | Rolling Stone Italia
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‘Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino’ non è altro che la versione sfigata di ‘Euphoria’

Dov’è finito il reportage che ha sconvolto una generazione? La serie tratta dal bestseller di Christiane F. vuole essere cruda e glam, ma pare una festa dell’oratorio a tema 80s. Cari tedeschi, tornate a fare la birra

I protagonisti di ‘Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino’

Foto: Amazon Prime Video

Nella mia personale e ipotetica linea retta che da “capolavoro” scende verso “bello”, “divertente”, “interessante”, “noioso” eccetera eccetera, il punto più basso che un film o una serie tv possa toccare non è “catastrofico”. No, “catastrofico” non rende sufficientemente l’idea: il punto più basso è “imbarazzante”. Lo giuro, venga messo agli atti: non si tratta di un aggettivo che utilizzo spesso e a sproposito; ce ne vuole, insomma, a tirar fuori la peggio recensione che c’è in me. Faccio questo doveroso preambolo perché Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino – serie tv in otto episodi su Amazon Prime Video, rivisitazione dell’omonimo libro-inchiesta pubblicato nel 1978 – è riuscita laddove tanti hanno fallito, spingendomi a esplorare territori dove non credevo l’imbarazzo e l’inutilità potessero spingersi.

Prima di tutto, un passo indietro. A fine anni ’70, i giornalisti Kai Hermann e Horst Rieck della rivista Stern raccolgono le memorie di una certa Christiane F.: il racconto dell’abisso di tossicodipendenza e prostituzione di un gruppo di adolescenti nell’allora Berlino Ovest diventa un bestseller da cinque milioni e passa di copie, portato sul grande schermo nel 1981 da Uli Edel. Film crudissimo, attori pressoché sconosciuti, solita polemichetta a seguire («Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino spettacolarizza la droga!», «Questa è propaganda!», «Vergognatevi!»). La trasposizione cinematografica del memoir, una specie di simbolo per la generazione che più di tutte fu vittima dell’eroina (vedi alla voce SanPa), non tiene però conto del suo aspetto forse più peculiare, ossia le riflessioni della tredicenne Christiane sulla società, sul benessere occidentale, sui giovani e sulle sostanze stupefacenti.

E qui arriva la domanda: avevamo bisogno della relativa serie impacchettata per la generazione TikTok? Era davvero necessario fare razzia di abitini facilmente infiammabili al reparto donna di Bershka e vestirci le tre amiche Christiane, Babsi e Stella? I tedeschi sanno fare bene parecchie cose – la birra, per esempio – ma mi sento di dire che, per ora, le serie non rientrano nella top cinque (e manco nella top dieci). La combo “adolescenti e fattanza”, d’altronde, è già stata esplorata magnificamente, nonché in maniera piuttosto glamour, da Sam Levinson con Euphoria nel non troppo lontano 2019. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, anziché prendere furbamente le distanze, si ritrova a scimmiottare la figaggine di Zendaya & Co., risultando la versione sbiadita e sfigata della serie firmata HBO. Se Rue, Jules e Maddy dettano legge in fatto di make-up e di outfit, le loro epigoni berlinesi sembrano appena uscite da un grande magazzino di provincia, truccate e vestite apposta per la festa a tema inizio anni ’80 organizzata dall’oratorio.

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino non è tanto una discesa agli inferi, quanto una sorta di Tempo delle mele in chiave fintamente junkie. Non esiste la sporcizia “reale” che trasudavano le sia le pagine del libro che i centoquaranta minuti del film; le ragazze ballano, si drogano, si prostituiscono, si reinventano maîtresse sempre con i capelli puliti e la piega fatta di fresco; tutti fumano un sacco di sigarette, si sparano un sacco di pere, eppure più che disperati e alla frutta pare se la stiano godendo alla grande. Ultimo, ma non meno importante, non c’è Berlino: la serie avrebbe potuto svolgersi a Londra, Amsterdam, Brescia o Saronno, e non sarebbe cambiato praticamente nulla, a eccezione delle riprese col drone dell’attuale Bahnhof Zoo, la celeberrima stazione di Berlino Giardino Zoologico ai margini del quartiere di Charlottenburg.

Peccato per l’occasione mancata, per l’assenza totale di un contesto storico e culturale che faccia da sfondo alle vicende narrate, per l’ennesimo teen drama che vuol essere controverso ma non è, di cui non sentivamo affatto il bisogno. Un’ultima nota solo per veri cultori: pretendo che Jana McKinnon (la Christiane de’ noantri) venga immediatamente scritturata per un eventuale remake crucco di New Girl. Mi è arrivata l’illuminazione al secondo episodio, e fino al sesto (lo ammetto, ho gettato la spugna prima del finale) ero convinta di avere davanti la doppelgänger tossica di Zooey Deschanel. Purtroppo vestita Bershka dalla testa ai piedi.